home

 
 
 
  gennaio 2011                                          
                                               
 

Leggere Lacan

S. Žižek, Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo, trad. it. di M. Nijhuis, Bollati Boringhieri, Torino 2009, pp. 136.

 

A cura di Bettina D'Agostino

La psicoanalisi non è morta, anzi è necessaria in una società contemporanea che spinge al godimento a tutti i costi; insieme alla filosofia diventa, nelle mani di Žižek, strumento per interpretare con lucidità gli aspetti quotidiani della cultura occidentale. Per fare questo l'autore si «include fuori» (p. 24) dall’attuale panorama socio-politico per essere in grado di osservarlo secondo il concetto lacaniano di psicoanalisi, la quale non è, alla maniera freudiana, una teoria e una tecnica volta a curare i disturbi psichici, ma una teoria e una pratica che pone l’individuo a confronto con gli aspetti più profondi della sua esistenza: in altre parole lo scopo della terapia psicoanalitica non coincide col benessere del paziente, ma col portare il paziente a porsi di fronte «ai punti morti del suo desiderio» (p. 26).

La società non è più portatrice di divieti e l’inconscio non è più un insieme di pulsioni sregolate: è la società a essere edonista e sregolata, mentre è l’inconscio che regola. La società è ciò che per Lacan è «il grande Altro» (p. 49), che contiene l’incontentabile «Super-io» (p. 98), il cui imperativo è GODI; ma il «grande Altro» e il «Super-io» entrano in conflitto provocando l’eccesso, cioè il «Super-io» diventa allo stesso tempo imperativo di godimento e divieto di godimento.

Il «grande Altro» è l’ordine simbolico, che dirige e controlla le azioni, è il mare nel quale nuotiamo, eppure resta impenetrabile, perché mai si potrà afferrarlo o, per meglio dire, il linguaggio è un dono pericoloso, si offre al nostro uso gratuitamente, ma una volta che lo accettiamo ci colonizza. È come se l’altro potesse subentrare al nostro posto e fare esperienza per noi degli atteggiamenti e dei sentimenti più intimi e spontanei, compresi il ridere e il piangere; ne è un esempio il ruolo rivestito dalla prefiche, donne ingaggiate per piangere ai funerali. «Il desiderio dell’uomo è desiderio dell’altro» (p. 62) o, meglio, ciò che si desidera è dettato dall’ordine simbolico, «il soggetto desidera solo nella misura in cui esperisce l’altro come desiderante» (p. 63). L’altro nasconde sempre qualcosa di alieno, traumatico, è una presenza inerte, enigmatica, impenetrabile, mostruosa, è «das Ding» (p. 64), una cosa malvagia che sta lì sempre in agguato, ma con sembianze familiari. È per questo che Lacan afferma che «amore è dare qualcosa che uno non ha» (p. 65). È come se nel rapporto d’amore esistessero due identità, quella che fa essere ciò che si è e quella che scaturisce in quanto si diventa l’essere amato, che assume l’identità che l’altro vuole, che l’altro ci cuce addosso, perché il linguaggio ha potere performativo, cioè la persona diventa ciò che è stata chiamata ad essere, assume un’identità simbolica (l’identità di essere amato).

L’altro non è solo il nostro specchio ma anche il mistero impenetrabile, per questo tra noi e il prossimo ci deve essere un terzo, un terzo elemento che deve rendere la coesistenza umanamente sopportabile: è conferire all’altro un titolo simbolico in modo che la persona diventi quanto è stata chiamata ad essere (assuma quel ruolo). Pur se siamo pronti ad accettare l’altro, vi è un qualche particolare che ci infastidisce, che lo rende alieno, straniero, è quella piccola caratteristica che tradisce la sua vera natura, la causa del desiderio, che è diversa dall’oggetto del desiderio: mentre l’oggetto del desiderio è l’oggetto desiderato, la causa del desiderio è il mezzo per cui desideriamo l’oggetto. Per dirla diversamente, una persona che per tutta la vita è stata abituata a vivere in una certa città e viene costretta a trasferirsi è rattristata dal pensiero di essere improvvisamente gettata in nuovo ambiente, ma ciò che la rende davvero triste non è la prospettiva di abbandonare il luogo natio, ma la paura di perdere il suo attaccamento a quel posto, ciò che rattrista, insomma, è la consapevolezza di perdere il desiderio per quella cosa che ci è sempre appartenuta.

Il godimento è legato al dispiacere, perché il «Super-io», prima depositario del divieto di godere (Freud), diventa ora depositario del divieto di non godere (Lacan), a tal punto che «non ci si sente più in colpa quando ci si abbandona a piaceri illeciti, come prima, ma quando non si è in grado di approfittarne, quando si arriva a non godere» (p. 31). Poiché l’imperativo del godimento, ciò che Lacan chiama «jouissance» (p. 97), è eccesso, non può essere legato ai piaceri, ma al dolore. Ed è per questo che la legge simbolica (linguaggio) è sostenuta dal suo supplemento osceno: la legge simbolica è interessata unicamente a mantenere le apparenze, dunque ci dà libertà di esercitare le nostre fantasie a condizione di non invadere il dominio pubblico. Allora si comprende come la censura, la proibizione abbiano come effetto l’esatto contrario di ciò che proibiscono. Per dirla diversamente, la legge pubblica ha bisogno del sostegno dell’oscenità del «Super-io»: il potere genera il suo stesso eccesso che poi deve annullarsi in una operazione che va a rispecchiare proprio ciò che combatte. Ed è per questo che, secondo la mia opinione, la società è piena di morti-viventi, di corpi cyborg, di corpi intenzionalmente manipolati, ovvero i prodotti del potere patriarcale occidentale fallocentrico.