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  novembre 2010                                          
                                               
 

Cecità

J. Saramago, Cecità, Einaudi, Torino 2005, trad. a cura di R. Desti, pp. 316 (ed. or. Caminho, Lisbona 1995).

 

A cura di Serena Talento

 

Non sapere dove andare, cosa fare, guardare con l’anima, con le mani, con il cuore, con l’istinto, guardare con ogni elemento interiore ed esteriore dell’essere umano, tranne che con gli occhi. Questa è la disperata situazione che Josè Saramago immagina e costruisce con maestria impeccabile in Cecità.: Ensaio sobre a Cegueira (Saggio sulla Cecità) è il titolo originale dell’opera pubblicata nel 1995 e tradotta in italia con il titolo di Cecità per esigenze editoriali. È un romanzo di una attualità spiazzante. Saramago si fa regista di una mastodontica allegoria che descrive minuziosamente la condizione dell’essere umano di tutti i tempi e di tutti i luoghi .

 

Lo scrittore portoghese ci porta in una città che non ha nome (o ha tutti i nomi), i cui abitanti, ad uno ad uno, all’improvviso, sprofondano in una cecità, in un “mare bianco”, senza alcun motivo. Sprofondano nel senso letterale della parola, perché si tratta di un abisso che tocca le corde profonde del loro essere. Sprofondano in un qualcosa a loro ancora ignoto. Questa cecità si caratterizza, però, rispetto a quella canonica, per un eccesso di luce. Davanti agli occhi dei ciechi Saramago disegna un mare bianco, un “mare di latte”, una luce abbagliante. Tale luce, che paradossalmente è l’unico sintomo di questa cecità inspiegabile, è chiamata nel romanzo “mal bianco”.

 

Privati del senso della vista, gli abitanti di questa città sono costretti a rielaborare i dati del reale in modi diversi rispetto a quanto facessero prima. Si sentono persi nel loro abisso “bianco”, che li costringe a relazionarsi tra loro con gli altri sensi in maniera affannata e disperata. Dallo spavento e dallo sgomento di questi personaggi Saramago plasma la figura dell’uomo così com’è, senza orpelli; lo denuda descrivendolo nella sua animalesca dimensione. L’essere umano è senza protezioni né finzioni: troppo debole per essere spavaldo, troppo spaventato per essere finto, si rivela per ciò che è.

Questo evento straordinario, la cecità, capovolge le logiche e le riduce in convulsi ed impacciati gesti di una semplice ed ancestrale umanità. Il “mal bianco” azzera la percezione del diverso, livella tutto e tutti come una grande colata di cemento. Tutti uguali ed in ugual misura sfortunati, non importa che tu sia un tassista o un medico, una prostituta o un ladro: questa condizione è uguale per tutti.

 

A riprova della disarmante uguaglianza, i protagonisti del romanzo non hanno nomi, ma vengono identificati attraverso il loro mestiere o attraverso le loro caratteristiche fisiche: il medico, il primo cieco, la moglie del medico, la ragazza dagli occhiali scuri, che è una prostituta, il ragazzino strabico, il ladro, il vecchio con la benda nera sull’occhio. L’importanza dei nomi, o meglio la non importanza dei nomi, è un elemento costante della poetica di Saramago; è una scelta di stile che allo stesso tempo nasconde ben altro. Già in Manuale di pittura e calligrafia pubblicato nel 1977 e considerato la prima prova narrativa dello scrittore portoghese, nonché un libro programma che già contiene in sé tutti i motivi dei libri futuri, alcuni protagonisti presentano come nome solo un’iniziale puntata, mentre altri, occasionali, hanno un nome definito dalla loro specifica funzione in quel contesto.

 

 Minuzioso nei particolari, in Cecità, Saramago ci fa vedere ciò che i protagonisti non possono vedere. Le parole diventano grandi lenti di ingrandimento, perché nel descrivere i gesti quotidiani di questi ciechi il poeta e narratore portoghese descrive in realtà i gesti interiori dell’essere umano. È uno zoom all'interno dell’uomo, una sonda nel profondo abisso dei suoi comportamenti. La metafora, l’allegoria vengono accese da nuove sfumature, importantissime ai fini di ciò che lo scrittore intende comunicare. Tutto descrive un messaggio altro. Persino il modo di scrivere di Saramago, senza alcun tipo di punteggiatura, se non virgole per dividere e dare senso ai periodi più complessi, pare indirizzare il lettore verso la riflessione difficile ma necessaria per comprendere il messaggio. Il discorso diretto si fonde nel discorso indiretto, perché tutto proviene da un’esigenza interiore, non esistono virgolette, i periodi si allungano come macchie, come forme di pensieri che si ingigantiscono e fioriscono nella mente con particolari che danno un effetto incalzante, incisivo, inquietante.

 

Questo romanzo si legge tutto d’un fiato, perché la profondità che riesce a raggiungere Saramago ci toglie il respiro. Ci induce a pensare, sollecita il nostro pensiero critico, quel pensiero che lui tanto amava, quella lucidità di cui ha tanto parlato e che spesso l’ha portato in contrasto con persone, case editrici, istituzioni. La sua parola è ruvida, scomoda, non ha mezze misure, contiene una coerenza sempre più rara a questo mondo. Una coerenza che proviene da un’onestà intellettuale, che solo un grande scrittore, un grande critico ed un grande giornalista può possedere.

 

La lente di ingrandimento di Saramago non lascia scampo al lettore, la sua intensità lo avvolge in un turbine di eventi crudi e drammaticamente reali. Saramago ci addormenta e ci risveglia. Il lettore, disorientato e spaventato allo stesso tempo, si chiede: cosa succederà? Che fine faranno questi ciechi? Chi sono questi ciechi? Perché sono diventati ciechi? Siamo noi questi ciechi? Forse il “mal bianco” riguarda anche il lettore, forse anche egli ne è affetto.

 

In una frase della moglie del medico, che rimane fino alla fine l’unica a poter usare gli occhi per guardare, sta tutto il romanzo di Saramago: «Il mondo è tutto qui dentro». Il mondo è nella camerata di un manicomio, in cui erano stati chiusi i ciechi, per debellare questo morbo che si espande a macchia d’olio. «Il mondo è tutto qui dentro», in quella camerata è il paradigma dell’umanità. Le scale sociali sono azzerate in un'unica discesa ripidissima. Non vi sono appigli. Non vi sono scuse. Non vi sono soluzioni. Occorre aspettare che il “mal bianco” se ne vada così come è venuto. Così, all’improvviso. Bisogna aspettare e sperare che tutto torni alla familiare, tranquilla normalità, se una normalità esiste. «L’incapacità di vedere significa che la vera immagine dell’inferno è proprio il mondo in cui viviamo», afferma lo scrittore portoghese, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, in un suo intervento all’Università Roma Tre, parlando dell’allegoria nel suo Ensaio sobre a Cegueira. Dunque, i ciechi siamo noi. E Saramago ci spalanca gli occhi.