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| agosto 2011 | |||||||||||||||||||||||
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La morte cerebrale è un non ritorno? di Bettina D’Agostino «…sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante… che vola solo chi osa farlo» (Luis Sepùlveda, Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a volare, Salani, Varese 1999, pp.125-126 La questione riguardante l’accertamento della morte cerebrale è estremamente delicata al punto che il Comitato Nazionale di Bioetica il 24 giugno del 2010 si è voluto nuovamente esprimere su ciò che viene definito il problema degli standard utilizzati per dichiarare la morte dell’uomo. Come già detto la morte è una sola, tuttavia la diagnosi può essere oggi accertata con lo standard tradizionale cardiocircolatorio (irreversibile cessazione delle funzioni circolatoria e respiratoria), così come con quello neurologico (irreversibile cessazione delle funzioni dell’intero cervello incluso il tronco cerebrale), in considerazione dell’avanzamento delle conoscenze mediche. Il CNB ha, volutamente, tenuto distinto il problema dell’accertamento della morte da quello del trapianto d’organi, basandosi sul ben preciso presupposto che la definizione e l’accertamento della morte non debbano avere una finalità ulteriore, nel senso che si deve sempre tenere fermo il principio che la dichiarazione di morte è indipendente dall’eventuale prelievo di organi e da ogni considerazione di ordine utilitaristico relativa ai costi socio-sanitari della assistenza ai pazienti post-anossici. Si noti che per quanto riguarda i criteri neurologici il Comitato ritiene accettabili solo quelli che fanno riferimento alla “morte cerebrale totale” e alla “morte del tronco-encefalo”, intese come danno cerebrale organico, irreparabile, sviluppatosi acutamente, che ha provocato uno stato di coma irreversibile, dove il supporto artificiale è avvenuto in tempo a prevenire o trattare l’arresto cardiaco anossico. Ciò che viene sottolineato è di fornire adeguate informazioni: le spiegazioni all’opinione pubblica di questo concetto andrebbero corrette e aggiornate soprattutto sotto il profilo terminologico con definizioni oggi più rispondenti alla corrente pratica clinica e, in particolare, l’uniformità nei protocolli sia per lo standard cardio-polmonare che per quello neurologico, difformi da paese a paese, ingenerano confusione nell’opinione pubblica con ricadute negative sulla considerazione relativa all’attendibilità dei criteri stessi. Soprattutto la critica del CNB è nei confronti di quei protocolli, presenti in altri paesi, che stabiliscono l’avvenuta morte del paziente con standard cardio-polmonare in base a tempi di accertamento fortemente ridotti (tra i 2/5 minuti). Il rischio è che il paziente possa ancora “essere vivo”, non essendo sufficiente il brevissimo lasso di tempo intercorso dall’arresto cardiaco per dichiarare la perdita irreversibile delle funzioni dell’encefalo. Inoltre richiama l’attenzione sul rispetto della “regola del donatore morto” nell’ambito della donazione e del prelievo di organi che non deve tradursi nella “regola del donatore morente”. Il CNB riconosce che la legislazione italiana (L. 578/93 e Decreto 582/94) sull’accertamento della morte, con le annesse linee guida scientifiche aggiornate nel 2008, è estremamente garantista e prudenziale. Ciò che genera confusione sono le contrastanti posizioni tra mondo laico e mondo cattolico e il conseguente dibattito morale e politico troppo spesso caratterizzato da toni accesi. La scienza ha individuato gli strumenti che ci dicono con certezza che da un certo punto in poi non è più possibile la vita di una persona in piena autonomia, da qui lo scontro, tra i fautori della sacralità della vita, per cui essa è un dono di Dio e come tale non disponibile e i fautori della qualità della vita, per cui essa è un bene a disposizione dell’uomo, che può appunto giudicarne la qualità e decidere in merito. Si ricordi che nel 1968 ad Harvard si fissarono i nuovi criteri per l’accertamento della morte, accettati da tutti ed anche dalla Chiesa Cattolica, non più incentrati sull’arresto cardiocircolatorio bensì sulla cessazione dell’attività cerebrale, sia del tronco encefalico che della corteccia. Per la notevole rigorosità di questi nuovi criteri è stato possibile fugare ogni ragionevole dubbio nella procedura di espianto di organi. Negli ultimi anni l’Osservatore Romano ha di nuovo posto in discussione l’accordo di Harvard. I casi di donne dichiarate cerebralmente morte che hanno portato avanti una gravidanza per un certo periodo fino all’aborto ha fatto sostenere ad una parte del mondo cattolico che non è più possibile affermare con certezza che ci troviamo di fronte a cadaveri da cui espiantare organi; questo perché la persona umana si identifica anche in un corpo che non ha più capacità di sopravvivenza autonoma nel quale però un’apparecchiatura elettromeccanica pompa aria e sangue creando un’illusoria vitalità. C’è anche da dire che si fa anche molta confusione su morte cerebrale, coma, morte corticale. La nostra legislazione è ben chiara in materia, un paziente viene dichiarato morto allorché tutte le attività del tronco encefalico vengano a cessare e, non solo, l’attività corticale risulti assente per almeno sei ore di osservazione (EEGramma piatto). In una condizione del genere non c’è vita autonoma, si può soltanto scuotere un corpo inerte pompandovi sangue e aria, che certamente consentono ai tessuti periferici un minimo di attività metabolica del tutto priva di finalità. L’auspicio di trovare un punto di incontro tra i sostenitori della sacralità e della qualità della vita è meramente illusorio dal momento che per coerenza chi ritiene che la vita sia sacra non potrà mai ritenere eticamente lecito qualcosa che si approssimi ad un «diritto di morire», così come, per lo stesso principio, chi ritiene che la vita sia un continuo progetto di esistenzializzazione messo in atto dal soggetto attraverso la sua libertà, non potrà mai acquietarsi di fronte a chi gli nega la possibilità di esistenzializzare, con una scelta estrema, oltre che la propria vita anche la propria morte. Le neuroscienze oggi non fanno che confermare con prove sempre più evidenti l’impossibilità di una separazione tra sentimento e attività cerebrale, tra l’esteriorità del proprio corpo e l’interiorità della propria mente. Il corpo attesta una indiscutibile unità psicofisica, una palese inscindibilità tra estensione esterna e sensibilità interna, un intreccio inestricabile tra inerzia e volontà. Tale discorso apre ad un’altra questione: difendere la vita a prescindere dal corpo che la incarna, nonostante e oltre questo corpo; ma l’uscita dal dualismo non autorizza più alcun discorso che pretenda di porsi sul piano dell’assolutezza. Appare evidente come le attuali acquisizioni scientifiche ci spingano verso la necessità di ripensare i nostri paradigmi fondamentali, pena l’impossibilità di strutturare un’etica adeguata. Il corpo del malato terminale penso che sta a testimoniare la crisi di ogni dualismo e di ogni ontologia: il paziente che chiede ripetutamente e coerentemente di non prolungare artificialmente la propria vita sente tremendamente viva la presenza a sé del proprio corpo. Per dirla diversamente imporre la respirazione artificiale a un paziente senza più alcuna speranza di veder mutata la propria sorte e, ovviamente, liberamente e coerentemente decisosi per l’interruzione del trattamento, significherebbe allora negargli la possibilità di coincidere con se stesso, rendendolo prigioniero della sua malattia. Continua….
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