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| settembre 2010 | |||||||||||||||||||||||
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Cascare dal sonno
lentamente, allontano da me i miei progetti. Ma il potere della mia volontà o della mia coscienza si ferma qui. C’è dunque un momento in cui il sonno “viene”, si posa su questa imitazione che gli proponevo e io riesco a divenire ciò che fingevo d’essere: questa massa senza sguardo e quasi senza pensieri, inchiodata in un punto dello spazio, e che non è più nel mondo se non per l’anonimo vigilare dei sensi. Quest’ultimo legame rende possibile il risveglio: le cose rientreranno attraverso tali porte socchiuse e il dormiente tornerà al mondo (M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, trad. it. a cura di A. Bonomi, Bompiani, Milano 2003, p. 231).
J.L. Nancy, Cascare dal sonno, trad. it. a cura di R. Prezzo, Raffaello Cortina Ed., Milano 2009 (ed. or. Galilèe, Paris, 2007), pp. 104.
Con Cascare dal sonno Jean-Luc Nancy descrive filosoficamente e poeticamente l’esperienza inconscia del dormiente, l’entrare nella notte, il cadere nel sonno. Il sonno viene da altrove. Ci cade addosso e ci fa cadere in lui. Il sonno è indotto dal cullare, perché è una cadenza, un dondolio, una caduta, uno sprofondamento, un venir meno che fa diventare tutto indistinto . Non c’è tensione in questo stato in cui si cade e che accomuna tutti, perché si scivola così in fondo che la differenza viene meno. Chi dorme si nutre, si alimenta, non di qualcosa che viene da fuori, ma si nutre delle proprie risorse, assimila se stesso, per cui il sonno è una caduta di ognuno in se stesso, dove la soggettività non si distingue più ma vede, percepisce: riesce a vedere e a percepire grazie al sogno o, meglio, grazie alla capacità del sonno di essere cosciente del suo essere inconscio. Per questo Nancy afferma che la caduta (l’entrata nel sonno) non è una perdita di coscienza, ma l’immersione cosciente della coscienza nell’inconscio (nel sogno). Per dirla con parole diverse, il sonno è un processo fisiologico attivo, che consente al cervello di comunicare con se stesso e alla mente umana di ripristinare le sue indispensabili qualità. Il sonno è un ritorno ad uno stato intimo, cioè un ritorno al proprio sé, (per sé si intende ciò che si mostra per quello che è indipendentemente dagli altri). Tale ritorno è reso possibile dal momento che nella veglia si annulla il proprio io (l’io inteso come frutto dell’interazione sociale e culturale) e si annulla ogni domanda sul chi sono. È un ritorno ad uno spazio indistinto, ad un non-luogo, che viene definito da Nancy il luogo dell’oscillazione, tra c’è e non c’è, sono e non sono: è il dondolio della ninnananna. Infatti, qualunque sia l’età, nessuno entra nel sonno senza una “culla”. Il dormiente regredisce a una situazione arcaica da cui non può staccarsi, ritorna al tempo prenatale, dove sente solo se stesso, il proprio respiro, il battito del cuore. Il sonno è un ritorno al grembo materno, ossia un viaggio sul posto, che quotidianamente l’essere umano fa e che si realizza attraverso il sogno, che non è altro che l’immagine della sua vita allo stato iniziale, nascente. Il sonno è il ritorno ripetuto, di ciascuno e di tutti, a quell'inizio oscuro e tragico dell’essere umano, che viene abbandonato nelle mani della vita, di una vita lasciata al suo destino. Il sonno è anche la caduta del giorno nella notte, una notte, però, che non è tanto quella che circonda il dormiente e che dall’esterno scende su di lui, dato che il dormiente riposa anche in pieno giorno, ma quella delle «palpebre abbassate» (p. 15), quella che egli «fa discendere da se stesso in sé» (p. 16). Si tratta della notte dell’io, dell'io che perde la sua luce, fino a raggiungere un fondo oscuro in cui soggetto e oggetto, io e mondo diventano tutt’uno, indistinti. Nel sonno «sono», «siamo», tutti, gli uni come gli altri: «tutti i dormienti cadono nello stesso identico e uniforme sonno, il grande sonno uguale del mondo» (p. 49). In altre parole, il sonno sposa la causa della notte che è quella della sua insistente rivendicazione di uguaglianza, un’uguaglianza che è la comune misura del grande sonno uguale della terra e degli esseri singoli e allo stesso tempo plurali. Ma qualcosa resiste all’abbandono e questo sonno diventa sogno. Il sogno si riveste della visione politica o, meglio, si realizza come sonno-sogno di uguaglianza che si leva contro un mondo che ha colonizzato la notte, un mondo che ha rinunciato al suo ritmo e alla sua musica, che è perciò «senza sonno né veglia» (p. 32) e in cui tutto si livella nell’ineguaglianza, rendendo il sonno stesso devastato dall’ineguaglianza, dove i dormienti sono abbattuti, vinti di giorno e di notte, non propriamente addormentati. In altre parole, è possibile che il mondo dorma in piedi, che vegli assopito, privo di ritmo, e, se si è privato di ritmo, cioè di anima, si è tolto la possibilità di vedere i propri giorni e le proprie notti, diventando un banco di merci, non uguale, ma, al contrario, ineguale al punto da rendere il sonno devastato dall’ineguaglianza. È come dire dormire in un mondo senza ninnananna, senza un ritornello, senza capacità di oblio, senza inconscio: è un dormire senza anima. Ma mai dorme l’anima. L’anima è la vedetta di chi dorme. Veglia in mezzo al sonno e non dorme perché veglia. È il ritmo, è «l’ombra dolcemente danzante che veglia» (p. 65), così come il sonno è una sospensione e ciò che rivela è il frutto della capacità di mettere tra parentesi, della sospensione della realtà. Allora il sonno mostra all’uomo il suo luogo come quel luogo in cui non può insediarsi, perché è il proprio fondo, un fondo inafferrabile, ma in cui deve e può continuare a nascere, perché è il momento in cui compare a sé, agli altri, al mondo.
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