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  dicembre 2010                                          
                                               
 

Michele Placido all’Università di Salerno

Intervista all’attore e regista pugliese che ha incontrato gli studenti nell’ambito della rassegna Filmidea

di Lorenzo De Donato

L’attore e regista Michele Placido ha incontrato lo scorso 22 novembre gli studenti dell’Università degli Studi di Salerno nell’ambito di Filmidea, appuntamento che ogni anno ospita presso il campus di Fisciano importanti personaggi del mondo del cinema per lezioni ed incontri con gli universitari. Placido, classe 1946, pugliese, ha alle spalle una quasi quarantennale carriera di attore ed ha lavorato con importanti registi come Monicelli, Comencini, Bellocchio, Damiani, i fratelli Taviani, Tornatore. Egli stesso si dedica alla regia ormai da circa vent’anni. Placido, che è stato già ospite negli anni scorsi, presso l’ateneo di Salerno, agli incontri universitari di cinema firmati Filmidea, è spesso presente sul territorio salernitano anche in veste di attore: nel dicembre dello scorso anno ha recitato proprio all’Università nello spettacolo Todo el Amor e lo scorso agosto è stato in Costiera Amalfitana, a Scala, per l’inedito spettacolo d’ispirazione dantesca Amor, ch’a nullo amato… amar perdona.

La manifestazione Filmidea, giunta quest’anno all’ottava edizione e dedicata ai centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, è organizzata dai docenti Piero Cavallo, Gino Frezza, Pasquale Iaccio, Marco Pistoia e Roberto Vargiu. Gli altri ospiti dell’edizione 2010 sono stati il regista napoletano Mario Martone, il regista toscano Giovanni Veronesi e il duo Ficarra e Picone.

Placido, il suo cinema si intreccia spesso con la storia. Com’è questo rapporto tra i suoi film e la storia italiana?«I miei non sono  film storici, non  raccontano grandi eventi storici, ma sono spaccati su  alcune  vicende o periodi   della storia italiana   oppure storie di   personaggi   che si rivelano essere squarci sulla condizione  sociale italiana, sulla  nostra società. Pummarò riguarda   gli extracomunitari,  l’immigrazione,  Le amiche  del cuore le violenze in  famiglia   e  l’incesto, Un  eroe  borghese  la mafia,   Romanzo criminale  la banda della Magliana e Il grande sogno il '68». Un suo  ricordo   di  Florestano   Vancini, grande regista   scomparso  da  poco   che  la  diresse nella seconda serie de La Piovra. «Florestano  Vancini   appartiene   a  quel  gruppo  di registi  che  possiamo definire i  maestri  della storia contemporanea  italiana. Bronte è il  primo  esempio di cinema ispirato alle  cronache   nascoste  dell’Unità d’Italia. È un film  che  mi impressionò moltissimo, cancellò improvvisamente tutta  la  mia  cultura  storica raccontando una  verità  scomodissima  per il nostro paese e per la nostra storia: in nome dell’unificazione il  sud  venne  raso  al  suolo.  Era un  regista civile,  come  Damiano  Damiani. Era  un  regista  capace  di  trasmettere un  forte  sentimento  di indignazione, una sua emozione  personale sul piano civile.  È  molto  importante portare all’attenzione della coscienza e dell’opinione pubblica storie di questo genere».

Un giudizio da esperto: un attore si distingue più per la capacità di interpretare un personaggio, per la capacità di farlo suo, o per la sua capacità di recitare in sé e per sé?

«Dipende dall’attore. Faccio un esempio citando due giovani attori italiani. Elio Germano si concentra molto sul personaggio e si interessa poco di rappresentare la sua immagine. Riccardo Scamarcio invece, soprattutto all’inizio, ha cercato di rappresentare il suo ego, la sua bellezza. Io credo che l’attore non rappresenta mai se stesso, rappresenta sempre un personaggio, qualcosa che gli è estraneo».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«Andrò a Parigi a girare un film francese con Daniel Auteuil e Vincent Cassel. Si intitola Lo spione e narra di una rapina in banca. È un film su commissione, mi hanno chiamato perché volevano me come regista».

Parliamo del suo ultimo film, Vallanzasca. Gli angeli del male, che uscirà a gennaio nelle sale italiane ed è stato presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia suscitando molte polemiche.
«All’inizio questo film avevo deciso di non farlo, poi Kim Rossi Stuart ha insistito e mi ha convinto perché voleva assolutamente questo ruolo. Da giovane Vallanzasca era bello, è questo che colpisce la gente, era bellissimo ma era un assassino, un criminale. Poteva capitargli di rapinare una banca, rubare i soldi e poi buttarli via: era capace di questo. Il suo fascino sta nel fatto che non ha mai pensato alla ricchezza, all’accumulo, ma agiva per il puro gusto di compiere il male. Capisco che i parenti delle vittime si lamentino, ma questo è comunque un pezzo di storia d’Italia, non c’è nulla di male a raccontarlo».

Dunque Vallanzasca è un antieroe, un eroe del male.
«Sì. Kim Rossi Stuart mi diceva: «voglio interpretare Vallanzasca perché quest’uomo è il male in persona, mi interessa andare fino in fondo per capire “perché” si compie il male». Questa è stata da parte sua una dimostrazione di grande intelligenza e grande sensibilità, poiché a tutti piace rappresentare il meglio di sé, far sfoggio della parte più seducente di sé, ma nessuno vuole rappresentare il peggio che è in lui. Questo “peggio” dentro di noi c’è e se un attore riesce, grazie ad un ruolo, a rappresentare anche il peggio, allora raggiunge il massimo. Non a caso, uno scrittore strepitoso, straordinario, il più grande autore teatrale di tutti i tempi, Shakespeare, raggiunge il massimo proprio con i personaggi negativi. Quando andiamo a teatro a vedere Otello, nessuno fa il tifo per Otello, tutte le nostre simpatie vanno sempre a Iago. La trappola che Shakespeare ci tende è incredibile: siamo tutti persone perbene, andiamo a teatro convinti che staremo dalla parte di Otello, ma, mentre Iago lo inganna, tutti lo deridiamo; quando però vediamo che Otello uccide Desdemona ci rendiamo conto di quello che è successo. Shakespeare ha fatto uccidere Desdemona non solo da Iago, ma da tutti noi».

 

 

 

Michele Placido nel corso dell'incontro tenuto
all'Università di Fisciano

fotografia De Donato