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| dicembre 2011 | |||||||||||||||||||||||
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Ulteriori riflessioni sulle disposizioni di fine vita «Anche se la regola venisse modificata così: fa agli altri ciò che vogliono sia fatto loro, non possiamo sapere di nessuno, tranne che di noi stessi, che cosa voglia. Ecco invece ciò che la regola significa e come possiamo applicarla onestamente: fa agli altri quello che sinceramente senti di dover fare. Se incontri un masochista e ti attieni a questa regola, non devi fustigarli con la sua frusta soltanto perché ciò è quanto egli vorrebbe che gli facessi. Né ti senti più in dovere di gettare il fedele ai coccodrilli» (Richard Bach, Illusioni. Le avventure di un Messia riluttante, BUR, Milano 1997, p.126).
L’espressione della incapacità ma anche della volontà della politica di agire indipendentemente dal contesto sociale in cui si muove è ben rappresentato dalla legge sul testamento biologico, o meglio dalla legge sulle direttive anticipate di fine vita. È questa l’ennesima dimostrazione della incapacità dovuta alla non intenzionalità di realizzare un incontro tra piano istituzionale ed esistenza umana e di non venire incontro alle richieste personali degli individui e ai loro più profondi bisogni.
Da quanto detto finora, è venuto alla luce che la legge sul testamento biologico ha come fine il controllo della persona, dal momento che precisa che le dichiarazioni di fine vita non debbono essere vincolanti ma semplici “desiderata” e alimentazione ed idratazione artificiali forzate non debbono rientrare tra i trattamenti rinunciabili. Per questo la legge è stata definita liberticida ed incostituzionale, violenta e crudele, una legge che contrappone medico ed assistito rendendo di fatto impossibile quell’alleanza terapeutica che vorrebbe esaltare.
Contro tale legge si sono espressi i medici con l’appello “Io non costringo curo” che ha raccolto più di 10.000 sottoscrittori, contro si sono schierati più di cento insigni giuristi che hanno inviato a senatori e deputati documenti analitici sui gravi limiti tecnici della legge, contro si sono espresse le società scientifiche in campo medico che hanno ripetutamente dichiarato che alimentazione ed idratazione artificiali sono a tutti gli effetti trattamenti medici e che indispensabile è il consenso della persona per poter essere avviati, contro si è espressa l’opinione pubblica che da anni risulta essere al 77% favorevole al diritto di decidere liberamente sulla fine della vita.
La legge in altre parole si è impadronita del nostro corpo e ci ha posto, ancora una volta, fuori dall’Europa. Si basa su “orientamenti” non vincolanti, che mostrano la sua evidente incostituzionalità: impone idratazione e alimentazione fino al collasso metabolico della vita vegetativa, non ritenendo sufficiente per sospendere ogni tipo di cura e sostegno vitale l’accertamento del collasso della vita cognitiva, o meglio la coscienza nella sua base di vita cerebrale, dal momento che la legge ritiene che non sia mai accertabile con totale sicurezza, e che quindi in ipotesi da questo collasso cognitivo, da questa assenza di coscienza, che è in realtà solo una sua latenza, perché è uno stato irreversibile, indietro non si può tornare, la legge in questo modo afferma che si possa tornare indietro nuovamente a sé, alla “persona”. È sulla base di tale convinzione e argomentazione che il legislatore sostiene che non si possa negare a nessuno questa possibilità di “risveglio”.
È per questo motivo che si può parlare di imperdonabilità morale, al di là della sua plausibilità scientifica. Ragionamento questo che va oltre l’evidenza fisica, in altre parole oltre l’accertabilità intuitiva e deduttiva, come possono essere i movimenti incondizionati degli occhi o in generale qualsiasi movimento deducibile da segni, da “segnali” di uno stato di fatto, che è la possibilità o meno di un ritorno a sé della vita cosciente in presenza degli “stati vegetativi”. Sulla base di quanto la scienza ha da sempre sostenuto, si può affermare che ci sia sempre in presenza di una pur minima traccia di attività chimica ed elettrica a livello cerebrale, non abolizione di coscienza, un punto evidentemente di non ritorno, che non porrebbe problemi morali, ma sua latenza: un residuo di presenza a sé, di “coscienza”, che può “risvegliarsi”.
A mio avviso proprio in questo stato di non coscienza, che ripeto è un non ritorno, si solleva un problema morale: il rispetto da rendere a un corpo che è stato persona, ma che si trova in uno stato di “coscienza”, o per meglio dire che si trova imprigionato in una condizione nella quale non riceve notizia dal mondo e col quale non comunica, prigioniero di una realtà latente. A questo punto chiediamoci se ci dovessimo trovare nella situazione di dover seguire la volontà di chi si trovi in questa condizione e che ci abbia lasciato detto, in una precedente consapevolezza, di non tenercelo, di lasciarlo andar via, abbiamo diritto di tenerlo prigioniero in un corpo, contro la sua volontà? Il non agire secondo il suo volere consapevole infrange quella regola base di tutte le grandi culture morali della storia dell’umanità, anche di quella cristiana: “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, regola dalla quale scaturisce il vivere civile, della accettazione responsabile della visione di ognuno.
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