|
|
|
||||||||||||||||||||||
| novembre 2010 | |||||||||||||||||||||||
|
Simone
Weil. Un’intima estraneità A cura di Bettina D’Agostino
«Vola libera
e felice, al di là dei compleanni, in un tempo senza fine, nel persempre. Di
tanto in tanto noi c’incontreremo - quando ci piacerà - nel bel mezzo
dell’unica festa che non può mai finire.
È da un episodio considerato poco importante e posto ai margini della biografia di Simone Weil - la partecipazione nel 1937 insieme a suo fratello André alle riunioni di un gruppo di matematici (gruppo Bourbaki) intenti a studiare gli esiti della teoria di Cantor sugli infiniti attuali – che, secondo la Putino, la Weil sarebbe arrivata ad un proprio concetto di «intima estraneità» (p. 33). L’«intima estraneità» indica la relazione psichica con qualcosa che è esterno, ma che, proprio per questo, è più interno a ciò che è interno, che tocca nell'intimo, che apre all'infinito a partire dal qui e ora, da ciò che questa singolarità, questo corpo possono. A partire dalla relazione con il fratello la Weil percepisce che per lui soltanto, e non per lei, possono essere spalancate le porte della conoscenza. Comprende che solo attraverso «un significante raccolto in sé» (p. 37), avvertito fino in fondo, lei avrebbe trovato parola: è un aspettare che «qualcosa» (p. 22) venga, qualcosa che non è incluso nell’ordine contabile, non previsto e non prevedibile, e che, in quanto altro, al di fuori, la tocca e ha la forza di dare alla sua estraneità, che è la condizione femminile, una possibilità di accedere al molteplice, alla conoscenza. La conoscenza si realizza e si concretizza attraverso un incontro, l’apertura all’altro. È dalla condizione femminile che nasce la possibilità di accedere alla realtà, ad una visione del reale non parziale. Da qui la differenza sessuale. È dalla sventura, è «dal simbolico che non tiene» (p. 44) che inizia il passaggio, da un fuori ad un altro fuori si passa all’altro, alla relazione con un “tu”. È l’amore ad aprire il passaggio all’infinito. Attraverso l’amore si fa una scelta politica, si ha un’autentica apertura all’altro, lo straniero, si crea uno spazio di relazioni che aprono all’in-comune con l’altro, e tale in-comune tocca l’intimo e apre alla conoscenza. In altre parole, è un lasciarsi andare a ciò che capita in un «incondizionato» (pp. 167-168). È proprio da quell’incontro che «l’impossibile» (p. 148) di trovare una parola propria diventa possibile. È da qui che si può insegnare l’insegnabile, aprirsi all’altro, come ricerca con un “tu”, con un collettivo. Dunque è dalla relazione che si arriva al pensiero, alla relazione amorosa. La Weil viene letta dalla Putino come una pensatrice della differenza femminile, che si mostra nella sua capacità di scompigliare e rompere l'ordine fallocentrico, simbolico maschile. Le donne «non abitano, sono deprivate di simbolico» (p. 166) o, per meglio dire, di quel simbolico (l’ordine maschile) che permette di stanziarsi: ma, a partire da questo luogo estremo, legato alla crudezza di un destino simbolico volto all'esclusione, è possibile «un ribaltamento nella spiritualità pura» (p. 155). Così l'essere donna sta a significare la capacità e la possibilità di vedere nel reale l'altro e non il sistema, la singolarità incarnata e non la costruzione cumulativa e contabile. Insomma in maniera sottile è un invito alle donne a non omologarsi all'ordine simbolico dato, quello fallocentrico, che è poi l'unico tuttora vigente, come ordine costruttivo, compatto e contabile, ma a porsi sempre dal lato di quell'irriducibile che può sovvertire i giochi già fatti e aprirsi ad altro, per far emergere un altro ordine di rapporti. È la ricerca di uno spazio di amicizia che non cerca l'unità come similarità di posizioni o di pensieri, ma la disponibilità ad aprirsi ad altro senza invadere e saturare lo spazio dell'incontro con le proprie proiezioni o immaginazioni, ma lasciandolo vuoto, disponibile a niente, perché solo in questo modo è capace di far passare l'infinito. È così che avviene l'incontro con un fuori che non è padroneggiato né posseduto dal soggetto, ma che sempre gli sfugge. Poiché «l'intima estraneità» (p. 129) è ciò che non si possiede, occorre accettare questa perdita del proprio, del possesso, del potere, per entrare in una relazione con l'altro governata non dall'etica della fraternità o della solidarietà, ma dal movimento passionale che consente l'accadere del desiderio. In definitiva ciò che viene ad essere in comune fra noi e lo straniero è proprio ciò di cui non possiamo fare esperienza insieme, ma che appunto per questo ci attrae e ci unisce a partire da una divergenza incolmabile. «Grazia» (p. 169) è il nome di ciò che, in Weil, compare nella relazione quando c'è assoluta fedeltà alla carne e alla sua nudità, quando, cioè, ci si mostra per quello che si è. Là, senza possesso e senza pretese, possiamo abitare, perché «ciò di cui siamo fatti è un'intima estraneità» (p. 170).
|
|
||||||||||||||||||||||