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  luglio 2010                                          
                                               
 

Eran Trecento…eran giovani e forti…e non sono morti
Carlo Pisacane a Padula

Memorie della “Spedizione di Sapri” nel centro del comune del Vallo di
Diano

Vincenzo Maria Pinto

La Spedizione di Sapri fu da Carlo Pisacane programmata il 4 giugno del 1857, pensata in una terra pronta ad insorgere contro Ferdinando di Borbone, il “Re bomba”. In quell'occasione fu fissata anche la data, il 25 dello stesso mese, quando con Pisacane s’imbarcarono sul Cagliari altri 25 generosi, che subito si ammutinarono. Il 27 giugno a Ponza vennero liberati 128 detenuti e 75 relegati, cui poi si unirono 117 soldati. La sera del giorno dopo il Cagliari approdò a Sapri, dove nessuno si mosse perché nessuno era stato preparato. Sapri dormiva. Con animo fiducioso, Pisacane penetrò nell’interno il 29 giugno. Giunto a Torraca, lesse un proclama, ma solo qualcuno rispose: Patria, Libertà, Repubblica erano per la maggior parte della gente parole vuote. Il Re dava loro farina e feste. Mentre Carlo penetrava nell’interno, lo stato maggiore borbonico, conosciuti i suoi piani, organizzò le forze. Da Sapri, da Salerno e da Lagonegro le truppe erano tutte dirette su Padula. L’intendente Ajossa, braccio destro del Re, fece diffondere nei paesi notizie, secondo cui trecento galeotti infestavano il Cilento rubando nelle case e violentando le donne. Pisacane, convinto ad andare avanti contattando i cospiratori locali, scrisse una lettera a don Federico Romano di Padula, considerato il più affidabile. All’alba del 30 giugno Carlo entrò a Casalnuovo (dopo l’Unità, Casalbuono), dove trovò buona accoglienza da parte del popolo. Ma, dopo il primo entusiasmo, la gente si tirò indietro, forse per la condanna a morte del legionario Eusebio Bucci, reo di aver rubato pane ad una fornaia. Pisacane, con tale esecuzione, voleva offrire un esempio di onorabilità ed un monito per i galeotti di Ponza.

Carlo era deciso ad andare a Padula, che considerava tappa obbligata nella marcia su Napoli. Aveva in mente di raggiungere, poi, Marsico Nuovo. Ma, mentre si avvicinava alla Certosa, non sapeva che il VII Cacciatori era già in marcia verso Sala Consilina, né che la Guardia Urbana aveva avuto l’ordine di andare a Padula, né che anche l’XI Cacciatori era pronto ad intervenire né, infine, che altre truppe erano partite da Sapri verso il Vallo di Diano. Pisacane contava su Padula, patria dei cospiratori più fidati, tra cui il giovane sacerdote Vincenzo Padula. Nella sua casa si riunivano i più ardenti mazziniani, come i fratelli Antonio, Francesco e Giovanni Santelmo (la vivente nipote di Antonio, Livia, conserva ancor nitidi nella memoria nomi e fatti dell’epoca). A Padula Pisacane sperava di trovare 400 armati, ma le cose andarono diversamente. Entrato nel paese, con i “Trecento”, Carlo fu ricevuto da don Federico Romano nel  palazzo, che ancora oggi domina l’ampio piazzale della “Croce”, poi ribattezzata “Largo 1° Luglio”. Dall’acceso colloquio tra i due emerse che la rivolta era stata avventata, che la “Setta padulese”, dopo l’arresto dei capi, era in via di riorganizzazione e che, per giunta, mancavano i giovani, impegnati, in gran parte, nella mietitura. Le fonti di casa Romano riportano che la notte tra il 30 giugno ed il 1° luglio fu tesissima: all’interno del palazzo, si cercava di organizzare un piano per l’indomani; fuori, il bivacco, nell’attesa dell’alba. Il primo luglio si aprì con un episodio di sangue: un soldato borbonico in congedo, già unitosi ai rivoluzionari, fu colpito a morte da Giuseppina Puglisi, venuta anch’ella da Ponza, che così aveva voluto vendicare suo marito ucciso dall’ex militare borbonico. Fu la scintilla che accese la battaglia cittadina. Vennero spalancati i cancelli del carcere, abbattuti i segni borbonici e le effigi di Ferdinando e della sua famiglia, furono “visitate” le case di personalità eminenti. Pisacane ed i suoi erano spiati dai “ciaurri”, agenti borbonici che riferivano tutto al Sottintendente di Sala Consilina. Mentre Pisacane e i Trecento si adoperavano per liberare l’Italia, anche la liberale Padula offrì uno spettacolo deludente: porte e finestre erano sprangate. Lo scontro con i borbonici avvenne sulla collina detta “Morge del Piesco”, alle spalle di casa Romano. Poco dopo i rivoluzionari, cambiando posizione, si avvicinarono all’abitato di Padula, collocandosi sulla collina sovrastante la piazza della Croce, dove sventolava dal mattino il Tricolore. Intanto, sul colle San Canione, dove prima erano i rivoltosi, stazionavano i gendarmi borbonici. I primi, al grido di «Viva l’Italia, Viva la libertà», scaricarono i fucili ed i secondi risposero al fuoco: la battaglia durò due ore! Ma all’apparire del VII Cacciatori, i rivoltosi si diedero alla fuga disordinata per le vie di Padula. Allora si consumarono gli istanti più drammatici della battaglia. Tra gli spari, provenienti da case e vicoli, morirono 53 seguaci di Pisacane, oltre al padulese Antonio Farina che, liberato dal carcere, si era loro unito. In un vicolo cieco, che conduce all’attuale via XX Settembre, perirono quei 53 valorosi, trucidati mentre cercavano scampo. In quel vicolo, ancor oggi intatto, i caduti rimasero  insepolti sino al giorno successivo. Soltanto più tardi la pietà popolare vinse il divieto borbonico: quei corpi furono ammucchiati in una fossa comune, davanti alla chiesa della SS. Annunziata. La leggenda popolare vuole che un prolungato lamento si levasse, di notte, da quel sepolcro anonimo; lamento che più non si udì qualche anno dopo, quando l’Unità d’Italia fu conclusa. In tal modo descrisse la battaglia la signora D’Andrea, una liberale, testimone oculare dell’evento e al cui racconto in buona parte ci si è qui rifatti (il suo manoscritto è stato pubblicato nel novembre del 1920 in Tribuna illustrata, in una stesura riordinata dal figlio Roberto, allo scopo di far conoscere la verità e di difendere il buon nome di Padula da ingiuste insinuazioni contro i suoi abitanti). Tra gli scampati furono Pisacane, Nicotera e Falcone, insieme ad altri 93. Un servo di casa Romano indicò loro una via di scampo, detta lo “Strettolone”, tortuoso vicolo, per il quale facilmente raggiunsero la Certosa. Insieme a Falcone, Nicotera e a circa 50 di legionari, Pisacane arrivò a Buonabitacolo, per dirigersi a Sanza, oltre cui cercare il “Passo di Carraruso”. A Sanza, all’alba del 2 luglio, le campane della pieve suonarono. Secondo le notizie riportate in seguito dai Sanzesi, il parroco don Francesco Bianco, borbonico, ordinò che si suonassero le campane per avvisare la popolazione della presenza in paese di briganti da cacciare. Così gli abitanti, armati di forche e badili, uccisero Pisacane ed i suoi compagni. Altra leggenda vuole che Carlo abbia preferito il suicidio ad una fine tanto vergognosa.

Quale che sia stata la conclusione della spedizione di Sapri, rimane comunque intatta la nobiltà dell’impresa di Carlo Pisacane e luminoso l’esempio di eroismo da lui mostrato fino alla morte. A tributare un omaggio al suo degno predecessore fu lo stesso Garibaldi, che, quando transitò, solo tre anni più tardi, per il Vallo di Diano, volle che gli fosse indicata Padula, teatro di quei tragici eventi. Ma ancora più emblematiche sono le tracce di quel passato, che oggi si incontrano per le vie di Padula nelle lapidi inneggianti ai “Trecento” e nella toponomastica, tanto cambiata dopo il 1857.

 

 

 

Chiesa SS. Annunziata,
Ossario dei Trecento, particolare

  

Chiesa SS. Annunziata,
Ossario dei Trecento, vestibolo

Fotografie di Vincenzo Maria Pinto

Padula, Palazzo Romano, veduta del 1858
 

(Fotografia tratta dal libro: F. Fusco, Carlo
Pisacane e la Spedizione di Sapri
 , Galzerano editore, Casalvelino Scalo (SA), 2007, p. 86)