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  settembre 2011                                          
                                               
 

HARGROVE EUGENE C., Fondamenti di etica ambientale. Prospettive filosofiche del problema ambientale, Muzzio Ed., Milano 1990

a cura di Bettina D’Agostino

Se non ci fosse stata la separazione tra natura e uomo non si sarebbe potuto parlare di etica ambientale, l’uomo in altre parole non sarebbe stato investito della responsabilità nei confronti della natura. Secondo E.C. Hargrove l’etica ambientale nasce dall’interesse dell’uomo occidentale per la preservazione della natura e dunque è da ricondurre all’interesse estetico per la natura, interesse radicato nella tradizione occidentale.

«Secondo l’estetica positiva, la natura, nella misura in cui è naturale (cioè, non alterata dall’uomo), è bella e non ha qualità estetiche negative. L’estetica positiva è strettamente associata a un tipo specifico di argomento preservazionista, che sostiene il diritto della natura di esistere. Secondo quest’argomento, che generalmente è espresso in modo affatto inadeguato, tutto ciò che esiste ha diritto d’esistere semplicemente perché esiste….» (p.43).

Il concetto estetico del bello riconduce all’antropocentrismo: l’esperienza estetica, il godimento estetico, di colui che osserva un’opera d’arte, ciò che è naturale, che non ha subito l’intervento dell’uomo, è in quanto tale bello e conduce inevitabilmente a sostenere il diritto della natura ad essere. Ma «passiamo ora al problema finale, cioè all’affermazione che il bello naturale è inferiore al bello artistico, in quanto troppo estraneo per conformarsi ai criteri e ai gusti estetici dell’uomo» (p.47). È qui la polemica del nostro nei confronti di Passmore, o meglio la polemica nei confronti di coloro che sostengono che la natura addomesticata è preferibile alla natura selvaggia, alla selvaticità, perché, dal punto di vista dell’uomo, è più gradevole e più intellegibile. L’uomo capisce la natura addomesticata perché ha contribuito a crearla. Di conseguenza l’uomo è in qualche modo alienato dalla natura selvaggia; essa è qualcosa di esterno a lui, qualcosa di incompleto, per meglio dire, la natura acquista valore dal momento in cui l’uomo interviene modificandola, la natura trasformata diventa proprietà, in quanto qualcosa di manipolato, di propriamente umano.

Parlare di diritti della natura è fuorviante, perché i diritti in quanto tali si riferiscono sempre e solo all’uomo, allora sostenere l’esistenza di diritti da parte della natura significa darne un valore intrinseco, cioè già l’esistere in sé comporta l’acquisizione di diritti. Non basta sostenere che la natura sia bella, bisogna sostenere che il bello naturale è da preservare, che ha il merito di essere preservato per la sua unicità e originalità. Diventa allora un dovere morale dell’uomo, un dovere che investe il sociale da realizzare attraverso l’azione politica. Per dirla diversamente, urge un radicale cambiamento di rotta rispetto ai vigenti modelli economici e stili di vita, il che significa una concordata strategia generale di interventi. Interventi di norma complessi e delicati che tuttavia possono trovare un vincolo salutare e unificante nei principi di “responsabilità” e di “precauzione” dal momento che, per loro intrinseca definizione, inglobano le attività antropiche tutte senza limiti di spazio e di tempo, oggi arrivate a mettere a rischio le basi fondamentali delle dinamiche naturali che garantiscono la sopravvivenza dell’uomo sulla Terra.

Tale argomentazione ci mostra come si è giunti all’evoluzione del concetto di ambiente e del conseguente rapporto dell’uomo con la natura. Non solo l’ambiente è in continua trasformazione, ma è lo stesso uomo che mette in discussione il suo essere, per meglio dire l’ambito filosofico e geografico come chiave di lettura di ciò che si intende per ambiente, del reciproco rapporto e scambio tra ambiente ed uomo, che oggi deve tramutarsi in sviluppo sostenibile ed etica dell’ambiente, in altre parole è la presa di consapevolezza che il problema ambientale non può essere affrontato separatamente dal problema economico, perché la nostra salute dipende dalla salute dell’ambiente.

In definitiva, ribadisce Hargrove, per poter fondare un’etica ambientale a sostegno della preservazione della natura è necessario allontanarsi da argomentazioni utilitaristiche, da considerazioni riguardo la vita, la salute e il benessere dell’uomo. In altre parole, bisogna abbandonare l’etica tradizionale perché antropocentrica, nel senso che la natura è apprezzata solo nella misura in cui è strumentalmente preziosa per l’uomo. Dunque l’etica ambientale deve basarsi sui valori ambientali per la difesa della natura, inoltre deve essere in grado di realizzare un rapporto sinergico con l’azione politica, il tutto supportato dall’educazione ambientale.

E allora si osservi che «dato che i nostri criteri estetici derivano dalla natura, è assurdo affermare che i criteri della natura sono troppo estranei per essere accettabili e intellegibili dall’uomo…  Insomma per chi è privo di immaginazione un vuoto sulla carta geografica è un inutile spreco, per altri è la parte più preziosa» (p.44).

 

 

Eugene Hargrove
immagine tratta da faculty.unt.edu