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  ottobre 2011                                          
                                               
 

La Cecla Franco, Perdersi. L’uomo senza ambiente, Laterza, Roma-Bari 1988

di Bettina D’Agostino

 

L’appartenere ad una natura non più incontaminata è ciò che La Cecla intende per «perdersi» (p.8), condizione che nasce con l’avvento della tecnica, il non fare parte più del naturale. Con il suo sguardo da antropologo-architetto, La Cecla giunge ad una importante riflessione sullo disordine del mondo nel quale ci troviamo a vivere e sulle logiche di ri-composizione dello spazio, o meglio di ri-territorializzazione operate da una schiera sempre più fitta di emarginati, stranieri e dislocati. Assistiamo al cosiddetto annientamento culturale dovuto ai principi epistemologici della modernità occidentale, cioè all’igiene e all’ordine, a ciò che egli chiama «lobotomizzazione» (p.18) dello spazio e della «mente locale» (p.19). Ciò ha comportato e comporta ancora lo sfollamento in larga scala e in tempi brevi di indigeni dai loro territori, lo sfratto di gruppi di persone o di intere popolazioni dai loro luoghi abituali, lo sradicamento e lo spostamento forzato, le cui ragioni sono di tipo politico, economico, culturale, religioso…. Questo sradicamento crea dei luoghi che definisce «un laboratorio a volte tragico e a volte vitale di enormi processi di ri-ambientamento. Questo genere di orientamento è legato alla sopravvivenza ed esprime nelle censure che gli vengono fatte, nei tentativi di farsi strada, nelle elaborazioni del minimo disponibile una intelligenza pratica a cui gli antropologi hanno dato il nome di conoscenza locale» (p.12).

Il «perdersi» è in generale riconducibile al disorientamento e all’anaffettività che caratterizza, più che in ogni altra epoca, il nostro vivere i luoghi e gli spazi sociali, può anche portare non al disorientamento ma consentire il fuori-luogo per ricostruire i punti di riferimento, a misurarci e a ridefinirci rispetto ad un altro contesto: il nostro ri-ambientamento ci consente di apprendere ad apprendere, ri-attiva una interazione tra noi e l’ambiente che sembrava ovvia, ma invece il «perdersi» comporta il ri-emergere. È a partire dal processo moderno della razionalizzazione che si ha lo spaesamento, che risulta essere una condizione in cui la facoltà umana dell’abitare sembra atrofizzata: è come se l’uomo venisse privato di un qualcosa che fa parte di se stesso.

Dal «perdersi» all’orientarsi passa un processo culturale, è il dominare ciò che ci circonda, è il processo di «lobotomizzazione», facoltà propria della «mente locale» che rappresenta la ri-costruzione, il ricostruirsi di un rapporto. L’avvento della tecnologia inteso come un potere disciplinare ha portato ad un maggiore senso di smarrimento, che ha fatto perdere la «mente locale», l’identità culturale di un popolo. Dunque la trasformazione dello spazio da occasione per abitare è diventata un meccanismo, in altre parole l’abitare diventa oggetto delle scienze dell’abitare, di aspetti meramente tecnici non più naturali.

Un «perdersi» che si situa tuttavia all'interno di un senso spaziale profondamente radicato in quella che può essere definita la realtà sistemica del «mediamondo» (p.13), che è uno dei principali ambienti di vita (in senso cognitivo ed esperienziale) degli individui postmoderni. In altre parole l’orizzonte di conoscenza e di senso che i media continuamente ri-producono si connette inevitabilmente alle determinazioni di un orizzonte sistemico globale e a modelli di conoscenza sempre più chiaramente polisensoriali, dando vita ad una complessissima trama socio-culturale, a ciò che il nostro ha definito «media-mondo».

I processi di glocalizzazione, in ambito di de-territorializzazione e di ri-territorializazione degli individui e della dis-locazione delle forme simboliche e culturali, portano allo scollamento tra i nostri corpi e ciò che ci sta attorno, a quel «fuor-di-luogo» (p.19) per il quale siamo costretti a ricostruire i punti di riferimento della nostra vita, a prendere atto delle caratteristiche del contesto nel quale ci ri-troviamo a vivere, a misurare e a ridefinire noi stessi rispetto ad esso.

Oggi le discipline dell’abitare hanno portato ad una distanza tra noi e tutto ciò che ci circonda. L’operazione di rendere abitabile cioè l’arte dell’ambientamento sono atti abitudinari, gesti, sentimenti, sensi, consuetudini, mentalità, che in quanto tali costituiscono un sistema di apprendimento del luogo e di interazione che è la «mente locale», la quale si situa in una zona di interfeccia tra l’organizzazione della percezione spaziale e l’individuazione della realtà percepita. Dunque il «perdersi» è un venir meno della sensibilità, cioè dell’impossibilità di una relazione metaforica tra noi e l’ambiente, in altre parole è il non apprezzare esteticamente un luogo e allo stesso tempo è il non apprezzare noi stessi presenti in esso.