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| luglio 2010 | |||||||||||||||||||||||
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Confessioni di un etno-reporter in giro per la Sardegna
di Vincenzo Maria Pinto Sono qui, sulla nave traghetto per Civitavecchia e mi allontano dalla Sardegna. Sembra ieri quand’ho fatto questo viaggio al contrario…sembra ieri, ma è già passato un anno! Insegno in Sardegna da settembre e tra un po’ il mio contratto terminerà, per lasciare il posto a chissà quale nuova meta. Lucano di nascita, ma napoletano per formazione, appartengo, infatti, a quella schiera - sempre più numerosa - di precari girovaghi di un’Italia ormai povera di lavoro. Costretto, dunque, a non tener mai vuote le valigie, stavolta tornerò a casa con molti più bagagli di quanti avrei mai creduto di portare. Cosa sappiamo della Sardegna, noi “del continente”? Un’isola remota, a metà strada tra Italia e Spagna, con un mare splendido, una natura primitiva, tanti nuraghi sparsi qua e là, un bel po’ di pecore al pascolo, una popolazione selvatica e dalla lingua oscura. La cartolina è presto fatta e a chi guarda senza vedere la cartolina basta. Eppure, è sufficiente andare appena oltre quei villaggi turistici che sardi non sono, per accorgersi che la Sardegna è ben altro. Da “non sardo” proverò perciò a descriverla a chi voglia conoscerla, non tanto per corredare con la mia guida una cartolina già pronta, quanto invece per trasmettere almeno in parte le mille emozioni di una terra straordinaria. I Sardi: popolo orgoglioso senza essere arrogante, fiero della sua identità ma aperto al confronto, intriso di natura senza essere selvaggio, ospitale ma schivo, gioviale ma taciturno, sincero e generoso senza preoccuparsi di apparire verace, spesso dimenticato da una storia che invece tanto gli deve. Queste, le pennellate più evidenti di un quadro che va ammirato da vicino, per coglierne sfumature e diversità. Terra complessa e composita, dunque, la Sardegna. Ce lo dice già la sua bandiera: i notissimi “quattro mori” rimandano infatti ad altrettante regioni storiche – i 4 giudicati bizantini sopravvissuti fino al ‘400 – regioni, oggi ben evidenziate dalle quattro varianti linguistiche del “sardo” (logudorese nel nord-ovest, gallurese nel nord-est, campidanese al centro, cagliaritano al sud). Al loro interno le aree culturali sono ancora più numerose: si pensi - per citare gli esempi più noti - all’enclave catalana di Alghero o alla famosa Barbagia (a sua volta distinta in Mandrolisai, Ollolai, Ussassai e Belvì), ma l’elenco sarebbe troppo lungo. Tradizioni forti e radicate, ma anche variamente distribuite, che si manifestano nelle tante feste, sagre o sacre rappresentazioni che sono il cuore pulsante dell’isola e in cui i suoi abitanti si riconoscono. Mi viene subito in mente l’Ardia che si tiene il 6 e 7 luglio a Sédilo, nell’Oristanese: una corsa sfrenata a cavallo verso il Santuario campestre di Santu Antine (san Costantino) che si conclude con più giri lungo il temenos dell’area sacra…c’è un intero paese in quel santuario e nessuno osa mancare! Ma forse più emblematico è su ballu tundu, il ballo tondo tipicamente sardo: è qualcosa di diverso dalla nostra tarantella, è l’espressione autentica di un’identità di gruppo, che diventa “identità civica” in occasione di un qualsiasi evento religioso o profano. Ogni paese, anche il più piccolo, ne ha uno tutto suo e ogni paese conserva gelosamente con esso costume, usanze e tradizioni e tali trasmette alle nuove generazioni, mai disattente o vergognose. C’è addirittura un giorno, il 28 aprile, proclamato dalla regione come Sa die de sa Sardigna, in ricordo della ribellione dei Sardi ai Piemontesi del 1794. Abbiamo conservato noi tutto ciò? Che rapporto abbiamo con la nostra storia e le nostre tradizioni? Non le “usiamo” forse troppe volte a mero scopo turistico, senza più riconoscerci in esse? E i nostri giovani, non sono forse più pronti dei loro padri ad omologarsi a ciò che è esterno alle proprie mura, condannando così all’oblio la cultura natia? È anche vero che la Sardegna ha mantenuto con la natura un rapporto che noi abbiamo irrimediabilmente perso! Ciò le deriva certamente dall’essere ancor oggi una società in prevalenza agro-pastorale, ma girando in questi mesi per le 8 province sarde (già…sono ben otto!) ho capito che è la natura a dominare l’uomo e non viceversa. Basta salire sul Supramonte di Oliena o addentrarsi verso il sito rupestre di Tiscali, nel Nuorese, per accorgersene: qui la Natura, con N maiuscola, con la sua bellezza e le sue insidie, incute timore e rispetto. Già, rispetto! Dov’è finito il nostro? I Sardi rispettano molto la natura e gli animali (selvatici o addomesticati), ma in modo autentico…non facendo semplicemente la raccolta differenziata o avendo un gatto per casa, come spesso facciamo noi. Dal 17 gennaio, giorno di s. Antonio Abate, per l’isola è tutto un viavai di maschere che ripropongono, inalterati da secoli, rituali apotropaici di ascendenza pagana legati al ciclo del raccolto e culminanti nella settimana del Carnevale. Il Carnevale in Sardegna non è un mascherarsi per diletto, è un esorcizzare la natura affinché continui ad essere benigna verso contadini e pastori nell’imminente buona stagione. I Mamuthones di Mamoiada sono certo notissimi, ma “maschere” di tal genere sono praticamente diffusissime nel centro Sardegna e tutte conservano la stessa funzione: il binomio morte/rinascita della natura simbolicamente rappresentato dal binomio uomo/bestia, binomi entrambi inscindibili perché intrinsecamente connessi. La stessa famosissima Sartiglia di Oristano non è una semplice corsa alla stella assimilabile a una qualunque altra giostra in costume di cui l’Italia è ricca: è la rappresentazione cristallizzata di una divinità asessuata e senza tempo, che sempre muore e risorge per ridare la vita alla sua gente. La grande attenzione in tutta l’isola per i riti della Settimana Santa, con la Passione, Morte e Risurrezione di Cristo, non è che l’ulteriore testimonianza - in chiave ormai cristiana e non più pagana – del medesimo sentimento. In un legame così profondo tra uomo e natura, cruciale poi è la figura della donna. Si può dire che quella sarda sia una cultura profondamente matriarcale, fin dall’età nuragica. Non volendo complicare troppo il discorso, si possono ricordare le figure della filonzana o dell’accabadora. La prima è una maschera del carnevale che riattualizza il mito pagano delle Moire con in mano il destino degli uomini rappresentato da un fuso; la seconda, fino a non molti anni fa ancora presente presso alcune comunità, è la donna di paese - da tutti socialmente riconosciuta - cui affidare la vita di chi, ormai moribondo, non si voleva far più a lungo soffrire. Come si vede, in entrambi i casi la donna decide non solo la vita dell’uomo partorendo, ma ne decreta in qualche modo anche la morte. Ancor più emblematica la figura di Eleonora d’Arborea, vera eroina locale, l’ultima a regnare sul suo giudicato prima che la Sardegna soccombesse agli Aragonesi. Alla guida di uno stato o di un piccolo gruppo di cittadini, la donna dunque detiene un ruolo di assoluta preminenza ed attenzione. E, curiosamente, la storia ha onorato la Sardegna dandovi i natali alla prima donna italiana Premio Nobel, Grazia Deledda, nel 1926! Tanti gli interrogativi, forse però riassumibili in uno solo: una cultura che considera così la donna è primitiva o straordinariamente emancipata e moderna? Mi piace concludere il nostro viaggio ideale con due belle immagini, che rappresentano un po’ le due facce di un’unica medaglia. La prima è la Sagra di s. Efisio, che ai primi di maggio si svolge a Cagliari, la seconda è la Cavalcata Sarda, che la terza domenica dello stesso mese ha luogo a Sassari. In entrambi i casi si assiste a un variopinto e suggestivo carosello di costumi di gente a piedi e a cavallo, che confluisce qui da ogni angolo della Sardegna per sfilare per le strade. In un’unica occasione si ha così modo di ascoltare le diverse voci della Sardegna, sentirne l’anima, avvertirne la vitalità. Ciò nelle due città che - ieri come oggi - si contendono il primato nell’isola. Chi non sente questi canti, né si abbandona ai suoi colori, non è mai stato in Sardegna. Scrivo e intanto mi allontano sempre più da Olbia…ormai la terra “italica” è vicina. Da domani però comincerò a pensare al mio ritorno… per fortuna la scuola non è finita e c’è ancora tanto…tanto che mi aspetta…in Sardegna. |
Scalzi di Cabras (OR) suonatori di launeddas
Costume
di Orgosolo (NU)
Carnevale a Ottana (NU) Fotografie di Vincenzo Maria Pinto
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