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| novembre 2010 | |||||||||||||||||||||||
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Salerno
minacciata dal corsaro Barbarossa e salvata da s. Matteo
La giornata del 27
giugno 1544 era iniziata bene a Salerno: il cielo era sereno ed il mare
calmo. Ma la tranquillità dei Salernitani fu
turbata dall'arrivo nel golfo delle navi del corsaro Khair ed-Din,
conosciuto come Ariadeno Barbarossa. Egli si era reso noto per le scorrerie
ed i saccheggi che aveva condotto. La vista delle galere, che si erano
fermate di fronte alle città di Salerno e di Amalfi, gettò scompiglio e
terrore tra gli abitanti: alcuni dei Salernitani trovarono rifugio nella
cattedrale per rivolgere preghiere a s. Matteo, altri, più coraggiosi, si
diressero verso le mura per opporsi agli invasori, altri cercarono scampo
sulle colline e sui monti.
Ma si verificò un
evento del tutto inaspettato: una tempesta furiosa distrusse e disperse le
navi della flotta del Barbarossa, tanto quelle di fronte a Salerno, quanto
le altre che si trovavano intorno a Capo d'Orso. I
Salernitani e gli Amalfitani attribuirono il miracolo ai santi patroni delle
loro città, rispettivamente a s. Matteo e a s. Andrea. L'evento fu
festeggiato a lungo con giochi pubblici, amnistie per i carcerati, donazioni
alle persone indigenti e bisognose. Questo è quanto narra una leggenda molto
nota.
Chi è Ariadeno
Barbarossa? Così era chiamato Khair ed-Din, uno dei quattro figli di Jacob,
un albanese, che, fatto prigioniero e convertitosi alla fede islamica, si
era stabilito a Mitilene. Sia Khair ed-Din sia i
suoi tre fratelli, Ouich, chiamato anche Aruj, Elias e Isaak erano esperti
navigatori e corsari, cioè, propriamente, comandanti di navi private
autorizzati da governanti di stati ad assaltare navi nemiche. L'appellativo
di Barbarossa, inizialmente riferito ad Aruj, per via del colore della sua
barba, fu esteso anche agli altri tre fratelli. Si tramanda che Khair ed-Din,
per assomigliare al fratello, si fece tingere la barba ed i capelli di
rosso. Le imprese dei fratelli Barbarossa, in particolare di Khair ed-Din,
furono esaltate in varie cronache, delle quali la più importante è quella
nota come Gazauet o R'azauat, testo arabo scoperto ad Algeri
tra il 1788 ed il 1790 da Ventre de Paradis, interprete di Napoleone in
Egitto. Il testo arabo è la traduzione di un altro precedente redatto in
lingua turca. L'autore, nell'intento di esaltare i Barbarossa, ha modificato
finanche le notizie relative alla famiglia, facendo di Jacob, il padre, che
era un umile artigiano convertito all'Islam, un musulmano di razza ed un
ammiraglio. Il mito dei Barbarossa si diffuse tra i Turchi: folle di persone
si recavano a pregare sulla tomba di Khair ed-Din. L'ammirazione per i
Barbarossa ed il fascino da questi suscitato presero piede ben presto anche
in Europa: le gesta dei fratelli furono magnificate attraverso canti,
storie, leggende. Inoltre nel continente europeo, in particolare in Italia,
iniziò a circolare, già nel XVI secolo, il ritratto di Khair ed-Din.
I fratelli Barbarossa
compirono le loro imprese con il benestare del sultano ottomano, al quale
rendevano conto ed inviavano dopo le scorrerie schiavi e doni, ricevendo
aiuti in navi e in uomini. Iniziarono ad operare
come avventurieri, per poi inserirsi abilmente nelle contese dinastiche dei
regni dell'Africa settentrionale. Ben presto Aruj, Isaak e Khair ed-Din
(Elias era morto in uno scontro nei pressi dell'isola di Creta) si trovarono
alla testa di circa 2000 soldati inviati dal sultano Selim per combattere i
Mori in Africa settentrionale: i tre corsari col tempo divennero ufficiali
del sultano ottomano con incarichi di governo e di comando di flotte. La
loro fama si accrebbe proprio grazie alle imprese compiute in Africa
settentrionale, nel corso delle quali trovarono la morte Aruj ed Isaak. In
seguito, Khair ed-Din, rimasto l'unico in vita tra i fratelli Barbarossa,
subito si distinse con la sconfitta inflitta alle truppe di Carlo V sotto le
mura di Algeri nell'agosto del 1518. Khair ed-Din scelse Algeri come
capitale del territorio da lui governato: da Algeri partivano le spedizioni
corsare verso la Sicilia, le coste italiane, quelle francesi, condotte da
Barbarossa e dai rais, i capitani corsari.
Il sultano Solimano,
succeduto a Selim nel 1520, affidò a Khair ed-Din l'incarico di comandare
una potente armata per placare la ribellione in Siria.
Da quel momento Ariadeno Barbarossa divenne personaggio di
spicco all'interno della corte ottomana, uomo di fiducia del sultano,
sovrintendente alle flotte ed agli eserciti. Ottenne la costruzione di una
nuova flotta e si impegnò nella conquista di Tunisi, entrando in contrasto
con le truppe dell'imperatore Carlo V chiamato in aiuto da Mulay Hasan,
figlio del re tunisino deceduto Mulay Abu Abdallah. Con i Turchi strinse
alleanza la Francia retta dal re Francesco I. Il 26 maggio 1544 Khair ed-Din, con la sua flotta e con un'altra francese diretta da Paulin, barone de la Garde, si diresse verso l'Oriente per razziare città, villaggi, porti delle coste italiane. Partite dalle isole Sainte-Marguerite, le navi arrivarono a Reggio Calabria in più di 50 giorni, nel corso dei quali i soldati distrussero e saccheggiarono numerose località costiere italiane, rapendo uomini e donne. Sono rimasti impressi nella memoria il saccheggio di Talamone (7 giugno 1544), l'occupazione di Ischia, l'assedio, l'incendio ed il saccheggio di Lipari, in cui moltissimi abitanti dell'isola trovarono la morte. L'estate funesta del 1544, in cui è collocato il tentativo di sbarcare a Salerno e ad Amalfi, si concluse con il ritorno della flotta turca a Costantinopoli, da cui Khair ed-Din ripartì l'anno seguente per continuare le sue imprese corsare ed assaltare le piazzeforti spagnole. Nella capitale dell'impero ottomano, nel suo palazzo sul Bosforo, Ariadeno Barbarossa morì, nel 1546, a causa di febbri o di dissenteria.
L'arrivo delle navi di Khair ed-Din nelle acque di Salerno e la tempesta miracolosamente suscitata da s. Matteo sono stati raffigurati in due affreschi realizzati nel XVII secolo nell'abside meridionale della cripta del duomo salernitano. Ma questa non è l'unica traccia presente a Salerno in ricordo dell'evento miracoloso: si tramanda che, proprio per ricordare l'intervento di s. Matteo, i cittadini vollero collocare nello stemma della città l'effigie del santo, con il libro del Vangelo nella mano sinistra e la destra benedicente. Lo stemma, nella configurazione attuale, contenente nella parte alta l'immagine di s. Matteo con la mano sinistra sul libro aperto del Vangelo, una penna d'oca nella destra, ha ricevuto l'appovazione definitiva da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri il 23 giugno 1949 (l'Amministrazione, con una delibera di Consiglio Comunale del 26 novembre del 1996, ha aggiunto la scritta «HIPPOCRATICA CIVITAS», in memoria della Scuola Medica Salernitana). Inoltre, fino ad alcuni anni dopo il secondo conflitto mondiale si svolgeva a Salerno, il 27 giugno, la “Festa del Barbarossa”, in cui si portava in processione, in una prima fase, una teca con alcune reliquie di s. Matteo, poi, dopo il 1691, una statua del santo. Infine, l'immagine di s. Matteo, che, in atto di protezione, sovrasta la città ed il golfo, è presente, sempre in memoria del miracolo del 1544, anche sul panno, che il 21 agosto di ogni anno viene sollevato nella tradizionale “Alzata del panno”. Il telo porta in calce la frase: «Salerno è mia, io la difendo». |
Ritratto di Ariadeno Barbarossa (Khair
ed-Din),
Stemma del Comune di Salerno Immagine tratta da www.comuni-italiani.it
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