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  gennaio 2011                                          
                                               
 

Nella casa devono anche esistere dei luoghi di ritiro per ciascuno. La solitudine non deve imporsi solo nel gabinetto o nella stanza da bagno, luoghi in cui si presume vengano svolte attività più o meno degne. Il corpo ma anche l’anima necessitano di uno spazio proprio per il riposo, il respiro rispetto al divenire comune, il ritorno a sé, la ricostruzione della propria integrità e dei propri limiti, la percezione del proprio volere, delle proprie intenzioni, della propria differenza. […] Perché quel che mantiene vivo il desiderio tra due persone, quel che è fonte di incontro e di dialogo tra i due, è la salvaguardia e la cultura della differenza e questo esige di rispettare l’altro ma pure di essere fedeli a se stessi, anche nella familiarità di una casa. Preservare la diversità dei mondi permette di potere e dovere far ritorno a sé, come pure di familiarizzare con il mondo dell’altro, non solo al livello delle parole e delle idee ma anche attraverso le percezioni sensibili quotidiane. (L. Irigaray, In tutto il mondo siamo sempre in due. Chiavi per una convivenza universale, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2006, pp. 226 - 239).

Il senso della vita e le scelte etiche

di Bettina D'Agostino

 

Affinché si possa parlare di etica è necessario individuare un principio che la contraddistingua, un principio che presieda alle diverse scelte etiche. Questo principio deve innanzitutto possedere la caratteristica di informare in maniera esaustiva, dal momento che ci si trova ad affrontare le cosiddette “questioni ultime”, cioè gli interrogativi riguardanti il senso della vita, l’esistenza di Dio e il significato del mondo. Sono questi i tipici problemi filosofici: la risposta data ad essi va a determinare il tipo di persone che si è o, meglio, che si vuole o che si sceglie di essere, la direzione della propria vita. Va da sé che la questione del senso della vita non è affatto unitaria o monolitica come erroneamente si pensa, ma presenta varie sfaccettature. Di conseguenza, sarebbe riduttivo fondare l’etica su un modello ingegneristico o procedurale, che pretenda di giungere a conclusioni attraverso la deduzione logica, considerando in questo modo l’etica analoga al diritto.

Una maniera con cui si cerca di dare una risposta ai cosiddetti problemi ultimi è contrapporre una concezione dualistica e intellettualistica dell’uomo ad una scelta che considera al contrario l’unitotalità della persona. Altre volte invece si fa una scelta tra diverse concezioni filosofiche dell’uomo, distinguendo vari modelli antropologici, come il “non cognitivismo”, la dottrina secondo la quale i giudizi morali non sono né veri né falsi, non avendo la funzione di descrivere il mondo ma di prescrivere, cioè incitare a fare; il modello sociobiologista, che riduce l’uomo ad un momento storico e naturalistico del processo evolutivo; il modello dell’autonomia individuale; il modello pragmatico-utlitaristico che privilegia la ricerca dell’utile. A tali modelli antropologici si contrappone il personalismo ontologico, ritenuto da chi lo sostiene l’unica antropologia corretta e la sola adeguata ad esprimersi in un campo così delicato quale l’etica, perché, se si ammettesse l’esistenza della vita ultraterrena, sarebbe questa la sola capace di individuare l’autentico e vero senso della vita. Anche se viene riconosciuta una coerenza interna alle singole posizioni, al contempo si sottolinea che solamente il personalismo ontologico risulta essere moralmente ed eticamente accettabile.

Il personalismo ontologico tende a considerare i modelli antropologici ai quali si contrappone non tanto come avversari con cui confrontarsi, ma quanto antagonisti costruiti appositamente per essere abbattuti. Per fare un esempio, l’utilitarismo viene descritto come la dottrina gretta e meschina di chi è freddamente interessato a raggiungere esclusivamente la propria utilità individuale senza badare a null’altro, dimenticando che il principio utilitaristico ha come obiettivo ultimo il benessere del maggior numero di persone e non quello individuale, per cui, contrariamente a quanto si vuole mostrare, è una dottrina aperta alla socialità.

L’errore principale del personalismo ontologico sta nel proporsi come unica scelta tra i diversi modelli antropologici e, in particolare, il risultato della scelta è, per così dire, un “atto di fede”, è un accettare una verità a “scatola chiusa”, senza considerare il nocciolo duro della questione, ossia la valutazione e la complessità dei passaggi intermedi. Si pensi alla questione relativa all’embrione: l’adesione al personalismo ontologico implica l’idea che l’embrione sia persona dal momento del concepimento.

Il personalismo ontologico solleva, inoltre, un problema più generale e importante: i rapporti tra religione ed etica. È propria dell’opinione comune la convinzione che solo una fede religiosa possa dare una risposta soddisfacente ed esauriente riguardo al senso dell’esistenza, dal momento che è in grado di individuare “quel qualcosa” per cui in fondo vale la pena di vivere. Questo per dire che è diffusa la convinzione che senza religione o, per meglio dire, senza quella prospettiva che afferma l’esistenza di un ente trascendente, chiamato Dio, non possa esserci etica. Questione questa alquanto delicata e controversa, che apre un interessante dibattito; riduttivo sarebbe affrontarlo adesso: al prossimo numero!