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  dicembre 2010                                        
                                             
 

Intervista ad Antonello Caporale

di Tommaso Mauro

Per il numero di dicembre siamo riusciti a metterci in contatto con un importante giornalista de La Repubblica, Antonello Caporale, con cui abbiamo parlato di tutto ciò che il panorama culturale e politico italiano offre in questi giorni.

Giornalismo, filo disteso tra realtà e apparenza, cos’è più importante?

«Il giornalismo è testimonianza. Ma, nella testimonianza, l'opinione di colui che la riporta è condizionante, prevalente. Osservare la realtà non è un'attività neutra. I miei occhi non sono uguali a quelli degli altri, i dettagli che colgo sulla scena principale possono mutare l'inquadratura, il significato di quella stessa scena. Dunque, l'opinione è un dato costitutivo del giornalismo, che, per non vederla deviata in faziosità, deve curarsi di essere onesto intellettualmente. Ecco: a volte l'onestà manca e il vero diviene falso o anche la notizia falsa viene accreditata come vera».

Politica e giovani, due mondi a confronto, che però si respingono: perché?

«I giovani reclutati dalla politica sono nella condizione di portaborse, di moderni servi di questo nostro tempo. Non importano ai potenti le loro idee, speranze e sogni. Non interessa metterli alla prova anche perché spesso i giovani risultano impigriti, timorosi, neanche troppo arrabbiati. Non fanno paura e, dunque, semplicemente non interessano al potere».

Italia regno d’idee ma di poca pratica, perché tutto questo?

«Gli Italiani hanno molti pregi, ma moltissimi difetti. E, cosa ancora più grave, fanno finta di non accorgersene. Si sentono eternamente innocenti».

Si parla di riforma del sistema universitario, quali sarebbero i pregi di un’università privata sul modello U.S.A.?

«Il sistema scolastico avrebbe dovuto godere di investimenti e di passione civile e culturale. Mancano i soldi e manca anche la passione. E pian pianino si costruisce un'autostrada verso un futuro in cui l'eccellenza sarà costituita dall'università privata. Con i soldi si comprerà il sapere».

Giovani e lavoro: si fugge dagli antichi mestieri perché la laurea paga di più o perché si è  vittime della mentalità italiana, secondo cui senza titolo non si è nessuno?

«Questa corsa frenetica alla laurea, che poi in due casi su tre non arriva, è il segno di una cultura che ha visto nei mestieri dell'artigianato, in quelli dove la manualità è prevalente, l'idea di un ritorno alla povertà. Questo nostro tempo ci dice che niente è più falso di questa convinzione».

Sanità d’esportazione o solo polvere da nascondere sotto il letto?

«La corsia d'ospedale è divenuto l'unico luogo in cui i partiti raccolgono proseliti. Luogo di spesa e luogo di clientele. Quando manca la passione il danaro risulta il sostituto funzionale dell'apparato dei partiti e i cittadini divengono semplicemente dei clientes».

Partiti, nomen omen, non crede che la realtà politica italiana si sia troppo frammentata per rispondere alle reali esigenze di una nazione che per prima cosa necessita di unità? Esistono i partiti?

«Io chiedo: esistono ancora?»

L’Italia vista attraverso la pellicola Benvenuti al Sud, un esempio della moderna Italia o solo un ritaglio di un paese invisibile?

«Benvenuti al Sud è un bel film che consiglio di vedere. Alcuni stereotipi, alcune forzature non sottraggono alla riflessione su quanto siano insopportabili alcuni pregiudizi».

Dante colloca gli ignavi fuori dagli inferi perché sarebbero stati derisi dagli altri dannati: ora come ora, quanto costa prendere una decisione in politica, sapendo che la vita di un partito è subordinata ai continui scossoni tra opposizioni?

«Senza passione non c'è decoro e senza idee manca il futuro. Ma ciascuno di noi non è immune da responsabilità».

Giornalismo e lavoro, quanto paga, se paga, essere penna bianca tra penne di partito?

«Paga essere onesti e paga denunciare. Paga far bene il proprio mestiere. Ti fa sentire un po' più libero e un po' più utile».

Fotografia tratta da www.festivaldelgiornalismo.com

 

   


Antonello Caporale...visto da se stesso*

E’ un paese di quasi quattromila abitanti, in provincia di Salerno. Si chiama Palomonte. Sono nato lì nel 1961, quasi al confine tra la Campania e la Basilicata, nell’area più povera (Manlio Rossi Doria la definiva l’osso, contrap-ponendola a quella ricca, la polpa) del Sud. Avevo diciannove anni quando ho assistito e vissuto una delle più grandi tragedie nazionali: il terremoto del 23 novembre 1980 che sconvolse campagne e villaggi della Campania e della Basilicata. Quell’esperienza, la distruzione e la morte, poi la ricostruzione e lo spreco che ne seguì (agli italiani la vicenda è nota come Irpiniagate), hanno segnato i miei primi passi da adulto. A Repubblica ho messo infatti piedi la prima volta, era il 1985, come cittadino denunciante!
Mi sono laureato in Giurisprudenza a Salerno nel 1985 (tesi sui limiti e le incongruenze della legislazione d’emergenza per le aree terremotate), poi a Roma ho conseguito il master Luiss in giornalismo e comunicazioni di massa. Stage a Repubblica nel settembre del 1988 e assunzione a giugno del 1989. Non ho dunque conosciuto il precariato, la mobilità, il disagio quando non la disperazione dei tanti giovani colleghi che intendono fare questo mestiere.
Sarei quindi un pollo da batteria: nato, cresciuto (e un po’ – si dice così? - pasciuto) nello stesso allevamento. Dal primo giorno mi hanno sistemato nella redazione politica. Col tempo mi è venuta voglia di raccontare la politica attraverso i dettagli, le minutaglie del Palazzo. Io penso che a volte il dettaglio illumini meglio la scena principale. Mi piace osservare la scena di lato; mi intriga conoscere le seconde e le terze file della politica; mi incuriosisce la vita di queste persone: vite disperate, a volte dei gran fetentoni, altre volte oneste e capaci. Da questo mio desiderio sono nate, sempre su Repubblica le interviste senza rete (raccolte in un volume dal titolo: La Ciurma, Incontri straordinari sul barcone della politica).Il breviario, pillole quotidiane di vita politica, è il titolo della rubrica che firmo sul giornale.

Ma il Palazzo stanca. Raccontare il nostro Paese significa per me, innamorato dei dettagli, andare e scoprire un po’ la larga e lunga provincia italiana. In periferia si trova il volto migliore e anche il peggiore dello Stato: purtroppo sul giornale racconto unicamente il peggio. I giornali, si sa, amano più le cattive notize delle buone. Sprechi, truffe. La malapolitica. La MalaItalia. Riverso sull’edizione online del quotidiano, nella rubrica Piccola Italia, quel che leggo, vedo, ascolto. I racconti di come spendiamo i soldi, di come li gestiamo, della responsabilità e irresponsabilità dei comportamenti di chi amministra e decide.


* Tratto dal blog di Antonello Caporale