|
|
|
||||||||||||||||||||||
| marzo 2011 | |||||||||||||||||||||||
|
Cambiare il sud. Da dove cominciare?
di Stefano Concilio
Durante la mia adolescenza, trascorsa tra le province di Salerno e di Napoli, ho sempre considerato la difficoltà a rispettare le leggi o le regole, maltrattare i luoghi pubblici, ritenere che ci si possa far giustizia da soli quando si riceve un torto, screditare lo Stato ad ogni occasione, come aspetti normali della società di cui facevo parte. Si trattava, per me, di una serie di tipicità locali come parlare il dialetto o, addirittura, mangiare il ragù di domenica. Diversi anni dopo, invece, essendo emigrato al nord per insegnare in una scuola primaria veneta, ho cominciato a chiedermi se quelle convinzioni avessero una spiegazione. Spinto dal fatto di essere immerso in una realtà molto diversa, ho cominciato a cercare delle risposte. Lo studio della storia è stato una delle strade che ho intrapreso per raggiungere il mio obiettivo e ho cominciato ripercorrendo all’indietro le tappe più importanti della storia italiana alla ricerca di prove tangibili che spiegassero le origini di quel modo di pensare.
La prima repubblica, il ’68, il boom economico degli anni ’50, la seconda guerra mondiale, il fascismo, la prima guerra mondiale, il periodo giolittiano. Niente di tutto ciò poteva spiegare la differenza di mentalità tra nord e sud perché esse già esisteva prima. Poi, in una serata d’inverno, mi sono occupato del Risorgimento e, più precisamente, del brigantaggio. Uno shock! Fino a quel momento, come la stragrande maggioranza degli italiani, ero convinto che Garibaldi fosse un eroe, Vittorio Emanuele II un galantuomo e che i briganti fossero brutti, cattivi e, soprattutto, pochi. Solo poche ore dopo ho dovuto cambiar idea. Non voglio qui entrare nel merito dei singoli fatti, sarebbe impossibile. Mi basta dire soltanto che si è trattato di guerra civile tra italiani, durata circa 15 anni, con enormi ingiustizie subite dai nostri trisnonni o dai loro papà. Da quel momento tutto mi è parso chiaro. Quelle che fino a quella notte consideravo inspiegabili tipicità locali avevano finalmente una spiegazione. Esse non facevano parte del “patrimonio genetico” del meridionale (come qualcuno ancora crede) ma erano convinzioni (e comportamenti) nati in un momento storico preciso e rivolte contro un particolare Stato, il neonato Stato italiano. Si tratta, in sintesi, di ciò che è arrivato fino a noi della reazione avuta dai cittadini meridionali alla conquista sabauda del sud. Il meccanismo potrebbe essere stato più meno questo: le convinzioni sono maturate da fatti reali e traumatici e siccome hanno riguardato tanti cittadini si è formata una cultura (o mentalità) popolare. Questa cultura popolare, nemica dello Stato, è arrivata fino a noi attraverso la tradizione (cioè attraverso gli insegnamenti da padre a figlio).
A mio avviso si può affermare che, per reazione a quei fatti, ci siamo “messi di traverso” rispetto al processo di unificazione dell’Italia. “Avete fatto l’Italia”? Si! “Ora vorreste fare gli italiani”? No, grazie! Chi oggi mette in atto comportamenti avversi rispetto allo Stato non sa per quale motivo lo fa. Certi comportamenti vengono messi in atto semplicemente perché si è sempre fatto così. Ad esempio, così come all’epoca, ai soldati che rappresentavano lo Stato, venivano nascosti i viveri tenuti in casa, oggi vengono nascoste al fisco le reali possibilità economiche di una famiglia (evasione fiscale)!
A complicare le cose ha contribuito il fatto di aver nascosto la verità sulla durezza di quella guerra, forse per paura che l’Italia si spaccasse, producendo un altro effetto negativo. Non sapendo che si è trattato di una vera e propria guerra, da noi persa, non abbiamo potuto mettere in atto quel meccanismo che si chiama “elaborazione del lutto” attraverso il quale le persone riescono ad uscire da situazione molto dolorose. Ciò ci ha spinto verso una serie di chiusure e di rigidità culturali che hanno alterato la normale evoluzione della nostra società.
Visto il punto dove ci troviamo oggi, possiamo uscire da questa situazione? E in che modo? Le cose da fare sono certamente tantissime ma ritengo che si debba cominciare dal curare la nostra ferita mai completamente rimarginata e per far questo l’unico modo possibile è fare i conti con la verità. La verità è rischiosa ma, in quanto capace di generare una nuova consapevolezza, è la condizione necessaria per avere un visione diversa delle cose, di chi siamo e di chi vogliamo diventare. Solo così riusciremo a voltar pagina e a mettere in atto soluzioni efficaci per risolvere i problemi del sud ma anche dell’Italia. L’Italia si sta lentamente sfaldando e dobbiamo far presto. C’è bisogno di trovare il coraggio di guardare veramente alle sue fondamenta e provare a ripararle.L’Italia, nel suo complesso, non sembra avere né la forza e né la volontà di fare tutto questo. E se questo atteggiamento dovesse persistere, allora vorrà dire che ci dovremo assumere le nostre responsabilità. Ricercare la verità e riscrivere la storia sarà un nostro compito, un compito di noi meridionali! |
|
||||||||||||||||||||||