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| aprile 2011 | |||||||||||||||||||||||
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Lo scrittore ossessionato dalle parole Intervista allo scrittore Diego De Silva sul ‘mestiere di scrivere’ e il mondo dei giovani
di Lorenzo De Donato
Diego De Silva, classe 1964, napoletano d’origine ma salernitano d’adozione, è scrittore, romanziere, giornalista e sceneggiatore. I suoi libri sono tradotti in Inghilterra, Francia, Germania, Spagna, Olanda, Portogallo e Grecia. Collabora con il quotidiano Il Mattino ed è spesso presente in diverse manifestazioni ed eventi organizzati a Salerno. In questo mese di aprile terrà un reading nell’ambito dell’edizione 2011 del festival culturale «Linea d’Ombra». La sua ultima fatica letteraria è Mia suocera beve, romanzo che vede il ritorno dell’avvocato Vincenzo Malinconico, un antieroe sgangherato e irresistibile, ‘filosofo involontario’, già protagonista del suo precedente romanzo Non avevo capito niente. Il libro è stato presentato lo scorso novembre presso il Centro Sociale. L’incontro con lo scrittore napoletano era inserito nell’ambito della terza edizione della rassegna letteraria Letture senza confini, che ha visto protagonisti scrittori e poeti di varie nazionalità, tra cui anche il celebre poeta statunitense Jack Hirschman. De Silva ha risposto con la sua tipica calma flemmatica e la sua disarmante semplicità ad alcune domande sull’arte di scrivere, sull’universo giovanile e sulle difficoltà ad inserirsi nel mondo della cultura.
De Silva, com’è il suo rapporto con la scrittura? «E’ un rapporto ossessivo, io ho un rapporto ossessivo e frenetico con le parole. Faccio lo scrittore perché non so fare altro. Può sembrare una piaggeria, ma non lo è: io so soltanto scrivere. E uno scrittore non ha tutta questa libertà come comunemente si pensa, ad esempio la libertà di fare una passeggiata. Se uno scrittore ha un’idea in testa, non è libero finché non le ha dato forma. Il mio è un esercizio nevrotico della scrittura, una vera e propria ossessione».
Cosa consiglia ai giovani che intendono cercare di intraprendere un percorso letterario o artistico in generale? «Essenzialmente capire se si ha talento. I segni del talento si vedono subito. Ovviamente esso non basta, poiché bisogna avere capacità di costruzione. Bisogna capire cosa si è capaci di fare e come lo si sa fare, e soprattutto trovare il modo di farlo e le forme in cui esprimersi. Questi sono ambiti in cui non si possono dare consigli a nessuno. Ognuno deve trovare il suo sistema di lavoro da solo».
Cosa è possibile fare per superare le difficoltà e gli ostacoli che sbarrano la strada a chi vuole intraprendere un percorso del genere? «La cosa fondamentale è accettarsi. Se c’è qualcosa che si vuol fare e che può rendere felici, bisogna cercare di realizzarlo. Forzare la propria natura cercando strade più convenienti ma che portano ad essere insoddisfatti è un errore. E’ meglio vivere con difficoltà ma essere felici, piuttosto che cercare scorciatoie e strade più facili che portano però a non stare bene con se stessi. Chi vuol dedicarsi alla scrittura, all’arte, alla ricerca universitaria sa benissimo che avrà molti problemi. Fa tutto parte del gioco; se lo si accetta, lo si accetta fino in fondo. Se poi va male, va male. Non credo esistano altre soluzioni».
Come lei stesso ha affermato, chi opera in questi settori dovrebbe cercare di risvegliare le coscienze. Cosa è necessario fare in tal senso? «Fare bene il proprio lavoro, qualunque esso sia. Lavorare bene, non essere approssimativo, non essere stupido, non essere volgare. Fare bene quello che si sa fare nel modo più onesto possibile. Basterebbe questo, sarebbe già tantissimo».
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Diego De Silva |
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