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  settembre 2010                                          
                                               
 

L'embrione è una persona?

di Bettina D'Agostino

Partendo dalla definizione che l’embrione è individuo nella fase di differenziazione cellulare e di sviluppo degli organi nei primi due mesi dal concepimento, si vuole sollecitare la riflessione sulla questione: l’embrione è una persona? Coloro che sostengono la posizione funzionalista ritengono che l’embrione sia umano in quanto appartenente alla specie umana; ma questa appartenenza non basta ad affermare che esso è persona. L’appartenenza alla specie è un problema biologico, mentre l’essere persona è un problema filosofico.

La Chiesa cattolica, invece, fa sua la concezione sostanzialista, altrimenti detta del personalismo ontologico, che dà una interpretazione metafisica e creazionista dell’uomo, per cui l’uomo, creato ad immagine di Dio, deve agire in modo da esprimere tale dignità: in quanto immagine di Dio, la natura dell’uomo è inviolabile. Da tale premessa si comprende che l’embrione per la Chiesa è una persona sin dalla fecondazione, come si legge nel documento De abortu procurato:  l’infusione dell’anima avviene subito alla fecondazione. Però la Chiesa non dà risposta al problema del momento in cui si costituisce la persona, non chiarisce, cioè, quando l’embrione diventa persona. Infatti, sostiene che va rispettato COME persona e non perché è persona (si può trattare COME una persona anche un animale domestico o una cosa). Sulla questione del momento in cui inizia la vita la Chiesa riprende l’argomento del “viaggio a ritroso”, con l’intento di trovare quel punto naturale, non arbitrario, dell’inizio della vita. È alla fecondazione che ha inizio una vita che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano, che si sviluppa per proprio conto. Ma la fecondazione (fusione dei 2 gameti all’interno della stessa membrana cellulare) non coincide con la singamia (fusione dei nuclei dei 2 gameti). C’è un lasso di tempo di tempo di 36 ore. In altri termini, l’individuo cosale, caratterizzato dalla continuità spazio/temporale delle parti racchiuse dal contorno netto della membrana cellulare, non coincide coll’individuo genetico, caratterizzato da 46 cromosomi uniti dentro la membrana cellulare. Inoltre, a sostegno del carattere personale dell’embrione fin dal concepimento, la Chiesa avanza l’argomento della potenzialità: lo zigote (la cellula uovo appena fecondata) deve essere considerato come se fosse già un individuo completamente sviluppato sia biologicamente che moralmente perché è potenzialmente presente nella costituzione genetica, la quale viene considerata la forma potenziale dell’organismo completo; ciò che conta dal punto di vista morale è l’unicità del patrimonio genetico, che si costituisce al momento della fecondazione. Si osservi che tale argomentazione considera il percorso evolutivo embrionale correlato esclusivamente all’informazione genetica. Non tiene conto del fatto che lo sviluppo dipende non solo da aspetti ereditari ma anche esterni (temperatura), o meglio dall’interazione tra fattori genetici e ambiente e dal cosiddetto “rumore dello sviluppo”, ossia l’elemento di imprevedibilità che dà il carattere di irripetibilità.

Un altro aspetto debole della posizione cattolica consiste nel fatto di prendere in considerazione l’individuo somatico, che è la somma dell’individuo cosale (delimitato da contorni netti) e dell’individuo genetico (composto di cellule con lo stesso genoma). Ma nelle fasi iniziali non c’è ancora l’individuo somatico perché sono possibili scissioni, divisioni (gemelli). L’individuo somatico si forma dopo circa 14 giorni dalla fecondazione. Prima dei 14 giorni l’embrione non è neanche un individuo somatico (può dare origine a gemelli, a tumori) e fino a gravidanza inoltrata (4-6 mesi) non è adeguatamente formata la struttura originaria (cervello) da cui dipende l’attività superiore.

È del 29 aprile 2010 la notizia che la Chiesa Cattolica, attraverso le parole del cardinale Renato Martino, presidente emerito del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, intende contribuire al progresso della scienza e della ricerca, «ma naturalmente in difesa della vita sia dei malati, sia evitando che si usino per questa ricerca le cellule staminali embrionali».  Il cardinale, inoltre, afferma: «sappiamo bene che quando si utilizza una cellula staminale embrionale, quello che resta dell’embrione si getta via e quindi si distrugge una vita. Con le cellule staminali adulte, invece, non si ammazza nessun essere vivente». Si osservi come la Chiesa Cattolica, da un lato, abbia fatto un passo in avanti a sostegno della ricerca, dichiarandosi favorevole alla possibilità di utilizzare solo le cellule staminali adulte prelevate dall’intestino del paziente per curare malattie neurodegenerative come l’Alzheimer (e questo deve essere letto come un atteggiamento di apertura al reale), ma, dall’altro, abbia ribadito il suo divieto all’uso delle cellule embrionali, dal momento che l’embrione, a suo giudizio, va considerato come un essere vivente.