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  aprile 2011                                          
                                               
 

L’etica alle frontiere della vita. Eutanasia e accanimento terapeutico

Lamb David, L’etica alle frontiere della vita. Eutanasia e accanimento terapeutico, Il Mulino, Bologna 1995 (pp.198)

di Bettina D’Agostino

«Il principio della libertà non può ammettere che si sia liberi di non essere liberi: non è libertà potersi privare della libertà … Il motivo per non interferire, salvo quando altri siano coinvolti, negli atti volontari di un individuo è il rispetto della sua libertà: la sua scelta volontaria prova che ciò che sceglie è per lui desiderabile, o perlomeno sopportabile, e nel complesso è più opportuno per il suo bene permettergli di trovare da solo i mezzi di conseguirlo. Ma vendersi come schiavo, abdica alla sua libertà: rinuncia a ogni suo uso posteriore all’atto di vendersi. Quindi contraddice, con la sua stessa azione, proprio lo scopo che giustifica il permesso che ha di disporre di se stesso. Non è più libero, e appunto per questo si trova in una posizione che vanifica la presunzione che egli vi possa restare volontariamente» (Mill James Stuart, Saggio sulla libertà. Le origini del liberalismo contemporaneo in un classico del pensiero politico, Il Saggiatore, Milano 1997, p.118)

La pratica trapiantistica solleva numerose riflessioni etiche-filosofiche e soprattutto molti dubbi, che cercano delle risposte. Per questo motivo Lamb confida nella filosofia, in grado di dare un contributo morale al campo medico. Il filosofo non può giungere alla risoluzione di dati problemi, ma può incoraggiare la riflessione su problemi morali, mai posti come tali, sollecitare interrogativi, rendendo esplicite le credenze, sollevare il dubbio, esplorare, ristrutturare, manipolare la riflessione in modo libero. La riflessione filosofica sembra necessaria lì dove sorge un conflitto morale tra la posizione del medico e la posizione del malato, trovando un giusto equilibrio. Ciò che ci si aspetta dalla riflessione etica è un giudizio che si innalzi al di sopra del principio di autodeterminazione e del riconoscimento di autorevolezza morale, di ciò che il medico percepisce come agire nel migliore interesse del malato. Bisogna far prevalere l’interesse dello Stato alla tutela della vita secondo il diritto penale o l’interesse dell’individuo a rifiutare un trattamento come mantenimento in vita? Il paziente in certi casi può rifiutare il trattamento che il medico si sente moralmente obbligato a somministrare. Fa parte della «buona pratica medica» (p.38), cessare o negare la terapia che diventerebbe inutile davanti ad una prognosi di morte inevitabile.

Uno dei motivi per cui non si donano gli organi è il timore di non ricevere le cure necessarie e di anticipare frettolosamente la morte. Si è soliti ritenere che «la spesa per la salute vada perduta in un pozzo senza fondo che inghiottisce risorse senza contraccambio per la società» (p.163).

Il trapianto di organi ha dato delle speranze a chi era destinato ad una morte inevitabile. Ciò, però, ha prodotto una serie di questioni morali nel campo medico, quali il ruolo del medico, l’autonomia del paziente, il rispetto per la persona e per il corpo morto e l’allocazione delle risorse.

Innanzitutto occorre discutere, secondo Lamb, su una definizione della morte che sia pubblicamente accettata e fondata su criteri e test affidabili, separata sia dalle proposte a favore dell’eutanasia e sia dai principi utilitaristici dettati dal reperimento necessario di un elevato numero di organi trapiantabili. Con lo sviluppo delle tecniche scientifiche, il reperimento e l’allocazione di organi dovrebbero fondarsi sul principio di equità e sul rispetto del corpo umano.

La posizione di Lamb si confronta con due punti cardine delle libertà, ma anche due punti spesso in antitesi. Secondo il principio di utilità, la decisione dell’allocazione viene presa in base al valore sociale del paziente, in riferimento alla sua capacità di arrecare beneficio alla società. I problemi sorgono dai meccanismi per la misurazione del valore sociale: il selezionamento di pazienti degni o non degni su basi morali, sociali, extramediche, è accusato di pregiudizio, soggettività e corruzione. Anche il principio egualitario fa nascere una serie di problemi pratici. Per questo, l’atteggiamento corretto della società secondo Lamb è il bene maggiore per il maggiore numero di persone. Permettere la compravendita di organi significherebbe permettere di sfruttare i poveri e i meno istruiti da parte dei più ricchi, far regredire moralmente la società, non avere rispetto della giustizia e dell’equità, esercitare forme di pressione e di aggressione nei confronti del venditore. Non è giustificato moralmente, colui che paga una persona a suo vantaggio e specula sulla sua povertà. A favore della vendita di organi vengono sostenuti l’aumento dell’offerta, che non è una ragione morale adeguata per sostenere la vendita di organi, e la libertà dell’individuo sul proprio corpo. Il consenso volontario alla vendita di organi sarebbe contraddittorio, perché verrebbe da coloro che sono sottoposti a una forte coercizione economica, che hanno una percezione forviante di ciò che fanno. Per fare in modo che aumenti il consenso volontario di organi, debbono aumentare i donatori volontari.

Affinché aumentino i donatori bisogna accrescere in loro una maggiore fiducia nelle definizioni e nei criteri di morte del tronco cerebrale, attraverso una più ampia informazione da parte dei media e soprattutto dei medici. Ciò che frena la donazione è il timore che sia interrotta bruscamente la terapia medica, le proprie convinzioni morali e religiose e la non disponibilità di parlare della morte. Bisogna garantire, inoltre, che le classi più povere non siano svantaggiate a favore di quelle più ricche.