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Storie di spionaggio: vanno sempre di moda. O forse no
di Rossella Benivento
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Ci risiamo. Di nuovo alle
prese col passato, di nuovo nella speranza di emularlo. Difficile a dirsi se
questa volta si sia riusciti o meno. Con la firma di Tomas Alfredson e
interpretato da un maestoso Gary Oldman e da un Colin Firth in sordina,
La Talpa ha inaugurato il 2012 cinematografico.
Trama
E’ il 1973 e a Londra si intrecciano storie di spionaggio. Il capo del
servizio segreto inglese, Controllo, è costretto alle dimissioni dal MI6
dopo l’insuccesso di una missione e il fedele George Smiley (Gary Oldman)
decide di andarsene con lui.
Verrà poi riassunto in segreto per la presenza di una talpa filosovietica
nel cuore del Circus, questo il nome del “centro” di spionaggio. Il compito
di Smiley, costretto a rientrare nel torbido mondo dello spionaggio, sarà
quello di scoprire chi, tra i suoi ex colleghi, abbia deciso di tradire lui
e il paese; l’indagine porterà ai quattro uomini più vicini a Controllo, da
lui soprannominati lo Stagnaio, il Sarto, il Soldato e il Povero. Tutti e
quattro, in un modo o nell’altro, sembrano avere a che fare con il
tradimento compiuto ai danni del Circus, ma la storia, alla fine, ci
rivelerà il volto dell’unico traditore e sarà proprio chi sembrava cavalcare
le scene restando quasi in disparte.
I precedenti
Tratto dall’omonimo romanzo di John Le Carré del 1974, il quale, prima di
diventare uno dei massimi esponenti della letteratura di spionaggio, è stato
dipendente del MI6 e ha visto la propria carriera interrompersi a causa di
un agente doppiogiochista.
Di questo film lo stesso Le Carré ha dichiarato: “Sono orgoglioso di aver
consegnato ad Alfredson il mio materiale, ma ciò che ha realizzato è
meravigliosamente suo”. Già nel 1979, inoltre, era stato realizzato un
adattamento del libro per la tv, in una miniserie per la BBC diretta da John
Irvin ed interpretata da Alec Guinness.
Gary Oldman ci mostra un George Smiley leggero e maestoso, dal passo felpato
e coperto da una patina di romanticismo, che viene fuori in brevi e nascosti
indizi nell’arco dell’intero film.
Un sentimentalismo trattenuto, imploso, mostrato, appunto, per piccoli
indizi che, quasi fossero distrazioni, ci mostrano il quadro completo del
personaggio e danno alla classicità del genere cinematografico, cui il film
si ascrive, un sapore nuovo. E’ il romanticismo che scalda il film di
Alfredson; ne è il punto debole e la forza, il dettaglio che si fa
grandezza.
Nelle critiche più disparate il film è stato acclamato come baluardo del
genere, delicato, elegante. La verità, almeno credo, è che La Talpa
di Alfredson in realtà è un “quasi noir”,
dai dialoghi eccessivamente lenti e lunghi e dagli interminabili momenti di
riflessione – sigaretta. Azione, inseguimenti, movimento, caos… nulla di
tutto questo è presente nel film, che ha dato, invece, spazio ad aspetti
meno appariscenti giocando, interamente, su colori molto cupi, in cui gli
unici contrasti sono tra luce ed ombra, fino a far quasi sembrare il film un
perfetto bianco e nero.
Tornando indietro con la
mente ai film di spionaggio che hanno fatto la storia, tutti ricordano i
vari 007, quelli storici, o registi del calibro di Fritz Lang ed Alfred
Hitchcock o ancora film come Il sipario strappato, La cruna
dell’ago, Enigma. Con alcuni di questi La Talpa non ha alcun
punto di contatto, con altri probabilmente sì. Resta il fatto che quando
sarebbe stato logico aspettarsi inseguimenti con auto da sogno e uomini
prestanti che saltano giù dai tetti rimanendo illesi, nel perfetto stile del
moderno film di spionaggio, Alfredson ci presenta una pellicola fuori
tempo che ritrova i sapori degli intrighi raccontati nei film del passato.
Voto 10 per l’intento ed
il coraggio. Si può dire lo stesso dell’effettiva riuscita dell’esperimento?
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