|
|
|
||||||||||||||||||||||
| marzo 2011 | |||||||||||||||||||||||
|
Verso un proprio senso della vita di Bettina D’Agostino Perché vale la pena vivere? Perché vale la pena vivere nonostante l’ineluttabilità della morte? La questione del senso della vita è il problema principale dell’esistenza e proprio quando ci poniamo la domanda, la religione si rivela indispensabile. Si potrebbe dire che, venuta meno l’eternità, non fa alcuna differenza vivere pochi giorni o molti anni, diversamente proprio perché c’è l’eternità è irrilevante la lunghezza della vita. Quest’ultima sarebbe la risposta di un credente.Molti ritengono che soltanto la religione sia capace di indicare il senso ultimo ed autentico dell’esistenza, come, ad esempio, quella cristiana, secondo la quale l’Universo è creato ed ordinato da Dio per uno scopo buono, per cui le singole vite avranno uno scopo solamente per il fatto di essere inserite entro questo più grande disegno; se venisse meno tale prospettiva generale, anche la vita individuale diventerebbe priva di senso.
Questo modo di impostare la questione rappresenta, in effetti, l’aspetto affascinante della religione, e cioè, inserendo la vita in un più ampio disegno, conferisce all’esistenza ordine ed unitarietà entro il flusso delle varie vicissitudini. In altre parole, ognuno si percepisce come parte di un tutto e il vedersi come un tassello di un più ampio mosaico favorisce l’idea che l’intera esistenza sia ordinata da e ad uno scopo preciso, cosa che può accrescere il senso di identità unitaria di sé. In più, il sentirsi inseriti in un piano più generale dà grande sicurezza, perché non si è soli: il disegno complessivo ci mette in relazione intrinseca ed essenziale con altri, per cui si instaura un rassicurante senso di familiarità col mondo.
Bene, ora consideriamo i limiti della suddetta prospettiva: di fronte a certe avversità si fa gran fatica a riconoscere la presenza di un disegno provvidenziale e benevolo sotteso al mondo, che rischierebbe di mettere in discussione l’intera prospettiva e di rivedere i capisaldi della nostra cultura. Per questo motivo, si replica affermando che i disegni della provvidenza sono misteriosi e che all’uomo non è dato conoscerli. Il ricorso al mistero, come modo di spiegare un evento infausto, equivale a riconoscere che il disegno non è conoscibile, per cui l’accettazione della prospettiva dipende dalla capacità che essa ha di rassicurare le persone, venendo incontro, in questo modo, all’esigenza psicologica di molti. Di fronte a certi disastri naturali, fonti di tante sofferenze, forse è preferibile osservare che si tratta di cattiva sorte, piuttosto che invocare un disegno provvido ma misterioso. Già questa difficoltà fa vacillare l’idea che l’essere parte di un mondo finalizzato sia fonte di senso.
Un altro limite, che doverosamente occorre mettere in evidenza, riguarda il fatto che la scienza moderna ha spazzato via l’idea che l’Universo abbia scopi intrinseci, cioè che i processi naturali seguano una finalità interna. Ciò ha comportato, e comporta, un radicale conflitto tra prospettiva religiosa e prospettiva scientifica. A ciò si può obiettare sostenendo che il conflitto non sussiste dal momento che la scienza si limita a spiegare come stanno le cose e non ricerca il perché, cioè lo scopo per cui ci sono. Quel perché a cui la religione dà un significato, poiché considera il mondo nella sua totalità: per dirla diversamente, la religione di per sé non ha pretese riguardanti l’ambito descrittivo, il come avvengono i fenomeni, ma le sue pretese riguardano il perché, lo scopo dei fenomeni. Il conflitto tra religione e scienza si presenta quando le procedure metodologiche della scienza portano a vedere il mondo come un susseguirsi di fatti senza senso. Infatti, il metodo scientifico sviluppa una mentalità che porta ad escludere o evitare la ricerca di scopi della natura. Il pensare a degli scopi è relativo ad una visione antropomorfica, o meglio siamo soliti considerare il mondo come qualcosa di analogo a noi, come dire ci costruiamo degli strumenti per dei fini, così crediamo che una mente sovrumana abbia creato il mondo con uno specifico scopo, la cui individuazione è in grado di rivelare il senso ultimo della vita.
A questo punto viene da chiedersi se tale atteggiamento non intacchi l’essenza stessa dello spirito religioso, svuotandolo e rendendo priva di senso la stessa esigenza religiosa. Può mai la religione accordarsi con un Universo senza scopo e senza senso? Alla base di tale atteggiamento, c’è il cambiamento dell’età moderna dovuto allo spirito e alla metodologia scientifica, che hanno portato ad allontanare da sé qualsiasi causa finale. Poiché la credenza nelle cause finali implica l’idea che il mondo abbia scopi e fini intrinseci, dipendenti da una mente sovrumana e trascendente che lo governa, e poiché la credenza in un ente trascendente è l’aspetto cruciale della religione, l’abbandono delle cause finali comporta fatalmente quello della religione.
Nella società attuale è avvenuta una sorta di disincanto dal mondo, ossia è venuta meno la credenza che l’Universo abbia un senso e sia diretto ad uno scopo. Ciò nonostante, sembra che la vita sociale complessiva abbia necessità di conferire un senso religioso all’esistenza individuale, dal momento che fa da collante, da faro, da guida, da punto di riferimento e di unione nel disordine caotico della società attuale. Per meglio dire, presa consapevolezza dell’ inesistenza di uno scopo ultimo del mondo, la civiltà non può sopportare il declino dello spirito religioso, la cui dissoluzione trascinerebbe l’uomo nel baratro delle barbarie e del caos, distruggendo il genere umano. Espressione di vero progresso, a mio parere, sarebbe vivere bene, costruendo la propria personale esistenza al di là di un eventuale senso religioso.
|
immagine tratta da fedescienza.blogspot.com |
||||||||||||||||||||||