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| ottobre 2011 | |||||||||||||||||||||||
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Acciaio Silvia Avallone, Acciaio, Rizzoli, Milano 2010
«Il mondo doveva ancora venire. Il mondo arriva con i quattordici anni. ..Anna e Francesca…la mora e la bionda»(p.21). «Entrambe custodivano i propri pensieri senza voler conoscere quelli dell’altra, mentre il sole esauriva i suoi raggi sui viali, allungando le ombre degli alberi»(p. 146). Silvia Avallone, con Acciaio, ha vinto il premio Campiello ed è stata finalista al Premio Strega. Racconta, attraverso gli occhi di due quattordicenni, la dura vita degli operai che abitano nei casermoni di via Stalingrado a Piombino. Anna e Francesca sono amiche da quando sono nate, vivono in simbiosi, condividono le stesse emozioni e soprattutto stanno diventando grandi insieme, consapevoli che la vita prima o poi le avrebbe separate. La scuola è appena finita, le due amiche si divertono in spiaggia, dove «la sabbia si mescola alla ruggine e alle immondizie, in mezzo ci passano gli scarichi, e ci andavano soltanto i delinquenti e i poveri cristi delle case popolari»(p. 19). Attorno alle loro vite girano quelle di dei loro amici, della loro famiglia, vite che non hanno un futuro, vite distrutte o da un matrimonio sbagliato, o da un lavoro poco soddisfacente, dal quale si fugge attraverso il divertimento estremo e l’uso di sostanze stupefacenti. Francesca ed Anna all’apparenza sono due ragazze solari, felici, belle, corteggiate e spensierate, ma entrambe vivono situazioni difficili, alimentate da una famiglia poco presente o troppo morbosa. I genitori di Francesca, Enrico e Rosa, sono ormai una coppia stanca, sopraffatta dalle difficoltà della vita, dal duro lavoro e da poche soddisfazioni; il clima in casa non è sereno, anzi Enrico scarica tutte le sue frustrazioni sulle due donne. «Rosa aveva trentatré anni, le mani piene di calli, e dal giorno del matrimonio si era lasciata andare. La sua bellezza di ragazza meridionale era finita in mezzo ai detersivi, nel perimetro di quel pavimento lavato tutti i giorni da dieci anni»(p. 14). Rosa non riesce a reagire alla violenza del marito, non troverà mai il coraggio di denunciarlo, anche quando «ho visto mia figlia per terra. Aveva il sangue in faccia, le ha rotto il naso. L’ho raccolta per terra»(p. 185).Francesca, invece, aveva maturato nei confronti del padre un odio profondo, incontrollato, non solo era violento, ma si dimostrava patologicamente geloso, infatti «Enrico guardava sua figlia, era più forte di lui. Spiava Francesca dal balcone, dopo pranzo, quando era di turno alla Lucchini. La seguiva, se la studiava attraverso le lenti del binocolo da pesca»(p. 12). Poi nel giorno del suo quattordicesimo compleanno, sembrava che la vita dovesse cambiare: a causa di un incidente stradale, Enrico si ritrova in ospedale in coma, Francesca sperava che il suo incubo fosse finito, sperava di poter vivere una vita serena e senza soprusi, infatti implorava «fammi questo regalo, fammi questo regalo: muori» (p. 255).Si immaginava la vita senza quel padre, che ogni volta che la vedeva aveva come un istinto omicida, immagina quante cose avrebbe potuto fare, «…se adesso muore…il mondo si spalanca in un ventaglio di possibilità infinite»(p. 256).Francesca, ad un certo punto della sua vita, si ritroverà senza la sua migliore amica e con un padre in stato vegetativo, che la aveva eletta a sua infermiera personale. Decide così di lasciare la famiglia, trova un lavoro come ballerina nei locali notturni, ha deciso di usare il suo corpo per guadagnare, «belle gambe, bel culo…una ragazza italiana, evidentemente minorenne…la fai passare per cinquecentomila lire a botta, ai pezzi grossi, nei festini,sulle barche che contano»(p. 296). La famiglia di Anna, all’apparenza era più serena, Arturo il padre era assente, sempre in giro, coinvolto in affari strani, alle volte accadeva che a casa non tornava per due mesi; Sandra la madre «era una donna che lavorava tanto, ma che trovava le energie anche per volantinare e organizzare la festa dell’Unità»(p. 38); Alessio il fratello invece lavorava come operaio, sopportava turni sfiancanti e per recuperare le forze tirava cocaina, la sua passione era correre in macchina e andare in discoteca. La svolta nella vita di Anna sarà Mattia, « … bello. E forte e adulto, e sicuro di sé. Il volto bruno, con la mascella squadrata e gli zigomi alti, sembrava scolpito nel marmo. Aveva qualcosa di prepotente negli occhi. E qualcosa di invitante nelle labbra…doveva essere alto quasi un metro e novanta. Spalle come se avesse trasportato l’intero pianeta per giorni»(p. 137). L’apparente tranquillità familiare verrà sconvolta «quando qualcuno ti dice che la tua casa deve essere perquisita e tu capisci che tuo padre l’ha fatta enorme»(p. 248), Arturo era accusato di traffico di quadri rubati e di smercio di banconote false. Per Anna il mondo stava andando a rotoli, la catastrofe era giunta e un vortice la stava inghiottendo, al suo fianco non c’era neanche più Francesca, che sicuramente avrebbe trovato il modo per consolarla. La la notizia che cambierà per sempre la sua vita sarà la morte improvvisa del fratello Alessio, che come tutte le mattine era andato alla Lucchini per sorbirsi il rumore del carroponte, che uno sbaglio, lo aveva costretto a fermarsi e attendere che il guasto venisse riparato. «Mattia avvertì qualcosa di duro e voluminoso sotto il cingolato…stava per incazzarsi, quando vide un rigagnolo rosso serpeggiare sotto i cingoli»(p.340).«E tutti accorrevano sul posto dove Alessio aveva cessato di esistere, e cessato di essere un corpo, ed era diventato, Alessio, una pozza di sangue allargata tra i tondi, una polla abbacinante»(p.343).«Ciao Alessio, e non ci perdonare»(p. 243).Accade che ci si ritrova, dopo, a dover fare i conti con le esperienze negative, con il dolore per il distacco, si è costretti a guardare negli occhi una dura realtà, ma ci si rende conto che il mondo non si ferma, la routine continua, infatti «era una mattina qualunque. Sandra dava il cencio, Rosa, un piano sotto, annaffiava le piante. E Anna restava ferma, affacciata al terrazzo del casermone numero sette…Francesca tornava a casa» (pp.353-354). Racconto crudo, denso di emozioni, perché fotografa un panorama di una periferia dimenticata, ma fatta di storie reali, di vite senza prospettive, dove la nascita e la morte sono i due grandi perni dell’esistenza, dove sembra non esserci novità, gioia, evento per il quale rallegrarsi. Dalla vita segnata da un amaro destino non ci si può riscattare, e soprattutto il luogo dove si nasce non si cambia, è lui che ci plasma, è lui che ci mette al mondo. «Uno nasce qui, non c’è neanche un cinema decente, cresce in questo quartiere di merda, e poi secondo te fa la storia? »(p. 115).
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