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  maggio 2011                                          
                                               
 

Armando Saveriano, VERSOÑADOR (Scenari della mente)

a cura di Stefano Santosuosso

 

Armando Saveriano, critico letterario, poeta, maestro in arti sceniche, esperto in scrittura creativa nonché presidente fondatore dell’associazione culturale “Logopea”, è scrittore di ardua interpretazione. Viene naturale, dopo aver letto i suoi componimenti, affibbiare al poeta avellinese i versi scritti per altra referenza dal Sommo Poeta aretino: fu per mostrar quanto è spinoso calle, Et quanto alpestra et dura la salita, Onde al vero valor conven ch’uom poggi (Petrarca, R.V.F. XXV, 12-14). La questione spinosa è che il Saveriano, quando prende la penna in mano, non ha certo la mente rivolta al cantore di Laura e, quindi, non è nemmeno lontanamente inquadrabile, con termini che non rendono giustizia né all’uno né all’altro, come “imitatore” o “epigono” dell’eccellenza umanistica della letteratura italiana.

In Versoñador raccolta di rime sparse (R.V.F. I,1) nel tempo e dal tempo, l’erudito compositore avellinese potrebbe, semmai, richiamare alla memoria del lettore qualche asperitas dantesca disseminata qua e là nella Commedia del ghibellin fuggiasco (a dirla con Foscolo, Sepolcri 174).

Il problema della ricerca delle fonti nell’irpino Saveriano è arrovellante.

I motivi sono molteplici: da un lato, risulta complesso analizzare la poetica di un autore ancora vivente, anche per la mancanza di letteratura critica a riguardo; dall’altro lato, la versus constructio, le figure retoriche pittoresche e polifunzionali, i mutamenti semantici artificiosi e i neologismi calzanti, destabilizzano il lettore.

Eppure le coordinate geografico-poetico-pittoriche che rendono decifrabili le letture dello scrittore irpino sono indiziate dallo stesso autore nei suoi “esercizi di stile”, dando vita ad un’improbabile quanto paradossale caccia al tesoro, dove il verseggiatore si erge a giudice di una gara nella quale individuare le muse ispiratrici diventa una vera corsa ad ostacoli.

Una ricerca arzigogolata che diventa parossistica quanto si cerca di trovare il filo conduttore tra le immagini metamorfosate in versi sciolti (Pieter Bruegel, Gustave Moreau, Henri Matisse ed altri), le curve sonore di Erik Satie e Gustav Mahler (tanto per citarne alcuni) semantizzate in iuncturae giocate spesso in convulsioni paronomastiche, al limite anagrammatiche, ed, infine, le accorate note dei vari Percy Shelley, Walth Whitman, Erza Pound e della bellissima Anne Sexton.

A noi pare che il colto poeta si muova sapientemente su un campo minato e che riesca, quindi, a suonare il suo Olifante con quanto fiato abbia in un contesto storico-sociale che richiede coerenza, praticità e “versi rumoreggianti ma poco fastidiosi”.

Saveriano lo fa a modo suo, poco interessato a dinamiche politiche faziose, e se pur si abbandona a cantare il sociale (Threnos e Autobomba), dà voce al suo interiore, alle piccole cose quotidiane, lasciandoci intendere che, in una vita così abitudinaria, sono queste le cose che contano davvero.

Non c’è astio né gratuità nel verso “politicamente” impegnato; egli preferisce rifugiarsi nella sua principale ragione di vita: la poesia o, meglio, l’arte in generale.

Poco ci meraviglia, anche la trattazione dell’amore di e da qualunque elemento: mater dolcissima (in Penombre), velo straniante e sensuale (Ostrero), erotico e mai volgare nonostante il diretto trattare (I capelli di un’amante).

Tormentosi e ricorrenti gli indizi che ci portano a Dio o ad un dio, uno qualunque, anche fosse pagano, per mettere ordine ad un sistema di cose. Un ordine che però l’autore non ci segnala, non ci suggerisce; allora rimane facile da capire che la sua è una privata meditazione che serve a temperare l’amaro dilemma dei grandi filosofi: da Dante a Nietzsche, passando per quel Dostoevskij che, pare, abbia fornito materia di riflessione con quel suo cruccio tutto giobbiano, personalissimo e onnipresente in molte sue opere (su tutte Delitto e Castigo e I fratelli Karamàzov), dell’esistenza e della ricerca di dio nonostante...

L’opera dello scrittore irpino è un “guazzabuglio” perfettamente ordinato. D’altronde non potrebbe essere altrimenti. Troppi i segnali di lettura onnivora e troppa la voglia di un summa delle sue conoscenze. Scrittore di èlite, che si taglia da solo le gambe per poter essere letto dai più, rappresentante di una poetica che parte da lontano (da quel Seicentismo, vittima di oscurantismo culturale) e arriva ai giorni nostri, senza dimenticare quella breve “sosta rivoluzionaria e rigenerante” fatta in quel di Palermo nell’ottobre 1963, dai vari Alberto Arbasino, Luciano Anceschi, Nanni Balestrini, Umberto Eco, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti e tanti altri nomi illustri della scuola italiana del secondo novecento.

Valente o meno, conservatore o innovatore, la sua lenium asperorumque rithimorum mixtura è fatto irrefutabile, tuttavia è impossibile, credo, formulare giudizi di valore. Solo il tempo darà ragione o meno di una scelta di ripresa dell’antico prossimo lucidato a nuovo.