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Ippolito di Pastina e la rivolta del 1647 – '48 a Salerno di Giuseppe Marini La rivolta scoppiata il 7 luglio 1647 per il malcontento della plebe e del popolo napoletani contro la pressione fiscale e gli abusi della nobiltà e, in generale, contro il sistema di potere del Regno di Napoli sotto il dominio spagnolo, già nei giorni immediatamente successivi (9 e 10 luglio) raggiunse un'organizzazione definita sul piano militare e civile, pervenendo anche alla redazione di Capitoli contenenti le rivendicazioni degli insorti. Nella prima fase dei moti emerse la figura di Tommaso Aniello D'Amalfi (Masaniello), umile pescivendolo, che fu nominato capitano generale (generalissimo). La rivolta si protrasse, attraverso varie vicende, ben oltre l'uccisione di Masaniello (16 luglio 1647), fino al 6 aprile 1648. L'insurrezione dalla città di Napoli si era estesa, sin dai primi giorni, anche nelle province del Regno, con la duplice connotazione antifiscale ed antifeudale. Anche a Salerno si verificò la sollevazione della plebe, alla quale si unirono gruppi provenienti dal contado e dai casali. La specificità dei moti salernitani risiede nella composizione sociale degli insorti, plebe e contadini, senza la componente artigiana e senza la partecipazione e la direzione del 'popolo' inteso come «un insieme composito di mercanti, lavoratori, strutturato in arti e corporazioni artigiane» (A. Musi, Il Principato Citra dal 1266 al 1861, in G. Galasso – R. Romeo, a cura di, Storia del Mezzogiorno, vol. 5, Napoli 1987, pp. 235 – 328, p. 291). Inoltre, se in altre realtà provinciali si realizzava, contro gli abusi della nobiltà feudale, «un coordinamento fra lotta legale- istituzionale e forme di lotta contadina», a Salerno «la protesta della plebe colpisce indiscriminatamente patrizi, personaggi legati alla sfera finanziaria e fiscale, popolo 'civile', esponenti del clero locale» (A. Musi, La rivolta di Masaniello nella scena politica barocca, Napoli 2002, p. 171). Nella città, dove le prime notizie della sollevazione napoletana erano pervenute già l'8 luglio 1647, la rivolta divampò il giorno 11: furono bruciate e saccheggiate circa venti case di nobili e ricchi, secondo quanto riferiscono diverse fonti dell'epoca, come l'opera Partenope liberata di Giuseppe Donzelli, il Diario di Francesco Capecelatro e resoconti di cronisti salernitani. La furia devastatrice degli insorti fu moderata dall'intervento dell'arcivescovo Fabrizio Sabelli. Già in questa prima fase dei moti salernitani emerse la figura di Ippolito di Pastina, nato nel rione 'le Fornelle', pescivendolo, galeotto sulle navi da guerra, poi sgherro al servizio del duca di Nocera. Ippolito, in seguito allo scoppio dei tumulti a Napoli, si mise a fomentare la plebe di Salerno e delle zone limitrofe. Intanto, la rivolta a Napoli continuava con diverse vicende: all'inizio di ottobre giunse la flotta guidata da don Giovanni d'Austria inviato a sostegno degli Spagnoli; tra gli insorti, invece, il 21 ottobre fu nominato Generalissimo Gennaro Annese, capopolo distintosi nel corso dei tumulti di agosto. Il giorno successivo alla nomina di Annese, fu proclamata l'istituzione della Repubblica, appoggiata dal Re di Francia. Nel mese di novembre il moto di ribellione a Salerno e nei casali subì una battuta d’arresto. Ma, Ippolito raccolse un nuovo e più nutrito gruppo di uomini, soprattutto dalle valli dell'Irno, del Picentino e del Sele, per riorganizzare la rivolta, incoraggiato dall'arrivo del principe francese Enrico di Lorena, duca di Guisa, avvenuto il 15 novembre. Nel giorno 8 dicembre 1647 Salerno fu riconquistata dal Pastina e dagli altri ribelli: «la città era abbandonata alla furia delle plebi» (G. Carucci, Il Masaniello salernitano nella rivoluzione di Salerno e del Salernitano del 1647-48, Salerno 1908, p. 71). Numerose furono le case incendiate e saccheggiate. I rivoltosi si scagliarono non solo contro i nobili, ma anche contro esponenti del clero e civili, come il dottore Giovanni del Galdo, Priore dell'Almo Collegio di Medicina. Furono distrutte le baracche della Fiera di s. Matteo. Quello degli insorti di Salerno fu «un attacco generalizzato ai centri del potere cittadino: patrizi, canonici, notai, medici» (A. Musi, La rivolta di Masaniello nella scena politica barocca, Napoli 2002, p. 169). A Salerno Ippolito «si insediò come assoluto padrone» (G. Carucci, Il Masaniello salernitano nella rivoluzione di Salerno e del Salernitano del 1647-48, Salerno 1908, p. 71): fece occupare le torri, collocò guardie alle porte e si recò con il suo seguito al Duomo, per rendere grazie a Dio e a s. Matteo per il buon esito dell'impresa. Iniziò a «tenere […] gran corte ed a farsi servire dalla stessa nobiltà» (G. Carucci, Il Masaniello salernitano nella rivoluzione di Salerno e del Salernitano del 1647-48, Salerno 1908, p. 72). In questa occasione, Ippolito scelse come quartier generale, molto probabilmente, il forte "La Carnale", adornandolo con i mobili e gli arredi più pregiati prelevati dalle case dei nobili. La torre "La Carnale" fu utilizzata anche per la conservazione delle provviste alimentari. I beni sottratti da parte di Ippolito e dei suoi uomini furono, in seguito, richiesti dai proprietari con un Memoriale rivolto al R. Governatore di Salerno. "La Carnale" era una delle torri del sistema difensivo disposto lungo le coste del Regno di Napoli nel XVI secolo per far fronte alle incursioni delle navi turche e di pirati e corsari barbareschi: i viceré don Pedro de Toledo (1532 – 1553) e don Parafan de Ribera duca d'Alcalà (1559 – 1571) organizzarono una strategia difensiva contro le invasioni. Soprattutto il secondo intraprese un programma definito di costruzione di torri costiere, affidando ai governatori delle province ed a regi ingegneri l'onere di segnalare i siti dove edificarle. Risalgono al 1563 le disposizioni da lui date ai governatori per la costruzione di nuove torri e l'esproprio di quelle esistenti, con il divieto per i privati di costruirne nuove. A Salerno nel 1564 fu ordinata la costruzione di una torre sul monte di S. Giovanni, fuori la porta dell'Annunziata. Questa e le torri Vicentino, Angellara e Carnale sono indicate anche nella carta del Principato Citra dell'Atlante di M. Cartaro e N. Stigliola (Biblioteca Nazionale di Napoli, ms. XII. D. 100, ca. 1595 – 1613). Intanto, il Pastina fu nominato dal duca di Guisa Preside e Vicario Generale della Provincia di Principato Citra e Basilicata e Governatore Generale delle armi ed insieme ad altri capibanda prese parte al tentativo fallito di conquistare definitivamente la città di Napoli condotto dal duca di Guisa nel mese di febbraio del 1648. Con il nuovo viceré Iñigo Velez de Guevara conte d'Oñate, giunto a Napoli all'inizio di marzo, la rivolta nella capitale fu sedata il 6 aprile 1648. Il Pastina andò via da Salerno, presa dalle truppe spagnole, per rifugiarsi a Roma. Là entrò in contatto con la diplomazia francese e si impegnò ad organizzare nuovi tentativi di sollevazione delle popolazioni del Regno di Napoli a favore della Francia, confidando nell’appoggio di amici e di sostenitori, soprattutto nel Salernitano. Il Mazzarino, credendo nella possibilità di sottrarre agevolmente il Regno di Napoli alla Spagna, inviò una flotta di 18 galere, 54 vascelli e 40 tartane comandata dal principe Tommaso di Savoia. Alla spedizione si unirono anche Ippolito e il fratello Matteo. L'8 agosto 1648 la flotta francese, dopo aver occupato Procida, falliti i tentativi di sbarcare ad Ischia e a Capo Miseno, si mosse alla volta di Salerno. Il giorno seguente si trovò di fronte alla città. Il 10 agosto i soldati francesi e, con loro Ippolito, sbarcarono presso Torre Angellara, con l’obiettivo di espugnare "La Carnale", per poi raggiungere le mura di Salerno. In seguito, le truppe del principe Tommaso di Savoia occuparono Vietri e Cetara per arrivare a Salerno da occidente. Di fondamentale importanza era la conquista del forte "La Carnale", che i Francesi e i ribelli di Pastina tentarono ripetutamente di espugnare, ma invano. I soldati posti a presidio del torrione, anche dopo la morte del comandante, il fiammingo Enrico Cospiter, opposero strenua resistenza, riuscendo a respingere i nemici francesi. L’impresa di Tommaso di Savoia fallì: il 15 agosto 1648 la flotta francese andò via dal golfo di Salerno. Si ripubblica, con alcune modifiche, l'articolo pubblicato in AA. VV., Visitiamo la città. Visite 2009/2010, Comune di Salerno. Assessorato al Turismo, Salerno 2009, pp. 134-139.
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Punizione dei ladri al tempo di Masaniello. foto tratta da wikipedia.org/wiki/Masaniello
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