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  luglio 2010                                          
                                               
 



Il punto di..
 

 
Don Luigi 
 Merola
 

La Chiesa e l’impegno contro la malavita

Di fronte ad un documento così importante della Chiesa dal titolo Per un paese solidale, Chiesa italiana e mezzogiorno, desidero fare alcune considerazioni fondamentali dedicate alla scuola italiana ed alla cultura della legalità.  Questo nuovo documento della CEI esce a distanza di quasi vent’anni dall’altro intitolato Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e mezzogiorno.  Al centro della riflessione dei vescovi c’è ancora il mezzogiorno, «un mezzogiorno che non coglie gran parte delle nuove opportunità per una scarsa capacità progettuale, una radicale fragilità del suo tessuto sociale, culturale ed economico e, non per ultimo, la frequente mancanza di sicurezza». C’è una scarsa capacità progettuale perché c’è poca formazione nella classe politica e ancora oggi poco si investe nella prevenzione. Infatti gli stessi vescovi si rendono  conto che i giovani sono la risposta alla crisi morale, politica ed economica: «sono soprattutto i giovani ad aver ritrovato il gusto dell’associazionismo, tuttora particolarmente vivace in queste regioni, dando vita a esperienze di volontariato e a reti di solidarietà, non volendo più sentirsi vittime della rassegnazione, della violenza e dello sfruttamento».

Quanti giovani incontrati, in questi anni nelle scuole e nelle associazioni, mi hanno dato forza per credere che una speranza di cambiamento esista! Lo stesso cardinale Sepe nelle sue riflessioni alla diocesi del periodo quaresimale afferma che «i giovani sono la parte più bella della città di Napoli». La Chiesa crede nei giovani e i giovani devono credere nella Chiesa che ha tanti esempi di martirio, di uomini che hanno dato la vita alla causa della giustizia. Lo stesso documento parla di esempi come quelli di  «don Pino Puglisi, di don Giuseppe Diana e del giudice Rosario Livatino, i quali ribellandosi alla prepotenza della malavita organizzata, hanno vissuto la loro lotta in termini specificamente cristiani».

Dunque esempi non di eroi ma di uomini, “cristiani”, che hanno vissuto l’ordinario in maniera straordinaria facendo fino in fondo il loro dovere. Viene citato per la prima volta in un documento ufficiale della Chiesa il nome di don Diana. Finalmente un grande riconoscimento ad un parroco che non ha fatto il poliziotto a Casal di Principe né l’assistente sociale, ma ha fatto il sacerdote. Don Giuseppe è stato uomo tra la gente e si è preso cura dell’uomo e ha denunciato le ingiustizie di un sistema chiamato a Napoli "camorra", che è «cancro» ed è  «una struttura di peccato». Il documento si sofferma ad analizzare cosa è la criminalità organizzata e quali sono i suoi effetti devastanti su tutto il territorio nazionale. È definita la malavita  «piaga» e «cancro», che «avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud». Tutte le mafie sono definite «la configurazione più drammatica del male e del peccato». Il documento si conclude con un accorato appello a formare i giovani in questo vuoto educativo: «E’ necessario impegnarsi in una nuova proposta educativa, rigenerando, riordinando gli ambiti in cui ci si spende per l’educazione e la formazione dei giovani». Grande è l’importanza della scuola come di tutte le agenzie educative a fare rete contro il malessere della società. A Napoli abbiamo ormai una grande tradizione di collaborazione tra famiglie, parrocchie e scuole. Questo lavoro deve continuare con un maggiore slancio. Nella mia esperienza pastorale di prete con tredici anni di sacerdozio, posso attestare quanto è significativo investire nel verbo prevenire. Si parla sempre più di repressione e di costruzione di nuove carceri. Purtroppo il compito del magistrato o del carabiniere è solo quello di tagliare e non di prevenire. Spetta a noi tutti, che crediamo nella cultura della legalità, investire tutte le energie e contribuire così alla nascita di una società più giusta e meno degradata. La Chiesa con questo documento crede, ancora più di ieri, che la malavita come sistema umano prima o poi finirà.  

 
 

 

Chi è Don Luigi Merola

Sacerdote e scrittore, noto per il suo impegno civico e in particolar modo per la sua opposizione alla camorra. Il 1 ottobre 2000 diventa parroco di San Giorgio, parrocchia del quartiere napoletano di Forcella, dove vi resta per sette anni, in cui è impegnato per sottrarre il quartiere al degrado. A Napoli ha sede  la fondazione «’A voce d’e creature», voluta da don Merola per i ragazzi a rischio e in particolare per quelli che si sono allontanati dalla scuola. Il suo impegno contro la camorra si traduce nella ostilità della stessa. Infatti nel 2003 viene intercettata la frase di un camorrista: «Lo ammazzerò sull’altare». E' proprio tale frase che segna l’inizio della vita blindata del parroco cui, nel 2000, viene assegnata la scorta. Il suo periodo di permanenza a Forcella è stato segnato dal tragico evento dell’uccisione, avvenuta il 27 marzo 2004, di una ragazza di 14 anni, Annalisa Durante, trovatasi per caso a passare nel luogo dove era in atto un agguato camorristico e raggiunta dai colpi. Ignorando gli inviti a mantenere un profilo basso, don Merola nell'omelia del funerale ha attaccato duramente la camorra. Nel 2007 lascia il posto «in trincea» per trasferire il suo impegno a Roma con il ministero dell’Istruzione, che gli assegna un incarico di studio per la promozione della legalità nelle scuole. La soddisfazione più grande arriva il 23 marzo 2010, la nomina a consulente per la commissione parlamentare antimafia. Per questo è stato definito "parroco anticamorra", definizione che però egli non è solito attribuirsi.