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  gennaio 2012                                          
                                               
 

"J. Edgar", di Clint Eastwood

 

 

 

 

di Michele Piastrella

 

 

 

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Il 'Biopic' è probabilmente il genere cinematografico più rischioso. Il termine designa i BIOgraphic PICtures, i film biografici, che rappresentano sempre una sfida difficile da raccogliere: rielaborare in due ore, o poco più, di celluloide settanta o ottant'anni di vita può risultare noioso per gli spettatori, eccessivamente sintetico e non aderente alla realtà dei fatti per gli storiografi. "J. Edgar", invece, riesce meravigliosamente a bypassare questi pericoli, in quanto supportato da due colossi: un regista rigoroso e geniale, Clint Eastwood, che in questo ruolo ha superato da tempo la maestria riconosciutagli come attore, e un eclettico e brillantissimo protagonista, Leonardo Di Caprio, che solo a uno spettatore distratto e superficiale può ancora apparire un divetto patinato e senz'anima (come alcuni suoi illustri colleghi, ugualmente attraenti ma adatti solo a riempire i rotocalchi scandalistici). "J. Edgar" narra la vita di John Edgar Hoover (1895 - 1972), poliziotto e funzionario governativo americano che diresse per quasi cinquant'anni l'FBI, portandolo da semplice e modesto strumento investigativo ad efficientissima e innovativa struttura; negli anni della sua direzione (iniziata quando aveva solo 24 anni!), Hoover introdusse pratiche come la catalogazione delle impronte digitali, i laboratori scientifici, il training degli agenti, ed eliminò il sistema di raccomandazioni nelle assunzioni degli investigatori. Il film evidenzia (altra cosa rara per un biopic) sia i pregi sia i difetti del personaggio, ovvero tra i pregi lo straordinario carisma esercitato sui subordinati e sui politici, la grandiosa forza manifestata nella lotta al crimine e la brillante creatività nell'adozione di sistemi di investigazione completamente innovativi (che portarono agli arresti di numerosi gangster eccellenti), ma anche tra i difetti l'intolleranza e la violenza gratuita (frutto di pregiudizi) esercitata nei confronti di stranieri, movimenti antiapartheid (tra tutti quello di Luther King) e dissidenti politici. Il film, inoltra mostra un delicato e quasi poetico idillio che (cosa per la verità non accertata) legò Edgar al suo collega e condirettore dell'FBI Tolson, del quale non diremo altro (per non togliere gusto al film) e ancora evidenzia l'adolescenza non facile del protagonista, vissuta con un padre debole e una madre dal carattere fortissimo e invadente. 

In realtà, la pellicola rappresenta uno spaccato di cinquant'anni di storia americana, dagli anni '20 agli anni '70, che vedono l'avvicendarsi di otto presidenti e numerosi avvenimenti storici che cambiarono letteralmente la nazione; Eastwood, così, riesce ottimamente a descrivere (con discreto ritmo e bella fotografia) il ventesimo secolo statunitense da un'ottica particolare, quella della difesa nazionale e della salvaguardia dell'ordine pubblico e dei cittadini: una visuale realmente alternativa, rispetto alle classiche prospettive strettamente politiche di alcune pellicole, o quasi populiste di altri. Ma il vero cardine su cui si regge il film è un meraviglioso Leonardo Di Caprio, che nei panni del giovane Hoover, ma soprattutto del vecchio (e straordinariamente truccato) Hoover tiene incollata l'attenzione degli spettatori per tutta la durata della pellicola. Se non si sapesse già che si tratta di Di Caprio, si potrebbe pensare che l'attore che interpreta il vecchio Hoover possa meritare l'ambita statuetta: aggiungere che a interpretarlo è un attore neanche quarantenne, capace di smorfie e intonazioni tipiche del personaggio e dell'età dello stesso, lascia immaginare la bravura del nostro Leo, che merita senza dubbio quanto meno una nomination agli Oscar. Come la merita il suo truccatore. Ottima anche la prova di Judy Dench, nel ruolo della madre.
Voto: 8-t

 

 

Leonardo Di Caprio in J.Edgar

immagine tratta da cronacalive.it