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  dicembre 2010                                          
                                               
 

La cappella di San Pietro a Corte *

di Barbara Visentin

La cappella palatina di San Pietro a Corte, che si affaccia sul larghetto San Pietro a Corte, lungo via dei Canali, è l’unico ambiente superstite del mirabile palazzo fatto edificare a Salerno dal duca di Benevento Arechi II, all’indomani della caduta del Regno longobardo d’Italia nelle mani dei Franchi di Carlo Magno (774). Arechi II, genero dell’ultimo re dei Longobardi, Desiderio, diede vita nelle terre meridionali del Regno ad un interessante progetto edilizio che, dopo Benevento, riguardò Salerno: l’area urbana fu ampliata, il circuito difensivo delle mura e delle torri che chiudevano la città fu ricostruito e potenziato, nel cuore dell’insediamento urbano fu edificato il palazzo ducale dotato di una cappella privata e, nella zona meridionale della corte, trovò posto un complesso abbaziale intitolato a San Giorgio. A Salerno venne restituita la “dignità” di città; inoltre, il potenziamento di un altro centro urbano, Salerno appunto, all’interno del vasto territorio del Ducato di Benevento, avrebbe consentito al popolo longobardo di resistere alle pretese di conquista del re dei Franchi, conservando i territori più meridionali del Regno per altri trecento anni, fino all’avvento dei cavalieri Normanni. 

Di tale grandioso progetto politico rimane memoria nella cappella di palazzo, voluta dal principe-duca Arechi II, dedicata ai santi Pietro e Paolo, e nel toponimo “a Corte”, che ancora oggi caratterizza e, in qualche modo, delimita l’area del centro storico di Salerno che un tempo dovette rientrare nel perimetro della corte longobarda. La cappella di San Pietro a Corte è una chiesa privata, alla quale si accedeva direttamente dall’interno del palazzo, attraverso un loggiato, che doveva creare una passeggiata scenografica tra le sale del palazzo e l’ingresso della cappella. Secondo le informazioni, che è possibile desumere dal Chronicon Salernitanum, un’opera anonima scritta a Salerno nella seconda metà del X secolo, la cappella era stata situata a nord del complesso residenziale arechiano e costituiva la parte più settentrionale dell’intero palazzo.

Le indagini archeologiche condotte nell’area antistante la cappella, larghetto San Pietro a Corte, e negli ambienti sottostanti la stessa cappella, hanno confermato le notizie fornite dall’anonimo cronista salernitano e hanno restituito una stratigrafia piuttosto articolata che, dai livelli di frequentazione contemporanei, arriva fino alle fasi di vita più antiche della città di Salerno, rintracciate ad una profondità di circa sette metri sotto l’attuale livello di calpestio. Alla fase romana del castrum Salerni, fondato tra il 197 e il 194 a.C., vanno riferiti i resti di un consistente impianto termale, attivo tra il I ed il III secolo d.C. e situato esattamente sotto il complesso palaziale arechiano. L’accumulo consistente di strati di limo e detriti al di sopra dei livelli di pavimentazione romana testimonia una serie di disastrosi eventi di carattere alluvionale, verificatisi negli anni di trapasso dall’età tardo-romana all’Alto Medioevo per la mancata irreggimentazione delle acque: proprio tali eventi determinarono il definitivo abbandono delle strutture termali.

Sul finire del V secolo l’aula rettangolare del frigidarium venne recuperata, lo spesso strato alluvionale venne rimosso e vi si impiantò una chiesa cimiteriale, le cui sepolture vennero alloggiate nel pavimento termale e lungo i muri perimetrali dell’ambiente. Le lastre tombali trovate in situ, non violate, hanno permesso, in molti casi, di leggere i nomi e le età dei defunti, con la data della sepoltura, aprendo uno spaccato interessante sull’onomastica salernitana e sulla variegata composizione della società nei secoli V e VI.

Nel corso del VII e nella prima metà dell’VIII secolo l’area dovette tornare ad essere abbandonata, anche se la sacralità del luogo rimase custodita e il nobile principe Arechi II, prima di dare inizio ai lavori di costruzione del suo monumentale complesso palaziale, desiderò restaurare il pavimento della piccola chiesa sepolcrale, ricostruirne le volte crollate, creando una sorta di “cripta” alla soprastante cappella di palazzo. Sulle strutture romane recuperate si poggiarono le fondamenta della fabbrica longobarda, con la divisione dell’intera aula termale in due ambienti, ognuno dei quali venne fornito di un grosso pilastro centrale ed una serie di semipilastri laterali che avrebbero costituito il sostegno al solaio superiore della cappella palatina.

Il complesso arechiano doveva raggiungere un’altezza considerevole, dominando sul resto delle costruzioni che si trovavano all’interno del perimetro murario di Salerno le quali, fatta eccezione forse solo per il palazzo vescovile e per la Cattedrale, consistevano probabilmente in povere case di legno e paglia ad un solo piano. Il palazzo di Arechi II doveva articolarsi su due livelli, secondo quanto descritto nel Chronicon Salernitanum: il primo, fronte strada, era stato destinato a botteghe, magazzini e depositi (i fondaci), il secondo, al quale si accedeva da meridione, mediante una scalinata monumentale, era costituito da una serie di ambienti che culminavano nella sala del trono (la halle). A questo secondo livello si legava la cappella palatina di San Pietro a Corte, la cui pianta venne orientata in direzione est-ovest e disegnata rettangolare, ad aula, con un’abside quadrata, solo successivamente resa circolare. La parete nord era l’unica da cui il vano poteva prendere luce. Lungo il versante settentrionale vennero, dunque, aperte finestre monofore e bifore, disposte su due livelli, che consentivano l’illuminazione interna della chiesa. Il rivestimento pavimentale fu realizzato con la tecnica dell’opus sectile, recuperando diverse quantità di marmi romani (soprattutto i porfidi verde e rosso) provenienti dallo spoglio degli ambienti termali sottostanti. I disegni sul pavimento tracciavano una varietà di motivi geometrici, che si richiamavano al panorama decorativo dei palazzi imperiali tardoantichi (ad esempio il palazzo dell’imperatore Diocleziano a Spalato), lasciando immaginare che le maestranze al seguito del principe Arechi II avessero conservato tecniche e saperi legati al mondo classico, al quale evidentemente si tornava a guardare come simbolo di potere, grandezza, maestosità e gusto. La parte bassa della parete absidale fu impreziosita, utilizzando ancora la tecnica dell’opus sectile, da tessere in marmo miste a tessere realizzate con una lamina a foglia d’oro, mentre le pareti laterali e i sottarchi delle finestre ospitavano decorazioni ad affresco.

L’apparato decorativo della cappella risultava concluso da un’epigrafe dedicatoria (titulus), che correva all’interno della chiesa, lungo le pareti laterali, ed era stata scolpita su lastre di marmo bianco riutilizzate. Le lettere frammentarie dell’epigrafe, rinvenute nel corso delle indagini archeologiche, rivelano una tipologia scrittoria molto vicina alla capitale romana e ciascun segno grafico doveva essere stato decorato con bronzo dorato. Il testo dell’iscrizione era in versi esametri e venne dettato dal monaco longobardo Paolo di Warnefrido Diacono, vicino alla famiglia del principe Arechi II e forse presente a Salerno durante gli anni in cui la cappella veniva edificata.

Un tetto con capriate lignee, a doppio spiovente, copriva presumibilmente la chiesa.

Un secolo più tardi il complesso palaziale arechiano non costituiva più la residenza dei principi salernitani, divenuti nell’anno 849 padroni di un Principato autonomo da Benevento con capitale Salerno; eppure è ipotizzabile che l’area della corte voluta da Arechi II non fosse stata modificata, almeno fino alla fine del secolo X, quando l’autore anonimo del Chronicon Salernitanum ancora ne vedeva in piedi la cappella con il palazzo, potendone descrivere, con dovizia di particolari, l’architettura e le decorazioni. Variazioni più o meno sostanziali del tessuto urbano cominciarono a verificarsi all’indomani della conquista normanna della città (1076-1077), protraendosi per tutta la fase del Regno normanno. A questa fase (fine del XII secolo) è da riferire la costruzione del palazzo gentilizio che si erge a nord della cappella di San Pietro a Corte, Palazzo Fruscione, il quale apre il suo attuale ingresso principale sul vicolo Adelperga e rientra chiaramente nell’antica area della corte longobarda, oggi il quartiere dei Barbuti.

I cantieri di età normanno-sveva non toccarono la cappella di San Pietro a Corte, per la quale solo nel 1567 si ha notizia di una serie di modifiche che vennero apportate alla struttura per volontà di Decio Caracciolo. La scalinata, che consentiva l’accesso dall’esterno alla chiesa, e, probabilmente, anche il campanile che le si appoggia sul versante settentrionale sarebbero da riferire a questa data. Nuovi lavori sono documentati alla fine del XVIII ad opera del rettore Pignatelli, tra cui il pesante rifacimento interno della cappella secondo il gusto dello stile barocco e il restauro della scalinata d’accesso; mentre dal 1939 la chiesa è divenuta sede della confraternita di Santo Stefano.

L’ambiente sottostante alla cappella ospitò, oltre alla chiesa cimiteriale, un piccolo oratorio collocato nel vano più orientale dei due nei quali risultò diviso il frigidarium romano. Oggi sono visibili una serie di affreschi, che ritraggono figure di santi in posizione iconica e due Madonne in trono con il Bambino. I dipinti mostrano una disomogeneità di esecuzione che li riporta a momenti diversi di vita dell’oratorio, sebbene non molto distanti tra loro. La parete meridionale è occupata dalla Vergine “Eleusa” con una teoria di santi, dei quali l’unico riconoscibile dall’iscrizione che lo accompagna è san Giacomo, vicino alla Vergine, mentre sul pilastro al centro del vano si conserva l’altra Madonna regina con il Bambino e figura femminile. I tratti fisionomici, i colori, le iconografie, i panneggi riportano gli affreschi in un contesto influenzato dalla cultura bizantina, riconducibile cronologicamente a cavallo tra il XII e il XIII secolo. L’altro dipinto leggibile all’interno dell’oratorio mostra, invece, un vescovo acefalo accanto ad un cavallo lanciato al galoppo, per il quale è evidente una fattura differente rispetto alle immagini dei santi e una datazione più tarda.


* Si ripubblica, con alcune modifiche, il testo pubblicato in P. Carlomagno (a cura di), Salerno: guida turistica, Edizioni dell'ippogrifo, Sarno 2007.

 

 

 





Cappella palatina di S. Pietro a Corte 

 Fotografie dell'Associazione Erchemperto