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| luglio 2011 | |||||||||||||||||||||||
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E vivi ora! Il passato è semplicemente un ricordo, non esiste. Sono le tue memorie che accumuli, riordini, non esiste. Ora invece non falsifichi niente. Quello che ti aspetti dal futuro è una scatola piena di illusioni, vuota. Chi ti dice che si riempirà?... La vita avviene insieme in questo momento ed è in questo momento che uno deve saperne godere (Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, Longanesi, Milano 2006, p.451) Che cosa si intende per morte cerebrale di Bettina D’Agostino Una più profonda chiarezza scientifica su ciò che significa essere morti viene determinata alla fine degli anni Sessanta. Il concetto di morte cerebrale, proposto dal Comitato di Harvard nel 1968 è stato accettato negli ambienti medici di tutto il mondo occidentale, la morte interviene quando si verifica la perdita irreversibile delle funzioni di un singolo organo, il cervello. Nel 1968 i risultati sulla definizione di morte cerebrale, da parte della Commissione della Harvard Medical School, ebbero un riconoscimento universale: assenza di reattività cerebrale; assenza di movimento spontaneo o indotto; assenza di respirazione spontanea; assenza di riflessi nel tronco cerebrale e di riflessi tendinei profondi. Successivamente nel 1971 due neurologi, Mohandas e Chou, a Minneapolis, con l’osservazione di pazienti che avevano riportato gravi danni intracranici, giunsero alla conclusione che il danneggiamento irreversibile del tronco cerebrale era un non ritorno, accertando l’assenza di riflessi cardinali del tronco cerebrale e documentando in modo meticoloso l’apnea. Una lesione della parte superiore del tronco cerebrale, comporta la perdita della capacità di coscienza (SVP); mentre una lesione della parte inferiore, conduce progressivamente all’apnea (collasso della respirazione) e alla perdita dei riflessi condizionati. Quindi la morte del tronco cerebrale è morte cerebrale totale e perciò morte e non morte di un solo organo. Poiché la morte del tronco cerebrale, comporta la perdita della capacità di coscienza e di respirazione, si può collegare alle tradizionali definizioni di morte, fondate su argomenti filosofici e religiosi, come separazione dell’anima dal corpo, o come perdita del soffio vitale. A questo punto, soffermiamoci anche sulla definizione di morte, come perdita della personalità, o per meglio dire sulla sua definizione ontologica e che si contrappone alla definizione biologica, che si riferisce al cervello nel suo complesso o al tronco cerebrale. Secondo la posizione ontologica, la morte è la perdita irreversibile delle funzioni cerebrali superiori, collegate alla corteccia cerebrale, che controllano il movimento volontario e il linguaggio e generano le facoltà di coscienza. Tale perdita è caratterizzata dallo stato vegetativo persistente e da diverse forme di anencefalia: morte neocorticale o sindrome pallica. Se questa condizione valesse come definizione di morte si aumenterebbero gli espianti; ed inoltre perché i pazienti potrebbero conservarsi biologicamente per anni, come in molti casi di stato vegetativo persistente si potrebbero programmare trapianti su un arco più lungo di tempo. Si osservi che coloro che sono sostenitori della definizione ontologica della morte fondata su argomenti etici, a partire quindi dall’assenza permanente della coscienza e dalla cessazione delle funzioni neocorticali, identificano la morte neocorticale e lo stato vegetativo persistente con la morte, perché in entrambi i casi la persona cesserebbe di essere, non essendo in grado di interagire con l’ambiente, né di avere esperienze. L’assenza della coscienza, tuttavia, non comporta la cessazione delle funzioni del tronco cerebrale, della respirazione spontanea e del battito cardiaco. Se è cessata l’identità della persona, il corpo di quella persona è autonomamente vivente cioè integrato. Diverse sono le posizioni di teologi, filosofi ed esperti su ciò che può essere considerata l’identità personale, in base alle differenti culture. Generalmente l’identità personale viene chiamata essenza, essa però non ha una specifica locazione in una parte del corpo. Può indicare una condizione morale, sociale, politica, spirituale, giuridica, ed è per questo che non c’è un accordo per determinare il momento in cui un essere può finire di essere una persona. Non è tanto semplice diagnosticare la perdita delle funzioni superiori del cervello, infatti, molti pazienti in stato vegetativo persistente, mostrano di avere stimoli, lacrimazione, sbadigli. Non ci può essere certezza assoluta di irreversibilità, quando i danni sono localizzati solo nella parte superiore del cervello. La morte cerebrale non equivale allo stato vegetativo persistente, e solo la prima è morte in base a criteri chiari e perciò si rivela come il confine preciso per l’espianto di organi. Per alcuni invece la ridefinizione di morte – che sia o meno legata alle problematiche del trattamento per espianto – concerne la cessazione delle funzioni cerebrali superiori. In altre parole si sostiene che, quando una persona non sia più viva in senso eticamente interessante, non si ha più tra le mani una persona come paziente da curare, ma un corpo nei cui confronti il paziente non ha più ulteriore interesse. Si comprende bene come i pazienti in stato vegetativo persistente possano essere trattati come se fossero morti, giacché non sono vivi in nessun senso eticamente interessante. Molto spesso si afferma che la capacità di agire moralmente sia legata con la continuità dell’identità personale, che a sua volta dipende dalle funzionalità cognitive. Questione questa che riconduce alla differenza tra vita biologica e vita sociale e morale. Per meglio chiarire tale affermazione, si pensi ad un caso di cronaca: una donna affetta dal morbo di Alzheimer fu uccisa dal marito. Per chi sostiene che la capacità di agire moralmente sia legata al riconoscimento della propria identità personale, tale azione non può essere condannata moralmente, perché il marito non aveva distrutto la vita della donna, la sua vita era già stata distrutta dalla malattia. Ma gli aspetti affettivi e cognitivi della coscienza possono essere fondamentali per una vita significativa e piacevole, ma non necessari e sufficienti per una diagnosi di morte e per il prelievo di organi. Tutto questo discorso per dire che è fondamentale dare una definizione chiara e precisa di morte soprattutto per sapere quando interrompere terapie oramai diventate inutili e costose a favore di trattamenti per la morte, e per un’eventuale autorizzazione alla donazione degli organi. È per questo motivo che è stata elaborata una definizione di morte del tronco cerebrale, che però deve essere lontana dall’interesse dominante costi/benefici e dal bisogno crescente delle donazioni di organi.
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Piergiorgio Welby |
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