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| maggio 2011 | |||||||||||||||||||||||
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Una riflessione etica di Bettina D’Agostino
Finché non vivevo la mia propria vita e mi lasciavo trasportare dalle onde della vita altrui, finché credevo che la vita avesse un senso, anche se io non ero in grado do esprimerlo, tuttavia la riflessione della vita in tutte le sue forme, nella poesia e nelle arti mi procurava gioia e mi faceva piacere contemplare la vita nello specchio dell’arte. Ma quando cominciai a indagare sul senso della vita, quando sentii che era necessario vivere la mia propria vita, allora quello specchio diventò per me inutile, superfluo, ridicolo o addirittura fastidioso. (Lev Tolstoj, La confessione, SugarCo, Milano 1979, p.50) Nella nostra epoca è diventato necessario riconsiderare i limiti dello sviluppo umano in termini di etica applicata. In altri termini la bioetica deve riflettere non solo sulle trasformazioni in campo biomedico, ma anche sulla distruzione sistematica delle risorse ambientali e della biodiversità. Quindi la bioetica affronta nuovi contesti e nuove responsabilità morali dell’uomo, riferiti ad alterità che precedentemente avevano trovato scarsa considerazione nella loro qualità di pazienti morali; in altre parole si afferma il dovere di un’attenzione morale anche verso quelle entità che non sono in grado di reciprocare verso le generazioni future. Questo per dire che la bioetica ha il compito di promuovere la ricerca scientifica e affiancarla nello sviluppo acquisitivo e applicativo attraverso una buona gestione delle risorse e una doverosa attenzione verso gli interessi in campo. Quindi il tentativo della bioetica è di creare un dialogo tra il sapere scientifico e quello umanistico e superare la ripartizione di competenze che nella filosofia occidentale ha separato il campo di ricerca dell’etica, un campo prescrittivo, che riguardava la condotta e il modo di perseguire la vita buona, da quello descrittivo della scienza, riferito alla denotazione della realtà nelle sue caratteristiche strutturali e nelle sue leggi. La bioetica crea le condizioni perché valori differenti possano confrontarsi secondo opportune regole logiche di ragionamento e parallelamente nuove acquisizioni scientifiche possano dialogare con diverse impostazioni etiche, costruendo una rilevanza etica laddove c’era un dato scientifico. Di conseguenza il compito della bioetica è trovare delle soluzioni sinergiche o negoziali rispetto a particolari problemi, dopo aver chiarito tutte le implicazioni, i comuni denominatori tra le diverse impostazioni, lo spettro delle differenze, in modo tale che gli specifici campi di ricerca si possano coniugare in modo problematico, ovvero far sì che ogni dominio divenga volano di ricerca per l’altro. Questo perché la bioetica è una forma mentis aperta al dialogo e tollerante alla pluralità. Ruolo che, oggi, la bioetica deve rivestire con maggiore peso, in particolar modo nei confronti delle biotecnologie, perché evocano l’idea faustiana di patto con il male e quella prometeica di turbamento del bio-realm, dal peccato di natura a quello di libido sciendi, dalla servitù ai potentati economici alla celebrazione dell’artificiale. Quindi l’intervento biotecnologico viene interpretato come violazione del limiti per antonomasia e ogni forma di intervento situato nel cuore stesso della vita viene inteso come attentato alla morale. Allora la precauzione diviene punto di intersezione di saggezza e di misura, lì dove si individua un rischio plausibile tale da giustificare un atteggiamento di cautela o di prudenza necessario davanti ad un rischio accertato. È da osservare come l’ambito della bioetica abbia allargato l’orizzonte della dimensione morale sia nel senso spaziale sia in quello temporale, diventa perciò comprensibile interpretare il principio di precauzione alla luce di una nuova responsabilità che ha accresciuto il suo campo dimensionale. Lo sviluppo tecnologico aumentando il margine di operatività dell’uomo estende la sua responsabilità in contesti spazio-temporali che prima non venivano presi in considerazione. L’assunzione di responsabilità non è un vincolo alla non azione, ma uno stimolo ad approfondire la conoscenza della complessità di risvolti di ogni azione. Nel Novecento l’intero statuto della techne ha subito una profonda modificazione a seguito di un processo introiettivo del tecnologico, attraverso l’estensione dello strumento, l’uomo può aumentare la propria fitness, cioè il successo evolutivo. Il progresso tecnologico mette a rischio l’esistenza dell’homo sapiens, con l’avvento delle macchine diviene principio di passività, perde il controllo del proprio destino. La performatività tecnologica da una parte esalta le potenzialità dell’essere umano affrancandolo dalle mani del destino e parimenti riempiendogli le mani di responsabilità, ma dall’altra parte sembra toglierli le coordinate naturali, quel dialogo con la natura che non era solo vincolo e limite espressivo, ma certezza di radicamento. Cade il mito della purezza umana, di una realtà auto-contenuta, auto-referenziale, per lasciare il posto ad una visione dell’uomo improntata sul non equilibrio ontologico e sull’ibridazione con le alterità non umane. La tecnica diventa un motore di contaminazione che di volta in volta altera in modo profondo il concetto di umanità. Il nostro secolo è il secolo in cui si riflette su questa natura ibrida dell’uomo, di conseguenza la teche ha perso non solo il ruolo ancillante di stampella, ma quello di suffisso declinativo, per diventare volano di processi di profonda trasformazione il cui esito non è più predittibile e soprattutto non è più completamente nelle mani dell’uomo.
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