|
|
|
||||||||||||||||||||||
| settembre 2011 | |||||||||||||||||||||||
|
«Cosa voglio di più», una passione che divora l’anima La recensione dell’ultimo lavoro di Silvio Soldini, con Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher di Lorenzo De Donato Un fattorino (Pierfrancesco Favino) e un’impiegata (Alba Rohrwacher), due persone comuni. Due persone normali, con un lavoro normale, una vita normale. Lui ha una famiglia normale, una moglie e due figli. Lei convive con un uomo talmente comune da sembrare invisibile, da sembrare, a lungo andare, deprimente. Porta gli occhiali, è grasso, lavora in un negozio di valigie come commesso, adora il fai-da-te e la sera ama guardare film alla tv. Abitano fuori città. Lei ogni giorno viaggia in treno per andare al lavoro. Persone comuni con vite normali. Vite, però, attraversate da un silenzio terrificante. Il silenzio della monotonia, il silenzio della ripetizione, il silenzio di un’asfissiante quotidianità. A letto, in bagno, in auto, in treno, al lavoro, in strada. Il silenzio di un’esistenza vuota, come vuote sono le esistenze di molte persone nella realtà. Improvvisamente, inaspettatamente, queste due vite infelici si incontrano, si intrecciano, si avvinghiano disperatamente l’una all’altra. Domenico e Anna diventano le vittime casuali di un’ardente e impetuosa passione, due amanti senza futuro. «Cosa voglio di più», ultimo lavoro di Silvio Soldini uscito l’anno scorso nelle sale italiane, è un film minimalista e intimista. Un film nudo, un film scarno, spoglio. Senza dialoghi pomposi o esistenziali, affettati o romanzeschi, senza musiche di sottofondo, senza gentilezze verso lo spettatore. Il regista è riuscito a rappresentare la realtà, la vera realtà dell’esistenza, la realtà delle vite comuni degli uomini comuni, quella da cui così tante persone vorrebbero fuggire. Stroncato da parte della critica per la struttura narrativa scarna e molto realistica, il film porta lo spettatore a riflettere proprio attraverso il suo estremo realismo. La pellicola è una rappresentazione impietosa di quel che accade in genere alle persone quando vengono soddisfatti gli elementari bisogni, le primarie necessità, ma non viene soddisfatto quell’anelito verso qualcosa d’indefinito proprio di ogni uomo. Una rappresentazione dell’immenso limbo costituito da tutti coloro che possiedono il necessario per vivere decentemente (famiglia, amici, casa, vestiti, auto, soldi), eppure avvertono l’insopportabile vuoto di qualcosa che manca. A volte, casualmente, la nostra vita prende una certa piega, inaspettata, e ci accorgiamo lentamente che questa novità è proprio quel qualcosa che manca e che stiamo cercando da sempre. E’ quasi sempre una passione, una passione che ci riempie la vita; può essere una passione per gli animali, per le lettere, per lo sport, per la musica, persino per un’ideologia. Oppure, molto più semplicemente, per una persona. Per un essere umano. Se è per un essere umano, è più forte di ogni altra cosa, e, se è ricambiata, si raggiunge la certezza che era proprio ciò che mancava. Ma a volte, nella nostra vita, può anche succedere che questa passione incontri degli ostacoli; ci si vorrebbe abbandonare completamente, ma non si può, si vorrebbe annegare in essa, ma non si può. Alcune barriere sono troppo alte per poter essere superate. E la passione si trasforma in dolore. «Cosa voglio di più» è la storia di Domenico e Anna e della loro passione; è la storia di questo dolore, della loro impossibilità di trascorrere l’esistenza l’uno accanto all’altra. E’ la storia di una quotidianità che diventa monotonia, di una normalità che diventa soffocamento, di una stabilità e una quiete che diventano vuoto. E’ la storia di tutte le storie: quando ostacoli puramente umani si frappongono tra gli uomini e la felicità.
|
|
||||||||||||||||||||||