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  aprile 2011                                          
                                               
 

Arturo Forte, Pietro Barliario mago: ovvero la storia dell’uomo che visse da diavolo e morì da santo, Ilibridellaleda

A cura di Raffaele Avallone

Medico, alchimista, magister della Scuola Medica Salernitana, potente mago dedito alle arti oscure. Ineffabile protagonista di mille avventure a metà strada tra il fiabesco e l’horror. Sono molteplici gli aspetti che caratterizzano l’enigmatica figura di Pietro Barliario, vissuto a cavallo tra XI e XII secolo e legato a doppio filo alla storia della «Fiera del Crocifisso». Un personaggio che più di ogni altro ha stimolato la fantasia del popolino, animando una secolare polemica, a tratti anche furiosa, tra diverse fazioni di studiosi e cultori locali. Leggenda? Fiaba inventata per spaventare bambini (e adulti) un po’ troppo irrequieti? Realtà storica? Quel «magister Petrus Barliaij» citato da una vecchia iscrizione tombale murata all’interno della chiesa di San Benedetto (ne parla nel Seicento lo storico salernitano Antonio Mazza) era effettivamente il nostro «mago»? Non lo sappiamo, e forse non lo sapremo mai, ma è innegabile che la vicenda dell’alchimista salernitano si sia lentamente trasformata nel corso di un millennio in una sorta di epopea, una saga infarcita di burle e di mirabolanti imprese che ha lentamente varcato i confini locali fino ad influenzare i racconti popolari di diverse regioni italiane, Campania, Lazio o Abruzzo, varcando addirittura i confini nazionali.

La tradizione dipingeva il nostro Pietro in grado di volare, di spostarsi alla velocità della luce, di visitare due o più luoghi contemporaneamente, di sedurre fanciulle grazie a potenti filtri amorosi, di donare la parola ad animali e piante, di controllare persino i fenomeni atmosferici. Lo riteneva capace di piegare la volontà di chiunque, entità diaboliche comprese, grazie alle arcane formule riportate tra le pagine di un misterioso manoscritto. Abilità di origine soprannaturale agli occhi del volgo, che vedeva in quel trionfo di alambicchi e formule chimiche la sicura testimonianza di una costante subordinazione alle forze del male. Senza citare archi, ponti e strade, legati indissolubilmente al nome di Barliario, soprattutto nella sua Salerno. Come l’acquedotto medievale di via Arce, quegli «archi r’o riavolo» che la vox populi addita come opera di diabolici manovali evocati in una notte di tempesta proprio da Pietro. L’episodio più noto di una vita dedicata all’occulto, fino alla toccante conversione, ormai anziano, in punto di morte e con sulla coscienza (leggenda dixit) la morte accidentale di due nipotini, al cospetto di una vecchia croce lignea oggi conservata nelle sale del museo diocesano di San Matteo. Con il Cristo che avrebbe piegato il capo verso l’alchimista in segno di perdono.

Il peccatore, il prodigio, la reliquia. Sullo sfondo l’elemento magico. Spunti in abbondanza per storici e letterati di ogni epoca, che hanno contribuito a salvare dall’oblio le coordinate di una memoria tipicamente salernitana. Aprendo la strada ad autori moderni come Arturo Forte, professione favolista, pronto a rinverdire i fasti del leggendario maestro di negromanzia nel suo Pietro Barliario mago: ovvero la storia dell’uomo che visse da diavolo e morì da santo. Nei panni di un novello cantastorie medievale, Forte gioca sapientemente tra realtà e irrealtà, arricchisce la saga di nuovi personaggi, di episodi e avvenimenti fantastici. Mescola generi e linguaggi, aggiunge, taglia, rielabora, calamitando il lettore con una narrazione agile e mai banale. Il risultato è un libro che stimola la fantasia e invita al recupero delle radici storiche e culturali. Un invito che l’autore rivolge soprattutto alle nuove generazioni.