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  gennaio 2011                                          
                                               
 

La via della ceramica

Castel Terracena – Museo Tafuri

di Irma Pastore

Castel Terracena

Si sviluppa in Italia, a partire dall’XI secolo, la pratica dell’inserimento di ceramiche pregiate, per lo più importate dall’area mediterranea del mondo islamico e da quello bizantino, sulle facciate di edifici religiosi, sui campanili e, più raramente, su edifici civili come torri o palazzi. Tali ceramiche oggi vengono comunemente denominate “bacini”. Questo termine venne utilizzato per la prima volta da Gian Battista Passeri, che nel 1758 definì «bacini di terra colorati» alcune ceramiche inserite nelle chiese di Pesaro. Il fenomeno dell’inserimento di pregiato vasellame da mensa nelle architetture medievali va correlato all’esigenza di ravvivare con particolari colori le austere superfici murarie, in particolare quelle degli edifici romanici, in modo da ottenere splendidi effetti cromatici. In passato erano state formulate varie ipotesi relative a questo utilizzo. Si era pensato, infatti, che i bacini fossero trofei di guerra portati dai crociati di ritorno dalla Terra Santa oppure degli ex-voto o che fossero oggetti simbolici ad uso propiziatorio acquistati in Spagna, nel Maghreb o nel Mediterraneo occidentale. L’ipotesi oggi comunemente accettata è quella secondo cui l'inserimento dei “bacini” aveva una finalità decorativa.

L’utilizzo dei bacini architettonici in Italia avviene tra XI e XV secolo ed è particolarmente diffuso in alcune regioni dell’Italia centro-settentrionale, mentre in quelle meridionali le testimonianze sono più limitate. Bisogna precisare che i bacini erano oggetti di uso comune, destinati alla mensa e non foggiati espressamente per essere utilizzati in architettura. Inoltre, si è potuto osservare che l’inserimento avveniva, quasi sempre, in fase edilizia, per cui la cavità per l'inserimento veniva realizzata precisamente per un determinato bacino. I bacini, nella quasi totalità, erano importati dal Maghreb, dalla Spagna e dai territori bizantini, ma vi erano anche prodotti locali. La pluralità delle provenienze offre, quindi, anche una varietà tipologica, per cui abbiamo ceramiche invetriate monocrome per lo più di colore verde, invetriate policrome, esemplari smaltati in “protomaiolica”, bacini decorati a lustro dal caratteristico riflesso metallico.

Nel centro storico di Salerno è stato individuato un bacino architettonico su un paramento murario di Castel Terracena, il palazzo costruito da Roberto il Guiscardo. Molto probabilmente la datazione della reggia normanna è da porre tra il 1074 ed il 1086: una testimonianza visiva ci è pervenuta da una miniatura del codice contenente il poema di Pietro da Eboli del XII sec. Sappiamo, poi, che l'edificio fu gravemente danneggiato in seguito al terremoto del 1275. Oggi di Castel Terracena rimangono poche labili tracce. Da via S. Michele, attraverso una scala che mette in comunicazione con la via sottostante, si accede ad un piccolo cortile dove, alzando lo sguardo, è possibile riconoscere, sulle pareti dell’edificio che vi si prospetta, forse una torre del castello. Su questa struttura è ancora visibile la decorazione originaria a tarsie policrome realizzate con tufo grigio e tufo giallo: alcune fasce di decorazione policroma che sottolineano l’andamento dei piano e seguono le basi delle finestre.

Al centro di uno dei rosoni visibili sulla bifora di sinistra, posta al secondo livello della torre occidentale, è possibile osservare un piccolo bacino dal diametro di circa 10 centimetri. L’esemplare, quasi certamente invetriato, presenta una decorazione bicroma in verde e bruno, con fasce diametrali alternate a linee sottili, tipologia riscontrabile sulle ceramiche invetriate prodotte in Campania verso la metà del XII sec. Si tratta di quella produzione invetriata, dipinta in bruno e verde, rinvenuta con consistente frequenza a Salerno, che trova riscontro in alcuni reperti napoletani e che ha una diretta derivazione stilistica dai più antichi esemplari maghrebini.

Museo Tafuri

Nel centro storico di Salerno, poco distante dal Duomo, nel caratteristico Largo Casavecchia, troviamo il museo della ceramica “Alfonso Tafuri”. Il museo fu ideato e realizzato da Alfonso Tafuri, un appassionato cultore della conservazione, del restauro e della storia di Salerno, che dedicò molto del suo tempo, dal 1970 al 1980, al costante lavoro di recupero di ceramiche e di altri oggetti oggi esposti nel museo. Egli, infatti, durante i lavori di scavo realizzati per il restauro o la risistemazione di edifici pubblici e privati, nel corso di lavori stradali e qualche volta addirittura tra i rifiuti o nel materiale di risulta dei cantieri edili, recuperava vasellame, utensileria da cucina e  riggiole smaltate che costituiscono il nucleo espositivo del museo, insieme ad altri reperti che provengono da donazioni di alcune famiglie salernitane.

Il museo Tafuri è un interessante esempio di impegno privato utile alla conservazione ed alla conoscenza di un percorso della storia della ceramica e, particolarmente, del rapporto che la ceramica salernitana e vietrese hanno avuto con la città, con le sue abitudini, con i suoi gusti e con la religiosità dei suoi abitanti. La classificazione espositiva del museo è stata realizzata per tipologia di oggetti. Nelle prime vetrine sono esposti vasellame ed utensileria casalinga: i reperti più antichi sono databili al secolo XVI. La maggior parte è in maiolica bianca o in stile compendiario; vi è anche un’ampia rappresentanza di vasellame vietrese del XIX secolo, come alcuni piatti con decorazione a spugnetta lungo la tesa e motivo centrale a sciurillo. Segue, poi, lo spazio dedicato alle riggiole smaltate, ovvero pavimenti e rivestimenti di case, chiese e conventi. È questa una produzione particolarmente significativa e caratteristica della ceramica di Vietri dell’'800, di cui è esposta nel museo una ricchissima varietà di esemplari provenienti per lo più da case del centro storico salernitano. Dai marchi di produzione impressi sul retro delle mattonelle risultano produttrici di riggiole tre faenzere: la fabbrica dei fratelli Tajani, quella di Sperandeo Antonio e l'altra di Punzi Antonio. La raccolta sottolinea come, nel corso dell’'800, la riggiola vietrese fosse divenuta sempre più competitiva nei confronti di quella napoletana, coprendo la quasi totalità della committenza salernitana e di quella dei centri limitrofi.

L’ultima sezione del museo è costituita dalle targhe e dalle piastrelle devozionali dei secc. XIX e XX. I manufatti, per lo più in ceramica vietrese, ci permettono di comprendere il rapporto tra il fedele e la divinità attraverso la rappresentazione di alcuni tra i santi propri della cultura popolare. Accanto a varie raffigurazioni della Vergine troviamo pannelli e piastrelle votivi dedicati a s. Antonio Abate, s. Francesco da Paola, s.Vincenzo Ferreri e s. Michele Arcangelo.

In una vetrina del piano inferiore si nota, tra i vari frammenti di produzione vietrese, una ciotola di ceramica spiral ware. È questo il reperto più antico della collezione Tafuri, in quanto la ceramica spiral ware è databile al XIII secolo. Questa classe ceramica è largamente diffusa lungo tutto il litorale tirrenico dell’Italia meridionale, dal Lazio alla Campania, ed in Sicilia. Fuori del territorio italiano è attestata a Byrsa, l’acropoli di Cartagine, a Rabat, nell’isola di Malta e ad Acco in Israele. Appartengono a questa classe ceramica coppe e bacini – sono molto rare le forme chiuse – decorati con spirali disegnate esclusivamente in verde ramina e bruno manganese sotto una vetrina piombifera trasparente.

Negli ultimi anni i frequenti ritrovanti di ceramica spiral ware, in contesti stratigrafici ben databili, hanno permesso di individuare l’inizio della produzione intorno alla metà del XII secolo ed un’ampia diffusione nel corso del XIII secolo. Per quanto riguarda la destinazione di queste coppe ceramiche si è ipotizzato che si potesse trattare di forniture militari e navali, essendone stata rinvenuta, in Sicilia, una notevole quantità nell’antico arsenale palermitano della Kalsa.

Un piccolo gruppo di spiral ware, 98 reperti tutti frammentari riconducibili soltanto a forme aperte, proviene dal Castello di Salerno. Stando ai risultati delle analisi chimiche ed allo studio dei minerali effettuato su alcuni campioni, le ceramiche decorate a spirale del Castello sono state prodotte a Salerno o nell’area salernitana.

La decorazione della spiral ware è costituita quasi sempre da quattro spirali in bruno e verde, disposte in modo alternato. Tale repertorio presenta poche varianti, raramente con tre spirali in bruno e tre linee in verde disposte sempre in modo alternato, altre volte con tre spirali in bruno separate da galloni in verde e linee ondulate in bruno. La decorazione esclusivamente in bruno è riscontrabile in pochissimi esemplari.

   

 

Frammento di ciotola di ceramica spiral ware 
Fotografia di Irma Pastore

Riggiole smaltate esposte nel Museo Tafuri
Fotografia di Irma Pastore