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| dicembre 2010 | |||||||||||||||||||||||
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Politica della vergogna S. Žižek, Politica della vergogna, a cura di E. Acotto, Nottetempo, Roma 2009, pp. 121. A cura di Bettina D'Agostino In questa raccolta di sei saggi di Slavoj Žižek il mondo contemporaneo e le strutture profonde da cui è regolato sono analizzati attraverso la pop-filosofia e la psicoanalisi lacaniana: in particolare, vengono messi in risalto le nefandezze della dittatura e della democrazia, le menzogne del potere; sono oggetto di riflessione le torture di Abu Ghraib, il problema dei migranti, la violenza mascherata della teoria liberale, l'ibridismo del sistema cinese e, ancora, la percezione e le immagini della vergogna attraverso i film di Chaplin e di Lynch. Il potere è oscenità nel senso greco del termine, cioè è fuori dalla scena, immondo, abita l’inconscio, condiziona i comportamenti umani attraverso il suo sguardo penetrante, agisce in profondità, plasmando la realtà ed il linguaggio. Ne è esempio il ritorno dell’ideologia dell’«umanesimo militaristico» o «pacifismo militaristico» (p. 18), una contraddizione in termini proprio per ingannare. Occasione questa, per l’autore, per mostrare come il termine «umanistico» possa essere utilizzato in maniera fuorviante: l’intervento militaristico viene fatto passare «come aiuto umanitario, giustificato direttamente da diritti umani depoliticizzati e universali», in modo tale che chi si oppone «non solo prende le parti del nemico in un conflitto armato, ma compie anche una scelta criminale che lo esclude dalla comunità internazionale delle nazioni civilizzate» (p. 18). Dunque le guerre assumono un nuovo significato: non sono più il conflitto tra potenze per il potere militare, ma conflitti etnico-religiosi, che violano le regole dei diritti umani universali, legittimando l’intervento pacifistico e umanitario dell’Occidente. L’aspetto inquietante è la generale indifferenza davanti alla sofferenza: si interviene militarmente per garantire i diritti umani. Attenzione, sembra dire l’autore, è il termine «umanesimo» dei diritti che nasconde la mostruosità, presentandola come una sublime essenza umana. Allora chi è questo NOI, che rappresenta la potenza occidentale che interviene in nome di un presunto militarismo umanitario? Quel NOI ci rappresenta tutti? Alcune delle più drammatiche violazioni dei diritti umani sono commesse con l’intento deliberato di terrorizzare l’opinione pubblica. L’aspetto inquietante è che anche una forma di intervento apparentemente pacifico finisce per dimostrarsi violenta, come la politica del libero mercato, che sottomette le persone ad un ideale etico, che viene fatto passare per universale: imporre la propria prospettiva agli altri causa il disordine sociale. E la pericolosità è proprio nel rivestire di eticità la politica: il desiderio di sottomettere le persone ad un ideale etico universale è il crimine di tutti i crimini. Il tutto in nome di una causa più elevata che è la maschera di una manipolazione da parte di coloro che hanno bisogno di affermare il proprio potere attraverso una violazione, una invasione o, meglio, un intervento, qualunque esso sia, perché porta sempre con sé la distruzione di ciò che si trova davanti, senza alcun rispetto della diversità culturale, sociale, politica. Si comprende bene come la guerra possa essere fatta passare come causa prima, al di sopra di ogni cosa, ma che porta con sé la celata intenzione della manipolazione, del controllo capillare, che si insinua in profondità, un controllo che è essenzialmente politico ed economico, frutto della cultura occidentale patriarcale e fallocentrica. A questo punto è chiaro il messaggio di Žižek: per stabilire la pace e la tolleranza bisogna innanzitutto sbarazzarsi della tentazione morale, cioè la politica dovrebbe essere completamente liberata dagli ideali morali e calarsi effettivamente nel reale, considerando e rispettando le persone per quelle che sono o, meglio, a partire dal contesto sociale e politico di appartenenza. Questo perché tutti i valori e i diritti sono storicamente specifici e ogni loro elevazione a nozioni universali da imporre agli altri è un atto di imperialismo culturale violento. Per poter pensare liberamente bisogna che ci sia una base sociale e che questa parta dall’educazione, che è qualcosa di cui si fa esperienza, non imposta né istituita. La buona educazione tratta gli individui come uguali, liberi ed autonomi, soprattutto è garante dell’interdipendenza, cioè della sostanza sociale. E l’unica via sembra essere quella della vergogna, un sentimento che scaturisce dal momento in cui si percepisce l’altro, non riconosciuto come facente parte di sé, del proprio contesto, perché ciò che suscita vergogna è lo sguardo dell’altro. Questo per dire che esiste un legame tra la vergogna e la responsabilità verso l’altro, cioè solo se si prova vergogna scaturisce in noi la responsabilità nei confronti del prossimo.
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