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  dicembre 2010                                          
                                               
 

Un cambiamento di rotta etico: la fine delle nostre certezze?

 

di Bettina D’Agostino

Il compito e il fine non sono più di raggiungere un unico assoluto, vale a dire di riuscire a proiettare all’infinito le aspirazioni o le intenzioni di un unico soggetto in una totalità che si presume oggettiva. Il negativo è piuttosto utilizzato per mantenere la dualità delle soggettività e uno spazio tra loro, che non appartiene né all’una né all’altra e che permette loro di incontrarsi. Il negativo serve anche per preservare la trascendenza dell’altro, di un “tu” che non è, e non sarà mai né me né mio, irriducibile quindi all’“io”, al me, al mio. Un “tu” la cui trascendenza resiste a un possesso, a una qualsiasi appropriazione o fusione, salvaguardando in tal modo la differenza. Prima di essere capaci di dire “ti amo”, bisogna che abbiamo pensato, detto o fatto almeno cento volte “io amo a te”. (L. Irigaray, In tutto il mondo siamo sempre in due. Chiavi per una convivenza universale, Baldini&Castoldi, Milano 2006, pp. 27-28). 

Il progresso in campo biomedico solleva numerose riflessioni etico-filosofiche o, per meglio dire, bioetiche e soprattutto molti dubbi, che cercano delle risposte con la fine delle nostre credenze. Per questo motivo viene chiesto alla filosofia di dare un contributo morale ai diversi campi di applicazione dell’etica. In particolare, la filosofia non giunge e non può giungere alla risoluzione di dati problemi, ma può incoraggiare la riflessione su problemi morali, mai posti come tali: in altre parole, può sollecitare interrogativi, rendendo esplicite le credenze, può sollevare il dubbio, esplorare, ristrutturare, manipolare la riflessione in maniera libera. Ciò permette che la bioetica possa procedere con cautela nell’analisi delle credenze più radicate, evitando di dare la sensazione che siano respinte con superficialità. Per questo motivo il bioeticista deve essere a conoscenza dei fatti ed avere una sorta di lente di ingrandimento su ciò che lo circonda o, per meglio dire, deve avere una certa familiarità del contesto nel quale tali fatti sono inseriti e prendere consapevolezza che la società contemporanea è popolata da persone che parlano lingue morali diverse, nel senso che hanno concezioni inconciliabili riguardo a ciò che si intende per vita buona. In altre parole è venuta meno la concezione della vita buona, che nelle società tradizionali forniva il criterio di moralità e il collante della vita sociale.

Si comprende bene come sia necessario abbandonare le tradizionali pretese universalistiche, per riconoscere che solo la libertà degli individui è garante della dignità e consente il mantenimento della pace sociale. Cosa questa non semplice da fare: infatti, tale concezione viene criticata per il suo individualismo, in particolare dal punto di vista empirico, cioè pratico, viene ritenuta dubbia e falsa, dal momento che, si contesta, solo i diritti dell’uomo sono in grado di fornire, ed anzi forniscono, un punto di riferimento solido e stabile per individuare i nuovi problemi da affrontare. In fondo i diritti umani costituiscono una sorta di lingua comune che consente ai cosiddetti stranieri morali di parlare tra loro e dà l’orientamento nel ricomporre il perduto collante sociale. Alla base di tale prospettiva, si sostiene che i diritti umani siano fondati sulla dignità umana, cioè sul fatto che ogni uomo ha un uguale valore; si ritiene che tali diritti siano condivisi sia dai cristiani sia dai laici come condizione per la convivenza civile e che siano radicati nella natura umana e spettino, dunque, ad ognuno, e che, quindi, siano validi per tutti indistintamente a prescindere da razza, sesso, cultura, religione, e che escludano l’interpretazione individualistica dei diritti dell’uomo (quest’ultima mette in primo piano la scelta e l’autonomia del singolo, dal momento che è estranea al concetto originario dei diritti umani radicati nella natura umana). Inoltre, tale concezione sostiene che il diritto alla vita è la base di ogni altro diritto umano, cioè che titolare del diritto alla vita è ogni essere umano e tale diritto vale in ogni fase della vita, dalla fecondazione alla morte naturale.

La riflessione, a questo punto, è che l’evoluzione storico-culturale ha portato ad un’estensione dei diritti dell’uomo: da una linea orizzontale, che riconosce l’uguale dignità di tutti gli esseri umani indipendentemente dalla razza, dal sesso, etc., ad una linea verticale, che riconosce l’uguale dignità a tutti, dal concepimento alla morte naturale. La Dichiarazione universale dei diritti afferma che il diritto alla vita vale dalla nascita e non dal concepimento o, meglio, non vale dalla fecondazione: per dirla diversamente, la fase prenatale non è protetta dal diritto. È a questo punto che si solleva la questione se i diritti umani possano essere la solida base per affrontare le nuove sfide del progresso biomedico. Ed è proprio qui che entra la riflessione filosofica: dove sorge un conflitto morale, la riflessione etico-filosofica cerca di trovare un giusto equilibrio. Ciò che ci si aspetta da essa è un giudizio che si innalzi al di sopra del principio di autodeterminazione e del riconoscimento di autorevolezza morale. Entrando nel particolare, la questione è se bisogna far prevalere l’interesse dello stato alla tutela della vita, secondo il diritto penale, o l’interesse dell’individuo a rifiutare, ad esempio, un trattamento come mantenimento in vita. Il paziente, in certi casi, può rifiutare il trattamento che il medico si sente moralmente obbligato a somministrare; inoltre, fa parte della buona pratica medica cessare o negare la terapia che diventerebbe inutile davanti ad una prognosi di morte inevitabile. Questa riflessione ci porta ad affermare che lo sviluppo delle scienze biomediche ha fatto cadere molte delle credenze radicate nella nostra società. Per comprendere meglio un esempio su tutti, è venuta meno la credenza secondo la quale la morte sia un evento istantaneo: la morte non è più considerata come la perdita simultanea della coscienza, del battito cardiaco, della respirazione, della circolazione e delle altre funzioni vitali.