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  gennaio 2012                                          
                                               
 

Cinema 2011, prodotti 1853 film, tanti sequel, pochi azzardi

 

di Rossella Benivento

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Veramente tanti i film prodotti durante l’anno appena terminato che hanno contribuito al rallentamento dell’avanzata del 3D e al riaffermarsi della classicità del cinema, soprattutto quello hollywoodiano, che ha visto il ritorno di alcuni dei suoi più importanti autori.

I giganti Pixar e Dreamworks hanno continuato a proporre i loro titoli di punta, che per il 2011 sono stati Cars 2, Kung Fu Panda 2 e il recente Il gatto con gli stivali. Un anno caratterizzato, sul fronte hollywoodiano, dalla riaffermazione di una classicità che coniuga in modo ottimale professionalità, abilità nel coinvolgere il pubblico sul piano emotivo ed esigenze di botteghino. La classicità, nel senso migliore del termine, del cinema che nel bene e nel male ha continuato a dominare a livello mondiale, ha garantito successo all’industria con titoli come The Conspirator di Robert Redford e Le Idi di Marzo di Gorge Clooney (ancor più degno di nota, se possibile, nei panni di regista; basti pensare al precedente Good Night, Good Luck del 2005). Film caratterizzati da uno slancio politico e di denuncia, degno del miglior cinema statunitense di qualche decennio fa. Ed ancora da un Woody Allen che con Midnight in Paris ha continuato ad affidarsi alla bravura dei suoi interpreti e alla leggerezza della narrazione, a un Clint Eastwood che in Hereafter, per quanto apparentemente grande nella confezione, è più raccolto e teso al personale nel discorso che porta avanti, mentre in J. Edgar racconta l’America, con un Leonardo Di Caprio che, nei panni del protagonista, si trasforma ancora una volta in un’icona americana, interpretando J. Edgar Hoover, fondatore dell’FBI. L’intrattenimento di qualità è stato garantito da due pellicole molto diverse tra loro per temi ed atmosfere, come il thriller Contagion di Steven Soderbergh e l’avventuroso Le avventure di TinTin: il segreto dell’unicorno di Steven Spielberg.

Nell’ambito dei blockbuster puri vanno citati film che, seppur di diversa fattura e riuscita, collezionano sempre ottimi risultati al botteghino, quali The Green Hornet di Michel Gondry e Thor di Kenneth Branagh. Per non parlare poi di X – Men: l’inizio, reboot di successo dell’ormai “infinita” saga omonima ad opera di Matthew Vaughn e dei meno personali, ma ugualmente fortunati Captain America: il primo vendicatore di Joe Johnston e Lanterna Verde di Martin Campbell. La serialità ha continuato a dare i suoi frutti con gli ultimi episodi di saghe ad alto tasso di tecnologia e adrenalina, quali Fast and Furious 5 e Transformers 3, con l’ennesima avventura di Jack Sparrow in Pirati dei Carabi: oltre i confini del mare, con l’agognata conclusione delle avventure del maghetto con Harry Potter e i doni della morte – parte 2 e con un accenno di conclusione nelle travagliate vicende di vampiri e lupi mannari e dei loro sospiri impregnati di pathòs in The Twilight Saga: Breaking Dawn – parte 1. Nel recente Sherlock Holmes: gioco di ombre, invece, Guy Ritchie ha reinterpretato in chiave moderna un classico.

Non solo Hollywood, però, nel 2011 cinematografico, considerando la forte presenza di pellicole europee. Sicuramente nota, anche per le infelici provocazioni del suo autore durante l’ultimo Festival di Cannes, è la struggente ballata sul mal di vivere del danese Lars Von Trier, Melancholia. Un po’ meno effetti speciali e maggiore caratterizzazione dei personaggi per il cinema europeo, come con un insolito Pedro Almodovar (ma la cosa non stupisce) e il suo La pelle che abito, o Il ragazzo con la bicicletta, toccante prodotto dei fratelli Dardenne. Ed infine l’elegante e complessa versione del Faust di Aleksandr Sokurou e il raffinatissimo, divertente e cinico Carnage di un rinato Roman Polanski.

Per il cinema italiano, invece, il 2011 ha visto poche novità di rilievo e molte conferme da parte dei “vecchi”. Da Terraferma di Emanuele Crialese, sul tema dell’immigrazione clandestina, a un Pupi Avati che con il suo Il cuore grande delle ragazze continua ad esplorare tempi e luoghi del passato, con una poetica sempre più intima e autobiografica.

Ed ancora dal dissacrante Habemus Papam di Nanni Moretti al prodotto, riuscito, della trasferta americana di Paolo Sorrentino, This Must Be The Place.

Sul fronte delle commedie, che continuano ad essere un punto fondamentale della produzione nostrana, non è stata un’annata eccellente. Vissuta all’insegna di sequel, per lo più inutili, le sale hanno ospitato film come Ex: amici come prima o Femmine contro maschi, fino a giungere ad un discutibilissimo punto d’arrivo, voluto dal regista Neri Parenti: Amici miei – Come tutto ebbe inizio. Chissà cosa ne avrebbe pensato Mario Monicelli. Ed infine, puntuale come ogni anno, il cinepanettone di turno. Quest’anno le “vacanze di Natale” erano a Cortina, ma il pubblico, probabilmente stanco di formule ormai stantie, non è stato clemente e gli incassi sono stati decisamente inferiori rispetto alle aspettative. Da ultimo va citato il film ritenuto tra i migliori dell’anno appena terminato. Con 12 nomination agli Oscar e ben 4 vinti, Il discorso del re di Tom Hooper (prodotto nel 2010, arrivato nelle sale nel gennaio del 2011) ha raccontato, sfiorandola, la storia di un re e della sua nazione, riuscendo, persino, a strappare un sorriso alla Regina Elisabetta, che ha visto, su grande schermo, la storia dei suoi genitori.

E nell’anno che ha assistito alla crisi dei cinepanettoni e ad una forte battuta d’arresto nell’avanzata del 3D, lancio una piccola curiosità: il 2011 si è aperto con Il Grinta, film diretto da Joel ed Ethan Coen, che hanno voluto omaggiare, riprendendone i colori, le ambientazioni e le caratteristiche fondamentali, il genere western degli anni d’oro: quello americano degli anni ‘40/’50 di Henry Fonda, John Wayne e John Ford e quello italiano degli anni ’60 di Sergio Leone e si è concluso con The Artist, diretto da Michel Hazanavicius. Un film girato interamente in bianco e nero e quasi totalmente muto, dai toni opachi tipici dei “silent” degli anni ’20, ambientato nell’anno dell’irruzione del sonoro, 1927. Che ci si sia resi conto di quanta bellezza si è persa nell’arte di fare cinema?