febbraio 2012

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Storie di spionaggio: vanno sempre di moda. O forse no

di Rossella Benivento

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Ci risiamo. Di nuovo alle prese col passato, di nuovo nella speranza di emularlo. Difficile a dirsi se questa volta si sia riusciti o meno. Con la firma di Tomas Alfredson e interpretato da un maestoso Gary Oldman e da un Colin Firth in sordina, La Talpa ha inaugurato il 2012 cinematografico.

Trama

E’ il 1973 e a Londra si intrecciano storie di spionaggio. Il capo del servizio segreto inglese, Controllo, è costretto alle dimissioni dal MI6 dopo l’insuccesso di una missione e il fedele George Smiley (Gary Oldman) decide di andarsene con lui. Verrà poi riassunto in segreto per la presenza di una talpa filosovietica nel cuore del Circus, questo il nome del “centro” di spionaggio. Il compito di Smiley, costretto a rientrare nel torbido mondo dello spionaggio, sarà quello di scoprire chi, tra i suoi ex colleghi, abbia deciso di tradire lui e il paese; l’indagine porterà ai quattro uomini più vicini a Controllo, da lui soprannominati lo Stagnaio, il Sarto, il Soldato e il Povero. Tutti e quattro, in un modo o nell’altro, sembrano avere a che fare con il tradimento compiuto ai danni del Circus, ma la storia, alla fine, ci rivelerà il volto dell’unico traditore e sarà proprio chi sembrava cavalcare le scene restando quasi in disparte.

I precedenti

Tratto dall’omonimo romanzo di John Le Carré del 1974, il quale, prima di diventare uno dei massimi esponenti della letteratura di spionaggio, è stato dipendente del MI6 e ha visto la propria carriera interrompersi a causa di un agente doppiogiochista. Di questo film lo stesso Le Carré ha dichiarato: “Sono orgoglioso di aver consegnato ad Alfredson il mio materiale, ma ciò che ha realizzato è meravigliosamente suo”. Già nel 1979, inoltre, era stato realizzato un adattamento del libro per la tv, in una miniserie per la BBC diretta da John Irvin ed interpretata da Alec Guinness.

Gary Oldman ci mostra un George Smiley leggero e maestoso, dal passo felpato e coperto da una patina di romanticismo, che viene fuori in brevi e nascosti indizi nell’arco dell’intero film. Un sentimentalismo trattenuto, imploso, mostrato, appunto, per piccoli indizi che, quasi fossero distrazioni, ci mostrano il quadro completo del personaggio e danno alla classicità del genere cinematografico, cui il film si ascrive, un sapore nuovo. E’ il romanticismo che scalda il film di Alfredson; ne è il punto debole e la forza, il dettaglio che si fa grandezza.

Nelle critiche più disparate il film è stato acclamato come baluardo del genere, delicato, elegante. La verità, almeno credo, è che La Talpa di Alfredson in realtà è un “quasi noir”, dai dialoghi eccessivamente lenti e lunghi e dagli interminabili momenti di riflessione – sigaretta. Azione, inseguimenti, movimento, caos… nulla di tutto questo è presente nel film, che ha dato, invece, spazio ad aspetti meno appariscenti giocando, interamente, su colori molto cupi, in cui gli unici contrasti sono tra luce ed ombra, fino a far quasi sembrare il film un perfetto bianco e nero.

Tornando indietro con la mente ai film di spionaggio che hanno fatto la storia, tutti ricordano i vari 007, quelli storici, o registi del calibro di Fritz Lang ed Alfred Hitchcock o ancora film come Il sipario strappato, La cruna dell’ago, Enigma. Con alcuni di questi La Talpa non ha alcun punto di contatto, con altri probabilmente sì. Resta il fatto che quando sarebbe stato logico aspettarsi inseguimenti con auto da sogno e uomini prestanti che saltano giù dai tetti rimanendo illesi, nel perfetto stile del moderno film di spionaggio, Alfredson ci presenta una pellicola fuori tempo che ritrova i sapori degli intrighi raccontati nei film del passato.

Voto 10 per l’intento ed il coraggio. Si può dire lo stesso dell’effettiva riuscita dell’esperimento?