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| marzo 2011 | |||||||||||||||||||||||
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Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica HANS JONAS, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1993, (tit.or. Das Prinzip Verantworung), pp.285. di Bettina D’Agostino Il messaggio di Jonas vuole rappresentare ciò che oggi è diventato un assordante campanello di allarme: la natura non è più pericolosa per l’uomo, ma è il potere conseguito per dominarla a minacciare l’individuo e la specie. La tecnologia, un «Prometeo irresistibilmente scatenato» (p.233), ha cessato di essere una sfera neutrale dell’agire umano, perciò deve divenire oggetto dell’etica. Sono i caratteri stessi della tecnica moderna, il suo dinamismo totalizzante, l’irresistibilità dei suoi imperativi e la globalità spaziale e temporale delle sue conseguenze, con la sua ambivalenza, che la rende pericolosa anche quando è impiegata per il raggiungimento di scopi legittimi e lodevoli, a far sì che sorga l’esigenza di una nuova riflessione etica.
L’etica di Jonas è un sì alla vita, che diventa oggetto di cura, di preoccupazione per il futuro, perché la scienza produce una situazione limite. Non possiamo più tornare indietro, per questo l’etica deve insegnarci a convivere con i rischi che l’avventura tecnologica porta inevitabilmente con sé. Per questo motivo abbiamo bisogno di un’etica attuale, un’etica della tecnica e della scienza: bisogna che la libertà di ricerca non sia assoluta, ma condizionata dalla responsabilità, di porre dei freni alle possibili applicazioni dei risultati scientifici.
Mai la potenza dell’uomo era stata così forte, mai la sfida dell’uomo per la sottomissione della natura aveva mostrato tanta violenza. Tutto questo in nome della felicità, che, invece, significa sventura e distruzione. L’aspetto inquietante è che l’etica tradizionale non ci viene in aiuto, non ci ammaestra sulle norme del bene e del male, è inadeguata al nostro tempo, un tempo del deserto, del sempre nuovo. L’aspetto seducente della tecnica è il suo continuo successo e la promessa di prolungamento della vita, cosa che l’uomo in tutta la sua storia ha cercato disperatamente. Questo è reso possibile dal momento in cui la tecnica parte dal presupposto che esista un progresso illimitato: c’è sempre qualcosa di nuovo da fare. Infatti, gli scopi della tecnica diventano «immediatamente antiquati» (p.216), perché una nuova scoperta è un trampolino di lancio verso una nuova conquista. Alla luce di ciò, abbiamo bisogno di un’etica della responsabilità, un’etica del futuro e per il futuro, al cui centro non può esserci solo l’uomo ma anche la natura, essendo stata resa vulnerabile dall’azione umana. La natura diventerà il nostro nemico e il nostro pericolo, perché l’uomo agisce al di là di ogni limite, senza freno, cioè oggi l’uomo è in grado di fare qualcosa che non ha uguali nell’esperienza passata, avendone i mezzi adatti. Se abbiamo paura, allora vuol dire che la nostra potenza è piccola, è minore rispetto a quella della natura, in altre parole la potenza che la nostra cultura, la tradizione giudaico-cristiana, voleva nelle mani dell’uomo (il dominio su tutte le cose) si dimostra un pericolo, è la natura stessa che si ribella alla nostra violenza, affermando la sua superiorità. Il nostro imperativo morale deve essere «agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita sulla terra» (p.16), in altre parole bisogna favorire, attraverso l’azione, il diritto alla vita. È questo il senso di responsabilità. L’etica di Jonas è un’«euristica della paura» (p.284): l’uomo è diventato soggetto produttore di natura artificiale ed oggetto di illimitate manipolazioni genetiche, per questo è necessario fare appello alla cautela, che ci rende consapevoli della posta in gioco e ci permette di trovare un filo di speranza che è necessario all’azione. La paura non deve distoglierci dall’agire, ma deve farci sentire responsabili in anticipo per l’ignoto. «Quando parliamo della paura che per natura fa parte della responsabilità, non intendiamo la paura che dissuade dall’azione, ma quella che esorta a compierla; intendiamo la paura per l’oggetto della responsabilità» (p.285). La nostra responsabilità deve essere fondata sul da farsi, sul prima, non sul già fatto. Bisogna agire calcolando le conseguenze delle nostre azioni e con vigilanza degli inizi, perché la tecnica è cumulativa, non sappiamo dove porta l’azione umana, non sappiamo la fine ma l’inizio. Compito dell’uomo è conservare intatta l’eredità che gli è stata affidata: l’integrità dell’umanità tutta dai pericoli del tempo e soprattutto contro l’agire stesso dell’uomo. Per raggiungere questo bisogna diventare più modesti, non si può fare tutto ciò che è possibile fare. Dunque l’etica di cui l’uomo ha bisogno è indipendente da qualsiasi professione di fede, affinché tutti possano seguirla. Non è una nuova etica, ma aggiunge ai suoi doveri altri doveri che prima di allora non si erano presi in considerazione. L’etica quindi deve modificarsi in base al cambiamento della realtà. Ha come archetipo il rapporto genitori e figli, una responsabilità a cui non ci si può sottrarre, incondizionata e senza termine, che ci viene imposta dalla natura: la natura ci affida il compito di essere responsabili del futuro. Si può fare qualcosa e lo si deve fare oggi, domani e continuarlo a fare per sempre.
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