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| maggio 2011 | |||||||||||||||||||||||
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Dorian Gray e l’ignoranza del Mezzogiorno Al Centro Sociale di Salerno la trasposizione teatrale del romanzo di Wilde con Manuele Morgese di Lorenzo De Donato
Una pièce teatrale sublime e una performance attoriale straordinaria, svoltasi in un contesto squallido e a dir poco mortificante, per l’artista sul palcoscenico e per la cultura stessa. Come è possibile tutto ciò? E’ possibile se lo spettacolo teatrale si chiama «Il caso Dorian Gray» e la città si chiama Salerno. Lo scorso 30 aprile il Teatro del Centro Sociale della nostra città ha ospitato una meravigliosa opera teatrale, scritta da Giuseppe Manfridi per la regia di Pino Micol e tratta dal romanzo «Il ritratto di Dorian Gray» di Oscar Wilde, ma la sala era quasi completamente vuota, nonostante la gratuità dell’evento. Il pubblico era formato da meno di venti persone, la metà delle quali - tutte anziane - era capitata lì per caso, senza minimamente capire cosa stesse succedendo sul palcoscenico, senza far altro che chiacchierare, parlare, ridere, sbuffare e schiamazzare, in maniera talmente rumorosa e fastidiosa da costringere l’attore a fermarsi un paio di volte. Una vergogna, oltre che un’offesa ad un artista impegnato sul palco a dare il meglio di sé mostrando i frutti del suo duro lavoro. Protagonista indiscusso della serata, vero e proprio one man show, è stato Manuele Morgese, 36 anni, originario di Napoli - e poi, neanche a dirlo, emigrato altrove - attore, autore, regista e produttore teatrale, fondatore e direttore artistico della compagnia teatrale abruzzese Teatro Zeta (che ha portato «Il caso Dorian Gray» nei teatri di tutta la penisola), direttore artistico di tre teatri (il Teatro Eur di Roma e due teatri a L’Aquila), Premio Flaiano 2009 e Premio Gassman 2010. E così, nelle condizioni appena descritte, si è svolta a Salerno l’ultima tappa della tournée del «Dorian Gray» di Manfridi e Morgese dopo circa settanta applauditissime repliche in tutta Italia. «E’ stato imbarazzante recitare in queste condizioni - afferma Morgese - Sono rimasto a dir poco stupito di come siano andate le cose, questo è uno spettacolo con il quale abbiamo registrato il tutto esaurito in tutti i teatri in cui lo abbiamo portato, persino in paesini come Bassano del Grappa o Gallarate. Al nord e al centro Italia i nostri spettacoli hanno avuto enormi partecipazioni di pubblico, cosa che purtroppo non è avvenuta al sud, e la conferma è arrivata stasera». Dunque uno spettacolo ignorato dall’intera città: se ciò è avvenuto, è per colpa delle istituzioni, che hanno relegato «Il caso Dorian Gray» in un luogo poco frequentato dal grande pubblico e soprattutto senza averlo minimamente pubblicizzato, in nessun modo, neanche con un piccolo manifesto. Ma tralasciamo il triste contesto e veniamo alla sostanza. Manfridi, consapevole che per rappresentare un romanzo a teatro non basta inscenarlo e raccontarne la storia, attua non solo una trasposizione scenica della storia ma anche una vera e propria reinvenzione di essa, dove non c’è più un solo protagonista ma tre protagonisti, e la vicenda, non più lineare come nel romanzo, diventa un mistero che lo spettatore deve cercare di capire e di risolvere. Una rielaborazione drammaturgica che trasforma il romanzo in inchiesta, una vicenda processuale senza luogo e senza tempo - il teatro è l’«unico luogo in grado di reggere l’impossibile» scrive il regista Micol - in cui si susseguono le tre deposizioni di Lord Henry Wotton, del pittore Basil Hallward e di Dorian Gray, tre diversi punti di vista che si completano a vicenda. Se nel romanzo Dorian Gray è il protagonista, qui tutti e tre i personaggi hanno uguale importanza e uguale spazio. Ma c’è una sorpresa: su di un palcoscenico buio e cupo, interamente rivestito di drappi neri che danno vita ad un’atmosfera non decadente ma gotica, i tre personaggi sono mirabilmente interpretati da un unico attore. Quello di Morgese, dunque, sembrerebbe essere nient’altro che un lungo monologo, ma in realtà è molto di più, grazie alle straordinarie doti dell’artista, talmente abile e appassionato da non far rimpiangere l’assenza di eventuali altri attori in scena. Maestro di trasformismo, Morgese è capace per ogni personaggio di cambiare in modo sorprendente l’aspetto, la voce, gli atteggiamenti, le movenze. Altro pregio dell’opera è la lingua, il linguaggio elevato e seducente con cui il lavoro drammaturgico è stato redatto, a perfetta imitazione dello stile vaporoso e intrigante di Wilde, un linguaggio denso, evocativo, immaginifico. La rappresentazione è non solo metateatrale (l’attore si rivolge al pubblico consapevole di essere un uomo su un palcoscenico che parla con i suoi spettatori) ma anche metagenere, in quanto vien fatto esplicito riferimento al fatto che i personaggi teatrali sono in realtà personaggi di un romanzo e che la stessa pièce teatrale che sta avendo luogo proviene dalle parole di un romanzo, dunque una totale fusione artistica tra letteratura e teatro. L’uomo prova profonda angoscia per la finitudine della vita umana e dunque per la morte. Tutti proviamo verso la morte una paura orrenda e atroce, vorremmo vivere per sempre, essere immortali, ma sappiamo che non sarà così. Eppure, secondo Heidegger, la consapevolezza dell’ineluttabilità della morte ha una valenza altamente positiva in quanto rende autentiche le nostre scelte, le nostre decisioni, le nostre azioni, e dunque la nostra esistenza, cosa che non potrebbe avvenire nella prospettiva di una vita eterna: è proprio ciò che temiamo più di ogni altra cosa, la morte, a dare un senso alla nostra vita. E’ la morte a spronarci a vivere. Se essa non ci fosse, saremmo tutti dei Dorian Gray, eternamente giovani, eternamente belli, senza paure, senza preoccupazioni, immortali. E il punto è proprio questo: un’esistenza eterna spaventa forse di più di un’esistenza mortale, proprio come accade a Dorian Gray, che, al culmine della disperazione, pugnala il quadro, uccidendosi. |
Immagine dal film Dorian Gray, del 2009
Immagine
di Manuele Morgese tratta da
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