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  febbraio 2011                                          
                                               
 

È possibile un’etica senza Dio?

 

di Bettina D’Agostino

 

Il personalismo ontologico ed in particolare i rapporti tra religione ed etica sono una questione ancora aperta. Si dice che sia diffusa la convinzione che senza religione o per meglio dire senza quella prospettiva che afferma l’esistenza di un ente trascendente, chiamato Dio, non possa esserci etica. A questo punto, ci si domanda: è possibile un’etica che non presupponga alcuna prospettiva religiosa, o meglio un’etica laica?

 

I sostenitori del personalismo ontologico fanno propria l’interpretazione motivazionale del ruolo della religione. Senza la credenza in una vita ultraterrena la moralità si dissolve, perché le manca la motivazione psicologica che induce a seguire le norme morali. In sostanza, sarebbe a dire che senza la paura della sanzione eterna (inferno) e senza la presenza del premio (paradiso) dopo la morte, le persone non hanno stimoli a seguire la norma morale, soprattutto quando ciò richiede sacrifici e la rinuncia a dei vantaggi. Di conseguenza l’etica religiosa (cattolica) sostiene che l’ateo, inaffidabile e socialmente pericoloso, non credendo nell’inferno, non possa avere timore, dunque, non possa avere motivazioni a mantenere i patti: è sempre pronto ad infrangere le norme morali e a tradire la parola data, pronto cioè ad assumere comportamenti antisociali. Tesi, questa, difficile da sostenere, se solo si pensa alle moltissime persone che vivono una vita moralmente esemplare senza alcuna fede religiosa né credenze nell’aldilà; allo stesso tempo, risulta evidente anche la sua inconsistenza: è possibile vivere moralmente anche senza la paura dell’inferno o la speranza nel paradiso, anzi, è matura quella persona che si comporta moralmente senza ulteriori aspettative o sostegni.

 

L’interpretazione teorica della religione invece rimanda alla questione della giustificazione razionale: un precetto è giusto solamente perché è comandato. Dunque, è a priori esclusa la possibilità di richiedere ulteriori ragioni a giustificazione del comando, aprendo la strada al fanatismo e al fondamentalismo. Potrebbe darsi che il presunto comando divino sia ingiusto e debba essere disobbedito.

 

Se si sostiene che Dio comanda qualcosa perché quel qualcosa è giusto, diremmo che la giustizia può essere conosciuta indipendentemente dalla religione, per cui ci si può giungere ragionando come se Dio non esistesse. Questa prospettiva, in particolar modo, mostra la controversia tra etica religiosa ed etica laica.

 

La possibilità di individuare soluzioni etiche a prescindere dalla fede religiosa e, dunque, basandosi sulla sola razionalità, è una questione estremamente importante, in quanto potrebbe delineare una linea di discussione priva di polemiche. Pur essendo, oramai, ampliamente condivisa l’idea che le norme morali siano conoscibili indipendentemente dalla fede religiosa attraverso un processo di argomentazione razionale, quando si va ad esaminare con attenzione il problema, si scopre che le divisioni riappaiono, perché riguardano due diverse concezioni di ragione e di razionalità. Il nodo cruciale di distinzione è legato all’idea di trascendenza, o meglio, all’aspetto decisivo del concetto di religione. Infatti, da una parte si sostiene che la ragione è in grado di dimostrare l’esistenza di un ente trascendente, Dio, che ha creato e governa il mondo. Ed è questa la concezione cattolica, secondo la quale la ragione fornisce i principi su cui si fonda la fede, che porta a compimento e perfeziona il disegno naturale conosciuto razionalmente. Dall’altra parte si sostiene che la ragione sia incapace di dimostrare l’esistenza di Dio.

 

Quando si afferma che Dio comanda perché è giusto, ovvero che la giustizia può essere conosciuta attraverso la razionalità, occorre chiarire, naturalmente, anche, a quale nozione di razionalità si faccia riferimento. E qui sorge nuovamente il contrasto tra laici e cattolici. Per i cattolici, infatti, la ragione riesce ad individuare un ordine di natura metafisicamente fondato, che sta alla base della norma morale giusta, la quale può, di conseguenza, essere perfezionata e completata dalla visione religiosa. Di contro, per i laici non esiste invece alcun ordine naturale metafisico che fondi le norme morali valide per tutti: solo attraverso il dibattito e il confronto critico è possibile giungere a soluzioni razionalmente accettabili.

 

Da tale differenza ha origine il contrasto tra etica della sacralità della vita ed etica della qualità della vita e riguarda prevalentemente tre questioni. L’etica della sacralità della vita crede nell’esistenza di un ordine di natura metafisicamente fondato quale norma morale della condotta umana; che tale ordine naturale è conoscibile con la ragione; che le eventuali controversie circa il contenuto della norma morale, sono risolvibili da un gruppo di persone, in particolare dal magistero ecclesiastico, che grazie ad un “dono” è in grado di conoscere meglio di altri l’ordine naturale.

L’etica della qualità della vita nega, invece, l’esistenza di un ordine naturale a fondamento delle norme morali, dando, così, innanzitutto, un ruolo predominante alla ragione in grado di individuare tale ordine naturale ed in secondo luogo, negando la capacità del magistero ecclesiastico di individuare autorevolmente la norma morale.

 

In conclusione, il dato certo è che sia possibile la vita morale anche senza religione.

 

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