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| settembre 2010 | |||||||||||||||||||||||
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Cos'è la bioetica? di Bettina D'Agostino Etimologicamente bioetica significa etica della vita. La bioetica, pertanto, riguarda il modello di comportamento che un soggetto o un gruppo segue, comportamento sottoposto ad alcuni vincoli per favorire la convivenza sociale necessaria al benessere di tutti. Si badi bene: l'etica è diversa dalla morale, che riguarda, invece, l’agire ed il comportamento in base ai principi del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto. In altre parole, la bioetica ha a che fare con gli obblighi fondamentali, che ognuno di noi, in quanto persona morale e civile, deve assumere; perciò essa viene applicata alle diverse professioni ed ha carattere interdisciplinare, dal momento che coinvolge settori disparati del sapere, dalla biologia alla medicina, dalla psicologia alla sociologia, dal diritto alla teologia. Domande fondamentali della bioetica sono: «cosa è giusto fare?», «qual è la soluzione buona?», «qual è il nostro dovere?». Invece di limitarsi a ciò che è tecnicamente o legalmente possibile, la bioetica si interroga su ciò che è moralmente lecito, ovvero intorno a quel “dover essere” o “dover fare” che costituisce il tratto spiccato dell’etica. Bisogna distinguere tra due sensi dell’etica, uno comune, che è l’etica diffusa nella società, costituita da tutte le opinioni ricevute ed interiorizzate sin dall’infanzia, l’altra, l’etica critica, che si chiede il perché o, meglio, cerca la ragione che sostiene l’opinione ricevuta. Il passaggio dall’etica comune all’etica critica può essere concettualizzato in due posizioni diverse: la posizione conservatrice, la quale ritiene che l’opinione ricevuta vale di per sé perché corrisponde all’originaria natura umana; e la posizione liberale, che ritiene opportuno trovare una valida ragione all’opinione ricevuta, che viene così confermata, comportando una crescita: in altre parole, non solo si sente che l’azione è giusta perché così ci è stato insegnato da bambini, ma si comprende anche perché lo è. Però può capitare che la persona non riesca a trovare alcuna ragione a sostegno dell’opinione ricevuta. Si raggiunge un proprio punto di vista: è un passaggio in cui si cambia la prospettiva, in modo da vedere le cose diversamente. Le ragioni che ci fanno comportare in una maniera e non in un’altra possono essere empiriche, cioè trovare conferma nell’esperienza o nella scienza, oppure assiomi, cioè norme date una volta e per sempre. Da qui la distinzione tra l’etica cosiddetta deontologica e l’etica liberale o consequenzialista. La prima segue principi e divieti assoluti, che cioè non ammettono alcuna eccezione perché sono atti cattivi in sé, come ad esempio l’aborto o la contraccezione (il divieto di un’azione vale di per sé, indipendentemente dalle conseguenze). Per l'etica liberale, invece, la giustezza dell’azione dipende da considerazioni successive all’azione, cioè dalle conseguenze. Nell’ambito della bioetica il contrasto è tra etica della sacralità della vita (bioetica cattolica, che segue l’etica deontologica) ed etica della qualità della vita (bioetica laica, che segue l’etica liberale). Il termine sacralità indica l’inviolabilità o l’intangibilità della vita umana, per dire che esiste un divieto assoluto di interferire con l’esistenza, poiché essa è un dono di Dio, non appartiene all’uomo ma a Colui che lo ha creato. L’etica della qualità della vita, invece, considera come valore fondamentale la qualità della vita intesa come benessere o come rispetto dell’autonomia delle persone (indipendentemente dall’ipotesi di Dio e dall’adesione, implicita o esplicita, ad un determinato credo religioso). Dunque la scelta autonoma della persona diventa il criterio decisivo e determinante per le scelte morali. La differenza tra le due posizioni consiste in questo: mentre la prima è fondata su una gerarchia di principi e valori che non ammettono eccezioni e che esigono di essere salvaguardati in linea di diritto e di fatto, la bioetica laica, di contro, tende a porsi come un’etica basata su una serie di principi e valori che ammettono eccezioni. Si badi bene il moralmente giusto non dipende da una prospettiva personale (il giusto per me) ma da una prospettiva universale: in altre parole l’etica, per essere tale, deve avere le caratteristiche dell’universalità, dell’imparzialità e della mutabilità, cioè la variabilità del giudizio rispetto alle circostanze. Questo per dire che l’etica deve trasformarsi in base all’evoluzione storica e tecnologica, per meglio dire, in base alle trasformazioni in campo medico-biologico. Alla luce di quanto sostenuto, è urgente la necessità di far crescere le capacità critiche e argomentative perché viviamo in una congiuntura storica cruciale caratterizzata dall’opposizione tra il paradigma dell’etica della sacralità della vita e quello dell’etica della qualità della vita. Solo sviluppando e sollecitando tali capacità critiche sarà possibile operare una riflessione sulla tavola dei valori. Infatti, penso che sia inutile, oltre che ingiusto, proporre ai giovani i bei tempi passati che non potranno mai vivere. Più proficuo è che essi cerchino di capire quel che sta capitando; in particolare, per quel che riguarda la bioetica, il fattore principale del cambiamento etico, o meglio dei valori, è costituito dall’aumento straordinario delle conoscenze e della capacità di controllo del mondo biologico. Insomma. per evitare situazioni simili a quella di un passeggero che guarda dal finestrino di coda del treno in corsa, il quale può solamente vedere il paesaggio già passato, sembra urgente sollecitare l’abitudine alla riflessione logica e al vaglio critico, cosicché la persona non solo senta che un’azione è giusta, ma sappia anche dire perché lo è.
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