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  febbraio 2011                                          
                                               
 

Il giorno della memoria

di Simona Lodato

Drin… drin… Pronto?… Ciao Simona, è la redazione. Domani dovresti andare al Comune, alla consegna delle medaglie d’onore ai sopravvissuti dei lager nazisti della provincia di Salerno, ok?… Ok! Vado!

Pensavo ad una giornata come tante, un impegno di lavoro come molti ed invece ...un incontro diverso, una mezz’ora intensa, viva, che mi ha toccato l’anima fin nel profondo. Un’occasione di riflessione come poche. Arrivo puntale come sempre, entro nel Salone dei Marmi del Comune di Salerno, imponente ed austero, prendo posto, non proprio davanti, perché quei posti erano tutti riservati alle autorità, sindaci, forze armate e chi più ne ha più ne metta. La cerimonia ha inizio. L’inno di Mameli irrompe nella sala, scuotendo quell’aria pesante, tesa, che vi era all’interno, i petti si gonfiano, gli sguardi si inorgogliscono, la pelle si rizza, l’inno nazionale fa sempre il suo effetto.

La cerimonia continua, tanta retorica, tante frasi di circostanza, tanti bei pensieri e tutti sono presi da quelle dolci note che incantano l’udito.

Io scruto, osservo sistemate in un angolo tante piccole figure, ricurve su se stesse, tremanti, impaurite, che si vergognano per tante attenzioni e per tanto clamore. Persone umili, semplici che mai e poi mai avrebbero pensato di essere i protagonisti di un’intera mattinata, denominati eroi, elogiati e lodati, forse neanche avrebbero mai immaginato di uscire vivi dai quei campi di morte, figuriamoci di ricevere una medaglia all’onore.

Ogni ruga narrava, più di qualsiasi altra parola, le terribili esperienze che la guerra aveva impresso sul loro viso. Miseria, fame, stenti, continue umiliazioni, angoscia e sogni infranti.

Avevo davanti a me un’immagine disarmante. Avevo dinanzi ai miei occhi la STORIA, proprio quella storia che avevo letto e riletto nei libri, quella storia narrata nei film e nei racconti. Erano proprio loro gli “sfortunati”…eccoli lì!

Flash e telecamere riprendevano ed immortalavano ogni istante. Una bella notizia per i media. Ma lì c’era molto di più di un semplice incontro istituzionale, di una passerella di politici, molto di più di una notizia da scrivere. Mi ero sempre chiesta che aspetto avessero le linee dei loro volti, come fossero le loro mani, mani di chi ha lavorato in Russia, mani di chi ha raccolto uomini senza vita, mani di chi ha ucciso per non essere ucciso. Persone come tante. O quasi. Lo sguardo di ognuno di loro, pregno di malinconia e di sofferenza, li rendeva speciali. Il loro silenzio urlava più di qualsiasi ugola ben allenata, un silenzio rotto dal pianto, straziante, devastante, penetrante. Già, quel tacere penetrava fin dentro le ossa, trapassando ogni strato di pelle, di tessuto.

Una mestizia e un senso di colpa infinito. Colpa del vivere nel mio presente, sebbene non manchino gli enormi disagi, ma pur sempre coccolata da mamma e papà, in una stanza con un letto caldo su cui fare dolci sogni, con libri distesi sulla scrivania tra il Pc e il telefonino. Mi sento in colpa perché forse quello che noi oggi facciamo non è abbastanza, forse non è riconoscente da parte nostra sprecare, buttare, comprare convulsivamente tutto. Mi sento in colpa perché hanno dovuto istituire, il 20 luglio 2000, una legge che introduce nel calendario italiano delle ricorrenze ufficiali, una data per ricordare il nostro passato, quello che siamo stati e che siamo. Mi sento in colpa perché la nostra memoria storica non ci rimembra che il secondo conflitto mondiale si è combattuto sulla stessa terra in cui noi oggi posiamo i nostri passi, terra che un tempo era zuppa di sangue riverso e di fiori che non sbocciavano più, arida, secca, vuota come la nostra memoria. Memoria troppo corta per ricordare. Ricordare la ferocia nazista, il coraggio dei partigiani, della gente semplice che cercò di salvare vite umane. Mi sento in colpa perché la memoria dei massacri nazisti in Campania è totalmente oscurata e non è stata trasmessa fra le generazioni, lasciando nell’oblio le stragi di Caiazzo, Bellona, Acerra, Capua e tante altre ancora. Tragedie dimenticate perché a morire fu per la maggior parte solo povera gente: contadini, operai, popolani, gente comune che non volle abbandonare le poche ricchezze che possedeva. A chi volete che interessi la povera gente?

A questo punto mi chiedo a cosa serva un Giorno della Memoria, il Giorno della Memoria: ogni singolo giorno della nostra vita dovrebbe essere un Giorno della Memoria, un Giorno della Storia, ogni giorno della nostra vita dovrebbe essere un giorno per ricordare ed imparare dagli errori del passato. Il calendario dovrebbe servire solo per ricordare onomastici o per appuntare imminenti scadenze ed impegni, non la nostra Storia, non le sofferenze, non i nostri morti. Non dovremmo ricordare NOI stessi.

Noi siamo il prodotto di culture che hanno fatto l’amore tra loro. Noi siamo i Greci, i Romani, gli Ostrogoti, noi siamo figli dell’Unità di Italia, del Regno d’Italia, del fascismo e della Repubblica. Siamo i morti della cecità della ragione, della follia collettiva, siamo le vittime che si sono immolate in nome della democrazia e della libertà, siamo gli emigranti che hanno “colonizzato” il nuovo continente, siamo i briganti, i figli dei fiori e della Democrazia Cristiana. Siamo tutto questo e molto altro ancora. Tutti i giorni dell’anno, da oggi in poi, saranno per me, i Giorni della Memoria.

 

 

 

 

Immagini tratte dalla mostra a cura di Sergio Coalova, matricola n°82331 a Mauthausen

www.coalova.itismajo.it