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  dicembre 2011                                          
                                               
 

Aprile Maria Carmela, Le politiche ambientali, Carocci, Roma 2008

 

di Bettina D'Agostino

 

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L’intento dell’autrice è il mettere in evidenza che nonostante siano state numerose le Conferenze internazionali sulle politiche ambientali a partire dagli anni settanta, il risultato è stato solamente l’aver prodotto un vasto numero di trattati non vincolanti. L’insuccesso delle diplomazie nell’affrontare le questioni ambientali è legato alla natura particolare delle istituzioni politiche operanti a livello internazionale: sono istituzioni non responsabili politicamente, perché non elette e dunque incontrano difficoltà notevoli nell’imporre l’adeguamento e il rispetto degli obblighi assunti mediante accordo, soprattutto per la natura specifica degli accordi, caratterizzati da un elevato numero di partecipanti e da un’instabilità intrinseca. Tale instabilità è dovuta all’asimmetria informativa, che implica che ogni paese conosce e gestisce la propria situazione meglio di ogni altro e può trarre vantaggio da questa conoscenza; ad un comportamento opportunistico, di free-riding, derivante dalle caratteristiche proprie dei beni ambientali, intesi come beni comuni, di proprietà collettiva; all’azzardo morale, proprio di quei paesi che adottano un comportamento scorretto, in quanto consapevoli dell’impossibilità di verifica del rispetto dell’accordo da parte di altri.

Storicamente il problema ambientale diventa allarme internazionale quando, nel 1968 presso l’Università di Berkeley, un movimento giovanile avviò un dibattito sulla qualità dello sviluppo economico o meglio sullo sfruttamento delle risorse naturali e del conseguente rapporto ambiente-sviluppo. Ciò fece in modo che si incominciasse a denunciare l’incompatibilità tra sviluppo economico e conservazione del patrimonio ambientale.

Nel 1972 venne pubblicato il risultato di una ricerca commissionata dal Club di Roma al MIT e per la prima volta venne posto il problema dei limiti allo sviluppo. Questo portò alla diffusione di una coscienza ambientalista da parte dell’opinione pubblica dei paesi ad economia avanzata: si raggiunse la consapevolezza che i problemi ambientali riguardassero gli effetti negativi della crescita economica e dell’industrializzazione eccessiva. Contemporaneamente nacque il timore da parte dei paesi in via di sviluppo (PVS), che le istanze ambientaliste avrebbero condizionato le scelte politiche economiche, provocando ulteriori ritardi nello sviluppo dei paesi poveri. A partire dagli anni settanta la questione ambientale assunse un peso internazionale ed istituzionale, grazie a tre conferenze internazionali organizzate dalle Nazioni Unite: la Conferenza di Stoccolma del 1972 che definisce per la prima volta il concetto di sviluppo compatibile, si dichiara la salvaguardia delle risorse naturali, fissando alcuni principi fondamentali sulla relazione benessere sociale e tutela del patrimonio ambientale, secondo un criterio di equa distribuzione delle risorse anche nei confronti delle generazioni future; la Conferenza di Coyococ nel 1984 nella quale si parla di sviluppo sostenibile, cioè di far conciliare sviluppo, crescita economica, risoluzione dei problemi ambientali, o meglio di rendere compatibili le attività produttive e di vita di tutti i paesi della Terra nel breve e nel lungo periodo, con una dotazione finita di risorse e con la salvaguardia delle altre specie viventi. Il concetto di sviluppo sostenibile fu ufficialmente introdotto per la prima volta nel 1987 dall’Onu attraverso la diffusione del “rapporto Brundtland” dal titolo “Our Common Future”, per avviare l’economia mondiale verso uno sviluppo sostenibile sia sul piano ambientale sia sul piano sociale, in altre parole l’umanità doveva impegnarsi a perseguire lo sviluppo sostenibile, assicurando il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni presenti senza compromettere quello delle generazioni future. Un cambiamento in cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti e i cambiamenti istituzionali dovevano essere resi compatibili con i bisogni futuri. Il rapporto è stato una semplice dichiarazione di buone intenzioni, dal momento che non ha previsto adeguati strumenti di politica economica, tali da trasformare le dichiarazioni in azione concreta; la Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 il cui obiettivo era quello di creare nuovi livelli di cooperazione tra gli Stati, per portare i paesi della Terra unanimamente ad un percorso di sviluppo sostenibile e definire i compiti e i contributi di ognuno.

Il risultato più importante è stato raggiunto dalla Conferenza di Kyoto del 1997 con l’approvazione del Protocollo di Kyoto, che è il primo esempio di trattato globale legalmente vincolante e dalla conseguente Conferenza di Johannesburg del 2002, che si è conclusa con l’adozione di due documenti (la Dichiarazione politica sullo sviluppo sostenibile e il Piano d’azione sullo sviluppo sostenibile).

Discorso che è servito all’autrice per mostrare e dimostrare che la minaccia all’equilibrio del sistema ambientale dovuto allo sviluppo economico incontrollato e alla crisi energetica impone l’esigenza di concepire interventi che partano dal basso, o meglio dalle politiche locali e rurali, e che inoltre coinvolgano l’umanità tutta col cambiamento dello stile di vita per la difesa dell’ambiente. Dunque i settori ambientali che richiedono una certa urgenza, sono la gestione dei rifiuti, l’inquinamento acustico, la protezione delle acque, l’inquinamento dell’aria e il cambiamento climatico e la protezione della natura. Per l’attuazione della politica ambientale, bisogna impugnare una gamma di strumenti finanziari e tecnici che progressivamente deve essere ampliata in concomitanza con gli sviluppi di tale politica, fondati sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, della correzione dei danni causati all’ambiente e sul principio “chi inquina paga”.