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  novembre 2011                                          
                                               
 

La cosa più semplice sarebbe quella di non essere mai nato

In fondo la vita

È solo una scusa

È lei da sola che ogni giorno si rinnova…

Sarà difficile non fare degli errori

Senza l’aiuto di di potenze superiori

Ho fatto un patto sai con le mie emozioni

Le lascio vivere

E loro non mi fanno fuori…

(Vasco Rossi, Manifesto futurista della nuova umanità, da Vivere o niente, 2011)

Riflessioni critiche al testamento biologico

di Bettina D'Agostino

 

 

La questione etica dell’uscire dalla vita si è posta dal momento in cui la scienza e la tecnologia hanno raggiunto la capacità di ritardare indefinitamente la morte. A questa esigenza ha inteso rispondere il testamento biologico, un documento con cui una persona, dotata di piena capacità, esprime la sua volontà circa i trattamenti ai quali desidererebbe o non desidererebbe essere sottoposta nel caso in cui, nel decorso di una malattia o a causa di traumi improvvisi, non sia più in grado di esprimere il suo consenso.

La ragion d’essere del biotestamento è l’affermazione del principio di autonomia che sancisce il diritto della persona di decidere in merito ai trattamenti medici e quindi anche di rifiutarli, se non corrispondono ai propri valori. Bene, ma oggi di questo principio non rimane niente, infatti la legge prevede che le volontà espresse dal paziente non siano vincolanti per il medico curante, che non ci sia possibilità di indicare quali cure si intendano rifiutare e che alimentazione e idratazione artificiali si vuole siano somministrate.

In altre parole la legge non tiene in considerazione il principio di autonomia, quel principio che si traduce nel diritto all’autodeterminazione e che gioca un ruolo rilevante nell’idea moderna della dignità umana, mettendo in discussione la libertà individuale di scegliere.

Più che uno stato liberale sembra vivere in un biopotere, in una condizione di manipolazione di ogni nostra decisione e movimento, soggetti ad una autorità morale, che pretende di farci vivere sotto l’ombra protettiva del paternalismo etico. Ancora una volta, come nel caso della legge 40 sulla fecondazione assistita, il legislatore appare vincolato ad una ben precisa concezione morale che ispira unilateralmente la sua azione. Detta in altre parole, il principio chiave intorno a cui ruota la legge sul biotestamento è infatti quello della indisponibilità della vita umana, che poggia sull’affermazione della vita come dono divino di cui l’uomo non può disporre, tesi cui si è soliti contrapporre l’altra, secondo cui la vita è un bene a disposizione dell’individuo.

Discutere sulla validità delle diverse concezioni significherebbe aprire un largo dibattito, con una serie sterminata di argomenti a sostegno dell’una e dell’altra tesi, aspetto questo che dovrebbe almeno suggerire la possibilità a chi legifera di non assumere una tesi come verità apodittica, inconfutabile e certa e, soprattutto, di non fondare su di essa il suo intero impianto legislativo.

L’affermare e il sostenere l’indisponibilità della vita ed in particolare della propria vita contiene in sé non poche ambiguità, dal momento che posso ritenere, senza contraddirmi, che la vita sia un valore indisponibile per gli altri, nel senso che nessuno può arrogarsi il diritto di deciderne il valore in base, ad esempio, a parametri di utilità sociale, ma che sia disponibile per me, aperta a tutte le possibilità che ritengo umanamente significative. Sicuramente uno stato liberale dovrebbe garantire il diritto sia di chi sostiene la tesi della vita come dono sia di chi afferma la tesi della vita come proprietà. Proprio questo è quanto avrebbe dovuto assicurare il biotestamento, come negli altri paesi Europei, come uno strumento giuridico aperto e flessibile, idoneo a regolare situazioni eticamente controverse relative alla libertà dell’individuo rispetto al potere medico e a garantire i valori di autonomia e di dignità della persona.

Si consideri che in Germania esistono, dal 1999, le cosiddette “Disposizioni del paziente cristiano”, elaborate dalla Conferenza episcopale tedesca e dalla Comunità delle chiese cristiane che prevedono la possibilità per chi le sottoscrive di richiedere il non inizio o l’interruzione di trattamenti come la nutrizione artificiale, la respirazione assistita etc. nel caso in cui ogni terapia prolungherebbe solo il processo del morire. È questa una sobria lezione di civiltà che mette in evidenza ulteriormente l’asprezza dello scontro ideologico che ha accompagnato l’iter della nostra legge.

La ragion d’essere di tale legge doveva essere la garanzia di una legge civile, intesa a consentire a ciascuno il diritto di poter decidere della fine dignitosa della propria vita, che, ahimè, è diventata una confusa accozzaglia di norme e di divieti che, oltre a ledere il principio di autonomia, costituzionalmente garantito, appaiono in acuto contrasto con la Convenzione di Oviedo (1997) e con lo stesso Codice di deontologia medica in cui si ribadisce che “il medico non può non tener conto delle eventuali dichiarazioni di volontà precedentemente espresse”.

Come si può notare, ancora una volta, è questo il risultato e l’espressione della incapacità o, anche, della volontà della politica di agire indipendentemente dal contesto sociale, che ancora una volta si rivela incapace di realizzare un incontro tra piano istituzionale ed esistenza umana e di mostrarsi sensibile alle richieste personali degli individui e ai loro bisogni più profondi.

Continua…..

 

 

 

 

 

immagine tratta da futura.unito.it