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| febbraio 2011 | |||||||||||||||||||||||
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Piccola filosofia del mare. Da Talete a Nietzsche
Cècile Guèrar, Piccola filosofia del mare. Da Talete a Nietzsche, Guanda, Parma 2006, tit.orig. Philosophie lègère de la mer, pp.115.
A cura di Bettina D’Agostino
«Quando penso, guardandomi indietro, a giornate di felicità perfetta, sono sempre giornate estive; come dire che ci si facevano i bagni» (p.55).
È dal mare che nasce il ciclo della vita. Non è un caso che la filosofia sia nata dall’acqua e già Talete considerava l’acqua l’elemento principale che costituisce il mondo. Ciò che accomuna il mare alla filosofia è il movimento, come il muoversi delle onde, è il mettere in discussione l’ovvietà, la linearità e sgretolare la verità in maniera ironica e impertinente, spazzando via il pregiudizio, la comodità, la prevedibilità, la certezza. Il mare è ciò che permette la riflessione, la rigenerazione, il rinnovamento, l’uscita dalle convenzioni, dai pregiudizi, dal narcisismo, in sostanza è lo strumento che sa guarire il corpo dalle angosce. Questo perché «le ampie visioni sono una fuga dall’asfissia dei pensieri» (p.29), in grado di scacciar via ogni depressione.
La passeggiata in riva al mare è sovversiva, perché il nostro sguardo si perde in un tempo senza tempo, nell’orizzonte, nell’immaginazione e nei ricordi, dove nonostante la solitudine non siamo soli, perché siamo «vivi davvero!» (p.37), nel senso che anima e corpo si riconciliano, ed è in questo frangente che è possibile percepirci completamente, nella nostra pienezza.
L’arrivo su una spiaggia ci suscita un’impressione unica, che sta tra timidezza ed eccitazione: ci si sveste e si sente l’aria sulla pelle, cosa che intimidisce per la presenza degli altri ed allo stesso tempo inquieta perché la nostra vita dipende adesso da questa sempre nuova e rinnovabile esperienza: fare il bagno significa sentire noi stessi, è un ritrovare un nuovo equilibrio, «è una meditazione orizzontale» (p.41). Insomma, facciamo epochè, ci lasciamo alle spalle la nostra realtà, le nostre convenzioni, le nostre catene sociali, così da essere preparati a cogliere la bellezza del mare. «Non sono più io a guidare il pensiero, ma i flutti» (p.44). Da questa esperienza, dunque, ne usciamo rigenerati. Nuotare ci libera dalla nostra immagine quotidiana. Il mare, allora, diventa il luogo in cui noi non ci riflettiamo, ma ci perdiamo. In altre parole, il bagno non rappresenta come per Narciso né il luogo né il momento dell’introspezione, del riflesso, ma il momento di liberazione di sé. Questo perché l’acqua disintegra la nostra storia, le nostre angosce, le paure, è purificante. Tale forza catartica è propria del bagno in mare. C’è una differenza tra bagno in piscina e bagno in mare. L’acqua della piscina è innanzitutto prigioniera e non stimola l’immaginazione, seduce, ma senza fascino, non ne usciamo pienamente appagati, soddisfatti. Il mare, invece, dispensa saggezza, oltre che giovinezza e leggerezza, che sono qualità, peraltro che gli invidiamo. È come se il mare stesso ci dicesse che non si agisce su ciò che non dipende da noi, né su ciò che non esiste più, bisogna «liberarci da questi pensieri vani e vivere l’istante qui ed ora, un giorno dopo l’altro, senza timore dell’avvenire che si coniuga al presente» (p.74). Volgendo lo sguardo al mare le ansie, le angosce si dissolvono e questo accade perché mescolarsi all’immensità permette di moltiplicare i punti di vista, liberandoci dai pensieri imperialistici, unilaterali, dalle monomanie, da una coscienza sentenziosa. I nodi si sciolgono, ci semplifichiamo, il mondo in un certo qual senso si alleggerisce, poiché non siamo più trincerati in noi stessi.
Il mare non lascia l’uomo in balia dell’infinito, dell’indeterminato, ma ricolloca l’uomo di fronte al suo destino, dove è solo. E proprio questa solitudine, o indifferenza della natura, fa sì che l’uomo possa agire. L’uomo è come un marinaio che avanza contro vento, lottando con e contro la forza dei flutti, grazie alla sua volontà. Il mare è l’invito a rifiutare il determinismo, ci ricorda che nulla è sicuro, certo, come per il marinaio per il quale l’istante seguente è sempre nuovo. Quando è nell’acqua, l’uomo non deve crearsi un posto, ma è già in esso, nel mondo, c’è, ci nuota, a ogni bracciata compie il suo destino e comprende che deve pensare agendo e non agire pensando. Il mare non smette di ricominciare in noi ed è per questo che ogni volta che lo vediamo sembra sempre la prima volta. Davanti ad esso non smettiamo mai di percepire, di cogliere un qualcosa e di contemplare il bello dello spettacolo naturale, che è un rimedio alla noia, alla stanchezza. Come per l’amore, il mare è personale, per meglio dire, il colore che assume è quello della nostra infanzia, delle nostre vacanze, di ciò che è dentro di noi, delle nostre immagini, dei nostri ricordi, dei nostri vissuti.
Dimentichiamo che è vivo, che possiede un cuore, dei polmoni, dei muscoli. È sensibile come la pelle, non garantisce solamente l’equilibrio del pianeta, ma regola i nostri pensieri. Bisogna assumere un atteggiamento responsabile e camminare di pari passo: le nostre azioni hanno maggiori conseguenze di una goccia di acqua dispersa nell’oceano. E da qui nasce la nostra difficoltà: agire in maniera consapevole, responsabile, significativa, duratura verso ciò che diamo per scontato, per certo. Questo perché ogni nostro gesto ha una eco, anche il semplice gettare un sassolino in mare. Ricordiamo «il mare è il nostro cruccio più bello» (p.115).
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