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| novembre 2011 | |||||||||||||||||||||||
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Paolo Sorrentino, Hanno tutti ragione, Feltrinelli, Milano 2010
«La stanchezza è la migliore amica della libertà. Uno passa la vita a credere che la volontà, l’applicazione, la determinazione di carattere ti possano avvicinare alla libertà… Solo la stanchezza ti porta in quella famosa stanza senza pareti, la libertà… la libertà è dire sempre no» (p. 205) «La sera bisogna uscire, girare, mangiarsi la notte, perdersi nella merda della periferia e capire che solo la notte con i suoi accordi e le sue note improbabili ti può fare capire qualcosa. La notte che ti costringe a un duello tra la tua vita e tutta l’altra vita» (p. 28) Con Hanno tutti ragione, il regista e sceneggiatore Sorrentino, si cimenta per la prima volta con un romanzo, sulla vita del cantante melodico napoletano Tony Pagoda, un personaggio forte, disilluso, cinico che non sa vivere senza la musica, le cui le uniche passioni sono le donne e la cocaina. Tony ci racconta in prima persona le sue avventure, gli esordi, gli amori, i concerti, la droga, il successo, e attraverso la sua ricostruzione mette in primo piano il suo disagio, la sua solitudine, «non sopporto niente e nessuno. Neanche me stesso. Soprattutto me stesso. Solo una cosa sopporto. La sfumatura» (p.13). «In questa mia fulgida carriera avrò scritto qualcosa come duecentoventi, duecentotrenta canzoni… Almeno cento di queste sono inspirate a lei, a Beatrice» (p.44) l’unica donna che ha sempre amato, e che ha ucciso lanciandola per le scale. Sposa per convenzione Maria, che dopo una assenza di due anni, ha la forza di chiedergli il divorzio, stanca dei suoi tradimenti, dei suoi silenzi. Ma Tony, appare disorientato, avrebbe avuto l’occasione di liberarsene senza troppi sforzi, invece si rende conto che ha bisogno di quella donna, di una moglie. «..Maria pensa che con la benedizione della legge si può liberare di me» (p.83), lei che lo ha sempre atteso, aspettato, che ha cresciuto la loro figlia, ora lo ha accusato di essere un superficiale, appellativo che ha “sconfitto” il nostro eroe, che lo ha fatto sentire fallito come uomo, e che sarà la causa della ricerca della sua identità. La vita, infatti, per Tony sembra complicarsi, il successo non è quello di una volta, con la sua band si esibisce in piazze minori, ma quando vola in Brasile per tenere un concerto, Tony decide di svoltare, di cambiare, sceglie il silenzio. Passerà così venti lunghi anni in quel posto, dove nessuno lo conosce, lontano soprattutto dai suoi amici, la sua band, Titta Palumbo, Rino Pappalardo, Gino Martire, Lello Cosa e l'impresario Jenny Afrodite, che sono sempre stati la sua unica famiglia, ma la voglia di staccare è più forte, «è un’attrazione irresistibile la vita tranquilla, tutt’è lasciarsi avvolgere dentro la coperta della quotidianità e sentirsi sempre stanchi» (p. 213). Per la prima volta Tony si sente libero, libero di aver scelto, libero dagli stereotipi, scosso dalla stanchezza di aver dovuto fare ciò che gli altri si aspettavano da lui, ora è solo, in un paese sconosciuto, Manaus, dove le donne sono le più belle della Terra, dove gli scarafaggi sono più numerosi degli uomini, ma soprattutto dove «…sento il vento e gli odori degli alberi, e forse sta cominciando a piovere e io ho la netta, nettissima sensazione che mi sta piovendo addosso un nuovo senso della vita. Una folgorazione. Una tempesta di semplicità…» (p. 191) Il conforto per Tony si materializza con Alberto, «un italiano di Angri, la peggiore provincia del mondo» (p.220), che diventa un punto di riferimento, un cardine delle sue radici, una persona sulla quale poteva contare in quella giungla, a cui voleva bene senza dare niente in cambio, e questo gli bastava per sentirsi più felice, più sereno in quella malinconia. La svolta avvenne con l’imprenditore Fabio, che dall’Italia atterra a Manaus per convincerlo a cantare il primo dell’anno nella sua villa in Corsica, è per Tony un fulmine a ciel sereno, sembrava che «il regno della follia dei ricchi si è abbattuto nel cesso di casa mia dopo vent’anni di silenzio, di noia e di neri scarafaggi centometristi» (p.266). Così termina l’avventura carioca, dopo vent’anni Tony torna in Italia, non perché ha voglia di cantare, né per nostalgia, ma perché non ha niente di meglio da fare «…non è cambiato proprio niente nella sostanza. Come sempre, è cambiato il bersaglio del pettegolezzo, ma nella profondità delle cose e delle persone, caro deputato e imprenditore, quello è un paese aggredito dalla paura di cambiare anche le mattonelle del cesso» (p. 263). Rincontrerà i suoi amici, la sua band, il suo impresario, si ritroveranno di nuovo a trascorrere Capodanno a cantare e suonare, ma la gioia e la spensieratezza dureranno poco, «il cuore di quel genio di Titta. Si è fermato nel sonno, per non disturbare l’atmosfera della serata. La morte se l’è venuto a prendere. Chissà quante volte era venuta e non l’aveva trovato. Stava in tournèe. La morte non fa proprio niente quando poco prima, fortunatamente, tutti insieme ti avevamo promesso che saremmo rimasti, per tutto il resto della vita, i tuoi amici» (p. 289). Tony si ritroverà a vivere al servizio di Fabio e trascorrere gli ultimi anni della sua vita a Roma, a rimembrare la sua giovinezza, i suoi genitori, a pensare alla vita passata, «…eccola che riaffiora, dimenticata in una tomba di marmo, la malinconia. Un sentimento lasciato dietro la porta all’età di diciannove anni. Deve essere un effetto collaterale della vecchiaia… è tutta la vita che attendo…di avere sempre e solo desiderato unicamente una cosa: diventare vecchio» (pp. 308-309). Sorrentino attraverso questo romanzo, mette in evidenza la decadenza dell’Italia degli anni ’80, della superficialità di un uomo comune, figlio di una società senza ideali, proiettato nel caleidoscopio del successo, della caducità e della faciloneria. Con un linguaggio semplice, imperniato di napoletanità, il protagonista è capace di arrivare al nostro cuore, infatti a tratti sembra un uomo rude, senza pietà, senza freni, un uomo da evitare, ma altre volte incute tenerezza, voglia di capirlo, quasi di giustificarlo, è un uomo dei suoi tempi, cresciuto in una Napoli difficile, pericolosa, fatta di pallottole, ma comunque un uomo che attraverso la musica è riuscito a riscattarsi. Tony diventa con la penna del Sorrentino, un saggio, un uomo che dispensa consigli, che parla della vita, come se ne avesse vissute almeno due; quando descrive le mogli italiane le fotografa come coloro che «…si prodigano ai fornelli per i loro uomini non perché li amano ma perché temono l’inenarrabile confronto sempre in agguato che gli uomini possono fare tra mogli e madri. È questa competitività all’ultimo sangue tra mogli e suocere che salva la Repubblica italiana e tiene uniti tanti matrimoni…» (p.103)
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