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  giugno 2011                                          
                                               
 

Berlinguer Giovanni e Garrafa Volnei, La merce finale, Baldini&Castaldi, Milano 1996

a cura di Bettina D’Agostino

L’analisi che Berlinguer e Garrafa hanno svolto sul concetto di corpo umano nel suo aspetto materiale è oggi di estrema attualità soprattutto perché il discorso è focalizzato sul passaggio dal commercio del corpo nella sua interezza (forza-lavoro), al commercio delle parti del corpo, ad opera di un certo uso della scienza e della tecnica. Gli autori ci aprono ad uno scenario raccapricciante: la commercializzazione del corpo, conseguenza dell’incalzante progresso scientifico che fa forza sul desiderio e sulla speranza che la gente ha di migliorare la propria vitae, soprattutto, su un’acritica accettazione del mercato. Ma bisogna prendere in considerazione che accanto a scenari positivi - miglioramento della salute, presa in carico della sofferenza individuale da parte della medicina - sono molte le notizie raccapriccianti affiancate alle prime: organi umani comprati e utilizzati per i trapianti, bambini rapiti e uccisi per asportare parti del loro corpo, commercio di sangue, sperma, ovuli, tessuti embrionali. Molto spesso si tratta di fatti inventati o di notizie deformate, ma rappresentano, in qualche modo, una realtà che è meglio non tener nascosta. Sono molti i fatti concreti: processi a medici e indagini a carico di agenzie che offrono organi a pagamento o l’offerta da parte di persone disposte a vendere i propri organi, o a dare in affitto l’utero. Dati questi che dimostrano l’esistenza di un commercio di materia umana.

È da qui, secondo gli autori, che è possibile individuare una vertenza da inserire nell’ambito dello sfruttamento capitalista sotto la copertura di un libero mercato. È ammissibile che tutto diventi proprietà del più forte? È possibile comprare o rapinare gli organi per il trapianto e il sangue per le trasfusioni? La risposta è quindi da iscrivere nella determinazione di leggi statali. È necessario uno statuto del corpo che riconosca l’inviolabilità dell’identità biologica personale e che protegga dai rischi di sopraffazione e di manipolazione, consentiti dalle nuove tecnologie biomediche ma non ascrivibili a queste. I due autori prendono le distanze sia dagli integralismi che demonizzano aprioristicamente le scienze e la tecnologia, sia dagli apologeti del corpo come merce finale quale inesorabile approdo del progresso. Il mercato ha il sopravvento nel campo della salute. Le malattie del corpo diventano una fonte di guadagno, e il corpo diventa (soprattutto quello femminile) una merce; le singole parti del corpo diventano «pezzi di ricambio» (p.32). Il corpo diventa la «merce finale» (p.9), in quanto il mercato non ha limiti morali.

Il dominio del capitale è giunto a non rispettare più nulla, né la vita, né la salute, né tanto meno il corpo umano e le sue parti.

Il mercato umano è legato alla schiavitù, alla servitù, alla prostituzione, e qui viene collocato anche il lavoro salariato, quando l’uomo ha assunto il diritto di possesso, di acquisto, di vendita sugli esseri umani, per meglio dire è proprio del e nel movimento del capitale sia lo sfruttamento della forza lavoro sia la sua vendita, ma soprattutto il fatto di disporre di corpi. In tale ottica anche l’adozione illegale di bambini, che avviene pagando i genitori naturali o le madri durante la gestazione, attraverso intermediari che ne traggono il maggiore profitto, è letta da Berlinguer e Garrafa in questo statuto di mercato dei corpi. Si è giunti alla commercializzazione del corpo e delle sue parti perché il mercato è diventato il massimo valore della società, il veicolo ed il rappresentante della libertà umana; perché si è accettata la disuguaglianza tra ricchi e poveri; perché si crede in modo cieco alla tecnologia, fornendole la capacità di risolvere qualsiasi errore e quindi il diritto di sovrastare le ragioni morali. Si badi bene la mercificazione del corpo umano, una cosa da vendere, non deriva dalle scoperte scientifiche ma da ciò che permette l’uso di parti del corpo, quindi dal privilegiare per ragioni di mercato alcuni campi di ricerca e di intervento piuttosto che altri, e dallo squilibrio tra l’eccesso di domande e la scarsità di offerte. Per limitare il fenomeno, bisognerebbe sovvertire le strutture economico-sociali, i sistemi di governo, ma, soprattutto i comportamenti personali che permettono questo.

Ci si convince sempre di più - secondo gli autori - che, tra i motivi per cui i paesi ricchi mantengono i paesi sottosviluppati e i poveri in condizione di miseria, ci sia anche un altro piano di sfruttamento legato all’ipotesi che disporre di parti del corpo diventi necessario per la vita dell’uomo occidentale. Si comprende bene come sia necessario che ci siano principi e regole morali sul rapporto tra lavoro umano, economia e salute. Ciò si scontra con gli interessi delle imprese che tendono a ottenere la massima produzione con i minimi costi.

 


Immagine tratta da leggere.it