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| ottobre 2011 | |||||||||||||||||||||||
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Cose dell’altro mondo Quando per farsi notare bisogna scomparire.
di Elsa De Simone
«Prendete il cammello e tornate a casa!». Non è il suggerimento per i Re magi di biblica memoria, ma la singolare affermazione che l’industriale Golfetto – personaggio interpretato da Diego Abatantuono in Cose dell’altro mondo – rilascia quotidianamente contro gli immigrati nello spazio televisivo riservatogli in una tv locale da lui finanziata. Presentato con non poco clamore nel corso dell’ultima edizione del Festival del Cinema di Venezia, nella sezione “Controcampo italiano”, il film diretto dal napoletano Francesco Patierno accende i riflettori su razzismo e integrazione nel nord Italia. Scritto in co-sceneggiatura assieme, tra gli altri, a Diego Da Silva, scrittore partenopeo noto al panorama letterario per la verve caricaturale e lo stile altamente ironico dei suoi scritti – il film ha fatto molto parlare di sé per le polemiche che ha generato sin dalla prima proiezione.
Creato sul modello delle if-comedy americane, lo svolgimento della trama prende le mosse proprio dall’impostazione del «se un giorno accadesse che... ». La storia è ambientata nelle zone in cui prospera l’industria medio-piccola del Veneto, dove il Regista inserisce il personaggio di un industriale interpretato da Diego Abatantuono, imprenditore e conduttore di un programma televisivo, che di giorno inveisce senza alcun freno contro gli immigrati che lavorano nella zona e di notte si accompagna con signorine non autoctone incontrate lungo i marciapiedi cittadini. Gli immigrati, stanchi di invettive e offese, decidono di prenderlo in parola e di andare via. Così, in un mattino quasi surreale, Abatantuono e concittadini si svegliano in un clima di immobilità: tutto tace, il lavoro è fermo, le attività sono bloccate. A nulla servono i tentativi di andare avanti con la vita quotidiana: i lavoratori autoctoni non sono inseriti nei settori della manovalanza, dell’assistenza, dei lavori più umili e la differenza si sente irrimediabilmente.
Attraverso uno stile sarcastico, iperbolico e politicamente scorretto al punto tale da risultare divertente, Patierno pone l’accento sulla tolleranza e sulla comprensione di quanto sia importante il ruolo degli immigrati nella gestione quotidiana delle dinamiche sociali. «Volevo evitare prima di tutto la retorica che molte volte aleggia quando si tratta un argomento così delicato – ha sottolineato il Regista. Ho cercato di affrontare le dinamiche dell’immigrazione, dell’integrazione e del rapporto con lo straniero in maniera seria ma non seriosa. Da qui la scelta di usare un’ironia a tratti feroce ma che penso mi abbia portato a raccontare ancora meglio certe suggestioni che in un modo differente sarebbero sembrate forzate». E sicuramente raccontano più di “qualcosa” le parole del desperate manager Golfetta: «Signore, chiudo l’oci, quando li riapro falli tornare ‘ndrio TUTTI!!!».
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