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  gennaio 2011                                          
                                               
 

Tron – Legacy (regia di J. Kosinski)

A cura di Tommaso Aliberti

 Gli anni ’80 sono stati un periodo fondamentale per il cinema di fantascienza che finalmente riuscì a trovare una propria dimensione e dignità al di fuori del brufoloso recinto dei b-movies in cui era stata confinato già a partire dagli anni ’50. Basti pensare a titoli come Terminator, Alien, Blade Runner e Ritorno al futuro per renderci conto che i bei tempi dei film che raccontavano di improbabili invasioni di alieni malefici venuti dallo spazio, che somigliavano a lavatrici o aspirapolveri, erano belli che finiti. La fantascienza, insomma, aveva smesso di essere la parodia di se stessa e, messi da parte gli alieni a mo’ di elettrodomestici, era diventata qualcosa di serio.

E che cosa c’entra questo con Tron - Legacy? Più o meno niente. Almeno non direttamente. Ma come molti di voi (non)sapranno Tron - Legacy ha un prequel del 1982, Tron, che, per farla breve, è praticamente identico a Tron - Legacy tranne che per gli effetti speciali e per il fatto che Tron aveva un senso mentre Tron - Legacy proprio non ce l’ha. Il senso del primo Tron è proprio lì, negli anni’80. Ma andiamo per gradi. Le trame dei due film si somigliano molto. Nel primo un giovane programmatore di videogames, vestito da “paninaro”, cerca di riappropriarsi dei propri programmi che la spietata company per cui lavorava gli ha sottratto e durante tale missione si ritrova per caso digitalizzato in una realtà virtuale in cui una entità malvagia – il computer che guida la società - costringe i malcapitati a cimentarsi in mortali giochi di destrezza. Nel secondo film, invece, il protagonista, un giovane palestrato vestito da “figone” trasandato, figlio del “paninaro” di cui sopra, cerca di riappropriarsi del padre che una spietata company, per cui dovrebbe lavorare, gli ha sottratto – o almeno così crede - e durante tale missione si ritrova, per caso, digitalizzato in una realtà virtuale in cui una entità malvagia – un programma inventato dal padre - costringe i malcapitati a cimentarsi in mortali giochi di destrezza. Insomma, Tron - Legacy di certo non sarà ricordato per l’originalità del plot. Ma, a differenza del suo predecessore, non sarà ricordato nemmeno per l’originalità dell’argomento trattato e per l’impatto visivo precursore e all’avanguardia. Infatti, Tron uscì nelle sale nel 1982 e fu uno dei primi film sulla realtà virtuale, tema che fu trattato attraverso un uso innovativo della computer grafica, che allora era appena agli albori. Tron – Legacy, invece, tratta sì della realtà virtuale ma in anni in cui di questo argomento si discute anche al circolo cacciatori o a quello bocciofili, per di più lo fa basando tutta la propria fascinazione su di un uso massiccio degli effetti speciali, a cui anche i palati meno smaliziati saranno ormai belli che abituati.

Per farla breve e ritornando a parlare di quel “senso” che solo uno dei due film ha, possiamo dire che in anni in cui il walkman era rivoluzionario, i pc casalinghi avevano la stessa potenza di calcolo di un quaderno a quadretti, i giovani cominciavano a perdere diottrie guardando filmini da zozzoni sui loro nuovi e fiammanti VCR e internet era pura fantascienza, Tron proponeva qualcosa, se non di rivoluzionario, sicuramente di nuovo e di interessante in una confezione che oggi sembrerà puro modernariato ma che per il tempo non era affatto male. Stessa cosa, aggiornata ai nostri giorni, non si può dire di Tron - Legacy che resta un film per amanti del genere film “con quello che ha fatto il Grande Lebowski” – il mai troppo osannato Jeff Bridges – e per quelli che senza fantascienza non riescono proprio a stare. Un ultimo commento va fatto al 3D, che in Tron - Legacy ha lo stesso ruolo del colore per il film Il mago di Oz (il mondo reale in 2D sta a quello digitale in 3D, come il mondo reale in bianco e nero sta a quello di Oz a colori). Se non avete soldi da buttare evitate il 3D! Ormai si è bello che capito che per il 3D vale quello che Fantozzi asserì – durante un famoso discorso – riguardo al capolavoro del maestro Sergej Ejzenštejn La corazzata Potëmkin...