home

 
 
 
  giugno 2011                                          
                                               
 

Piccoli tesori finalmente riaperti

di Vincenzo Maria Pinto

Tra le numerose rilevanze artistiche presenti nel centro storico di Padula, a testimonianza di un passato di ricchezza e rigoglio culturale non comuni, non lontano dalla SS. Annunziata che custodisce il Sacrario dei Trecento di Carlo Pisacane, sorgono le Cappelle di S. Vito e del SS. Nome di Maria, recentemente restaurate e restituite alla fruizione di turisti e fedeli.

La prima sorge in via Francesco De Sanctis, attigua al palazzo signorile di cui già fu cappella gentilizia. Quest’ultimo, appartenuto in origine alla famiglia Baratta (poi trasferitasi in Sala Consilina), indi passato ai Chirolla ai primi del ‘900 ed attualmente di proprietà della sig.ra Filomena Rienzo (ved. Moscarella), presenta una facciata che rimanda chiaramente al pieno ‘700, ma che già risente nella monumentalità e classicità delle forme dell’imminente gusto neoclassico. Così avvertiamo nelle riquadrature in stucco dei due ordini di finestre e nelle modanature del cornicione, come pure nell’inquadramento del portone principale entro un poderoso portale scolpito in pietra locale ed inglobante il sovrastante balcone. Medesimo linguaggio artistico leggiamo pure nella facciata della coeva cappella (la cui proprietà ha seguito le vicende dell’edificio), ove addirittura si riproduce in stucco la fronte di un tempietto classico, attraverso due lesene laterali sormontate da capitelli ionici ed un coronamento a timpano sul quale si apre il campanile a ventaglio. Un bel portale in pietra locale appare ora rialzato rispetto al livello della strada, ma c’è da credere non così in origine, come rileva la presenza di una piccola acquasantiera in pietra che sporge da un lato dell’ingresso, nonché il palese riassetto della scalinata che diverge verso un’altra entrata aperta sul fianco destro. Del resto, sappiamo bene che la via De Sanctis era nel ‘700 a scalini e soltanto in seguito trasformata nell’attuale rampa, che ne ha inevitabilmente accentuato la pendenza ed alterato i livelli rispetto ai più antichi edifici aperti su di essa. Un’epigrafe in latino, sull’architrave del portale, così indica: Divo Vito martyri erectum, templum hoc u(triusque) i(uris) d(octor) / abb(as) d(ominus) Dídacus Matth(aeu)s archip(resbyte)r Caolo, aere suo, / dicavit, epochae christianae anno MDCCXLVII. Ne ricaviamo dunque che la cappella viene eretta nel 1747 a spese dell’arciprete Matteo Caolo e dedicata a S. Vito (martire cristiano morto nel 303 e oggi ricordato nel calendario il 15 giugno). Ad attestare che il culto di S. Vito, invocato dal popolo quale protettore contro l’epilessia (comunemente denominata “ballo di S. Vito”), sia radicato da tempi antichissimi nelle nostre terre è la tradizione paleocristiana della dedicazione a S. Vito del centro archeologico al Sele (come ha sapientemente evidenziato M. Mello). A Padula comunque, proprio tra Cinque e Settecento, è tutto un pullulare di edifici religiosi eretti in onore di santi ausiliatori (come S. Rocco presso il ponte del Torno e S. Sebastiano, poi divenuto S. Carlo, presso l’Annunziata). In merito poi all’importanza ed al ruolo della famiglia Caolo (cui appartiene il munifico arciprete, assai elogiato nell’epigrafe) nella Padula di metà ‘700, basterà recarsi alla vicinissima Cappella di S. Vincenzo Ferrer, non di molto posteriore (1756), ubicata lungo lo stesso asse viario ed eretta quale ex-voto da tali Michele e Carlo Caolo.

A dare ulteriore pregio alla cappella di San Vito è la collocazione, al di sopra dell’architrave del portale, di una statua scolpita in pietra locale e raffigurante il giovane santo, ben caratterizzato dalla palma del martirio e dalla presenza dei due tipici cani disposti simmetricamente ai suoi piedi in atteggiamento rampante. L’opera è firmata da Andrea Carrara, noto scalpellino di Padula, vissuto tra il 1688 e il 1757 e, a quei tempi, indiscusso maestro nell’arte della scultura, come testimoniano le numerose sue opere sparse su un territorio assai vasto. La sua perizia era davvero formidabile, come vediamo nella stupenda acquasantiera collocata nella Chiesa Madre di S. Michele, ed era peraltro nota ben al di là dei confini del Vallo, come testimonia lo stupendo portale della Chiesa di San Zaccaria in Brienza (località ove morì). Ma ad indicare il credito di cui godeva è oltremodo significativa la presenza di sue sculture sulla facciata stessa della Certosa di S. Lorenzo, a coronamento del secondo ordine di finestre; ebbene, se pensiamo che i nostri monaci commissionavano i loro lavori soltanto agli artisti più rinomati presenti sul territorio del Regno di Napoli, non è ardito ritenere che egli lavorasse nel cenobio proprio mentre gli allievi del Vanvitelli realizzavano il monumentale scalone del Chiostro Grande. All’interno, nonostante le spoliazioni di un recente furto, inalterata è rimasta l’immagine di austerità ed eleganza dell’insieme. Tracce di un affresco, recentemente restaurato ma ancora di difficile lettura, sono tutto ciò che resta della decorazione della volta a vela dell’aula sacra, che presenta riquadrature a stucco su entrambe le pareti laterali e nella controfacciata. Una bella scultura lignea settecentesca, di altezza quasi naturale e di autore ignoto, domina tuttora l’altare in stucco dorato e pietra; una teca sul petto indica la presenza all’interno di una reliquia del santo, abbigliato - da romano - con tunica verde e mantello rosso; gli occhi sono in pasta vitrea, mentre la palma è in bronzo. In tale opera, davvero apprezzabile è l’espressione mistica e raccolta di S. Vito, che, per quanto diversa da quella più severa ed introspettiva della scultura in pietra posta fuori, ci riporta egualmente ad un’esperta mano di artefice. Manca altresì all’appello una preziosa statuetta in pietra della Madonna con Bambino, pure del Carrara. In pietra locale e fortunatamente ancora in situ, sono pure un’acquasantiera recante l’effigie frontale di una colomba ad ali spiegate (a simboleggiare lo Spirito Santo) ed una fontanella presso l’altare per le abluzioni.

L’edificazione della Cappella votiva, intitolata al SS. Nome di Maria, sorge fuori dalle mura cittadine e si presenta come santuario campestre. Fu voluta molto probabilmente dalla notabile famiglia seicentesca Sarli (o de’ Sarli), che ad inizi ‘700 vantavano tra i propri componenti due fratelli, entrambi sacerdoti: l’eclettico Nicola (1713-1773) - curato, dottore in Filosofia e Medicina, poeta, musicista, pittore, nonché amico del celebre drammaturgo Pietro Metastasio - e Michele Sarli (1705-1771) - cappellano della SS. Annunziata, uditore generale della Certosa di San Lorenzo, Vicario generale presso il vescovo di Campagna e Satriano, Pronotario Apostolico, infine nominato vescovo lui stesso -. Non ci è dato sapere quale dei due illustri prelati volle la costruzione dell’edificio, per quanto ne sia nota la data di fondazione - il 1732 - come riportato sul portale d’ingresso insieme all’iscrizione latina “Si quaeris coelum anima / Mari(a)e nomen invoca = Se chiedi il cielo, o anima, invoca il nome di Maria”. Il possesso della cappella e dell’annesso podere, fin dal sec. XVIII coltivato ad ulivi, era detenuto nel 1749 da Nicola (come si evince dall’elenco dei beni da lui posseduti riportato nel Catasto Onciario della Terra di Padula degli anni 1748/49). Il nome della chiesetta è riportato poi nello Stato della Chiesa della Terra di Padula, custodito nell’Archivio Diocesano di Teggiano e stilato nel periodo a cavallo tra la fine del ‘700 e i primi dell’800 dall’arciprete di S. Angelo don Francesco Netti, noto liberale: censita come cappella rurale, S. Maria non produceva rendita e risultava proprietà della suddetta famiglia Sarli.

Altre notizie più recenti e di fonte orale interessano la storia del ‘900 e sono riscontrabili nelle memorie delle attuali detentrici del bene, ossia le sig.re Lucia e Giovannina Rosciano. Il possesso della cappella da parte delle sorelle Rosciano fu acquisito dal di loro padre, a suo tempo fattore dei precedenti padroni, identificabili in una famiglia benestante di cui le stesse non ricordano il cognome, con residenza a Napoli e soggiorno a Padula solo estivo. Con ogni probabilità, tale famiglia di passaggio è da ricondurre appunto ad un ramo della discendenza Sarli, che effettivamente si trasferì nel capoluogo campano durante il sec. XX. Don Arcangelo Rotunno (1852 –1938), insigne storico padulese, ci riferisce comunque che ai suoi tempi il proprietario fosse ancora un Sarli, tal Luigi. Si narra che questa cappella sia stata molto amata dagli antichi padroni, tanto che spesso essi vi facevano celebrare messa. Tale devozione non si è mai interrotta e i genitori delle signore Rosciano, nel donare loro la chiesa ed i terreni del fondo, indicarono nel rogito la propria volontà di far celebrare almeno due messe l’anno, volontà tuttora onorata. La cappella, finalmente restituita al culto nello splendore iniziale, riveste ai nostri giorni un importante ruolo nella liturgia pasquale della comunità parrocchiale di S. Giovanni Battista. Infatti, la domenica delle Palme, proprio in S. Maria avviene la benedizione dei ramoscelli d’ulivo, provenienti dalla potatura degli alberi stessi del podere, e di qui poi la processione – con sacerdote e fedeli – si dirige verso la vicina Chiesa della SS. Annunziata ove si celebra la S. Messa. Significativa, infine, la presenza di un’iscrizione romana in latino, che si legge su un blocco calcareo scalpellato grezzo, utilizzato come materiale di spoglio a formare la soglia del cancello di ingresso al podere. Illuminante al riguardo la tesi di Laurea in Topografia di Roma dell’Italia Antica - realizzata nel 1980 dal nostro concittadino dr. Pasquale Pinto su Cosilinum e sul suo territorio - ove leggiamo: “ …Epigrafe funeraria ( m. 0,39 x 1,03 – m. 1,15 x ?) conosciuta già nel sec. XVIII in una villa detta S. Andrea [in località S. Valentino] (…) che porta un’iscrizione in due righi sulla parte alta (…). La lettura integrata è la seguente: M(arcus) Ovilonius, L(uci) f(ilius), / Lucanus V(ivit) : / Baia, T(iti) [f(ilia)], / Quinta. (C.I.L., X, 308 - Inscr. It. III, 1, n. 214) ”. Si tratta dunque di un’iscrizione ben nota agli archeologi, indicante la sepoltura di un certo Marco Ovilonio, figlio di Lucio, e di altri e proveniente dall’area di Marcellianum (oggi S. Giovanni in Fonte), villaggio suburbano della nostra Cosilinum (l’antica Padula, ubicata invece sui colli Cornito e S. Sepolcro, poi denominati Civita). Due ceri e propri scrigni d’arte e di cultura, quindi, restituiti finalmente ai Padulesi e a quanti, dalla provincia e non solo, vorranno fin qui spingersi, sapendo guardare ben oltre le mura della pur celebre Certosa!

 

San Vito prima e dopo il restauro

Fotografie di Vincenzo Maria Pinto