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  ottobre 2010                                          
                                               
 

Il cuore come intruso

Recensione di J. L. Nancy, L'intruso, trad. it. a cura di V. Piazza, Cronopio, Napoli 2000, pp. 50 (ed. or. Galilée, Paris, 2000).

A cura di Bettina D'Agostino

Jean-Luc Nancy, filosofo contemporaneo, con L’intruso testimonia la sua esperienza del trapianto di cuore e denuncia il fatto che la legge non prevede l’obbligo di informare il destinatario del trapianto su che cosa lo aspetti in futuro, sulla qualità della sua vita futura. Sembra che tutto possa essere deciso totalmente e solo dai medici. Nancy racconta e riflette filosoficamente su cosa significhi vivere nel e col cuore di un altro, vivere grazie al dono della vita/morte di un altro, dopo aver subito il trapianto di cuore ed essere diventato un mutante, cosa che la tecnologia medica ha permesso. Il filosofo esamina cosa vuol dire sentirsi estraneo a se stesso, aver perso la propria identità somatica a causa del rigetto e della possibilità di sopportare il trapianto solo con la ciclosporina, che abbassa le difese immunitarie. Queste terapie, da una parte, consentono di vivere, dall’altra portano all’insorgere di infezioni endogene, al cancro e ad ulteriori cure invasive e devastanti. Se è questo il prezzo della sopravvivenza ne vale davvero la pena? E chi è questo io intruso a se stesso?

La riflessione del filosofo è centrata non solo sul significato e sulle conseguenze di un trapianto di cuore, ma anche sul valore etico-politico dell’ospitalità. L’accoglienza, che il nostro corpo riserva al cuore di un altro, equivale all’ospitalità che dimostriamo nei confronti dello straniero, che ha nello stesso tempo qualcosa di familiare e qualcosa di pericoloso e clandestino. Poiché l’intruso è straniero, non farà mai parte di noi totalmente, rimanendo, appunto, straniero. Nel suo venire e introdursi in noi, non gli è da noi riconosciuto nessun diritto, nessuna familiarità, nessuna consuetudine. L’intruso è tale perché non ha diritto d’ingresso né tanto meno è aspettato e ricevuto, per questo è anche straniero. Intruso è ciò che si manifesta con sorpresa, di forza, senza il nostro permesso, ciò che non attendiamo, quindi è ciò che non può essere accolto.

La notizia della necessità di ricevere un trapianto fu accompagnata nell'autore dalla sensazione fisica di un vuoto, «di essere caduto in mare pur restando ancora sul ponte» (p. 14). Ciò che si avverte inizialmente come intruso è il proprio cuore, quando «era fuori uso» (p. 16): diventa estraneo. La tecnica attuale ha dato all'uomo la possibilità di ricevere un trapianto: il tempo della tecnica propria di questa epoca è il tempo del termine del proprio cuore e dell’inizio di un altro cuore.  

Intruso diventa il proprio cuore che non funziona più: viene meno qualcosa che sembrava dover accompagnare sempre la propria persona. Il trapianto inizialmente sembra essere una «restitutio ad integrum» (p. 24), in quanto permette di ricevere un nuovo cuore che batte, che viene fatto passare come dono dell’altro. Si parla di solidarietà o addirittura di fraternità tra il donatore e il ricevente, ma questa, secondo l'autore, è solo una strategia per convincere a donare gli organi. Il dono è diventato un «obbligo elementare» (p. 24) dell’intera umanità, in cui ciò che si condivide è la vita/morte. L’una si connette all’altra: l’incomunicabile comunica. Ma immediatamente scompare il concetto di dono dell’altro, ciò che vogliono far passare come complicità, come intimità tra il proprio sé e l’altro. Infatti, l’altro si manifesta come estraneo, si manifesta attraverso il rigetto: il sistema immunitario rigetta quello estraneo, quello dell’altro. Il rigetto è la manifestazione di ciò che è intollerabile dell’intrusione dell’intruso e che, senza terapia, può portare alla morte: in altre parole il trapianto mette in una condizione di doppia estraneità, quella del cuore trapiantato, che l’organismo identifica e attacca in quanto estraneo, e quella in cui la medicina pone il paziente trapiantato per proteggerlo. La medicina abbassa le difese immunitarie del trapiantato perché possa sopportare l’estraneo. L’abbassamento delle difese immunitarie provoca il cancro, della cui possibilità al paziente non era stato detto nulla dai medici: la ciclosporina, se da una parte permette  di sopportare il trapianto di un organo, dall’altra provoca l’ulteriore intrusione violenta del cancro, della chemioterapia e della radioterapia. Da questa avventura si esce sperduti. Ci si sente oscillare tra stati di estraneità non ben definiti, tra dolori, impotenze, cedimenti. Non si è più in grado di riconoscersi, ma lo si fa solo attraverso il dolore e la paura.

Questa è la vita di un malato e di un vecchio, condizioni nelle quali Nancy non si identifica («ma non sono nessuno dei due» (p. 31)). Ciò che guarisce è ciò che attacca e infetta, ciò che permette di vivere è anche ciò che invecchia prematuramente. Nancy, infatti, dice di essere ringiovanito ed invecchiato nello stesso tempo: il suo cuore ha vent’anni in meno rispetto alla sua età anagrafica e il suo corpo ne ha almeno dieci in più. Sembra di non avere un’età propria e non più propriamente un’età. L’io proprio si allontana verso luoghi inafferrabili e cade in una intimità più profonda di ogni interiorità, l'io diventa la malattia, la medicina, il cancro, l’organo trapiantato. L'io, risultato della moderna medicina, è l’inizio di una mutazione: questa è l’espressione della capacità dell’uomo di superare infinitamente l’uomo, questa «è la morte di dio» (p. 34). L’uomo diventa artefice di se stesso, capace di snaturare e di rifare la natura, capace di creare dal nulla e giungere al nulla.

In definitiva, l’intruso viene da dentro, coincide con l’uomo stesso, l’uomo che è in continua evoluzione, privo di una propria identità, nomade nella vita, viandante gettato nel mondo, l'uomo che non ha più certezze né radici né stabilità, l'uomo che inesorabilmente insegue il mutamento inarrestabile della vita, intruso nel mondo come in se stesso.