home

 
 
 
  marzo 2011                                          
                                               
 

L’isola sotto il mare

A cura di Annalisa D’Agostino

«Balla, balla, Zerité, perché lo schiavo che balla è libero…finché balla…Ed io ho sempre ballato» (p.10).

«La schiavitù è un male necessario, l’unico sistema per dirigere una piantagione, che si può tuttavia praticare in modo umano» (p.83).

Isabel Allende ci regala, con questo romanzo, un viaggio alla fine del ‘700 nel mondo degli schiavi sull’isola di Saint Domingue, colonia francese che diventerà la prima Repubblica nera di Haiti. La protagonista è Zerité Sedella, detta Teté, venduta a nove anni a Toulouse Valmorain, ricco latifondista francese proprietario di piantagioni di canna da zucchero, per fare compagnia alla moglie, afflitta da una depressione che la porterà lentamente alla morte. Teté crescerà in bilico tra l’amore e la violenza; a undici anni partorirà il figlio avuto dal suo padrone, che dovrà salutare velocemente dopo la nascita, sarà madre “adottiva” di Maurice, orfano di madre, e madre naturale di Rosette, entrambi figli di Toulouse. «…vide per la prima volta i bianchi e pensò che fossero demoni; in seguito capì che erano persone, ma non si convinse mai che fossero umani come noi. Erano vestiti con stracci sudati, pettorine di metallo e stivali di pelle, gridavano e colpivano senza motivo» (p. 117). Sarà Rosette il collante tra Teté e il padrone, adorata da Maurice che si rivelerà innamorato di lei da sempre, conquisterà l’affetto di suo padre che non la considerò mai una sua proprietà, perché «si rivelò chiacchierona e seducente, un vortice di vivacità che rallegrava la casa, il miglior antidoto contro l’incertezza scatenatosi in quegli anni»(p. 143).

Con la rivoluzione furono costretti a spostarsi nelle piantagioni della Louisiana, dove si avvierà, seppur lento, il cambiamento, il riscatto dei neri e Teté sarà combattiva, eroica, forte per sé, per i suoi figli e per Toulouse, che salverà da una morte certa, al quale, in un momento di debolezza, strappò la promessa della sua libertà «quel pezzo di carta aveva il potere di cambiare la mia vita e quella di mia figlia»(p. 172). Per la nostra eroina sarà la grande svolta, un nuovo luogo dove vivere, New Orleans, il riscatto dal padrone, il quale si risposò e abbandonò le sue vecchie abitudini di insidiarla quando ne aveva voglia, l’incontro con padre Antoine, un sacerdote sui generis, che aiutava le coppie miste a sposarsi, e che sarà l’intermediario affinché Rosette potesse studiare e avere un’educazione presso un collegio di suore. Finalmente arriva la sua emancipazione, stabilita dal tribunale, che le permetteva, insieme alla figlia, di essere una donna e costruirsi la sua vita. «Ho atteso per trent’anni questo momento e ora che è arrivato, invece di ballare per l’allegria, mi metto a piangere»(p. 321). Zerité ora è pronta ad entrare a far parte della società, grazie all’incontro con Zacharie, l’uomo di cui si innamorerà e con Violette Boisier, l’ex cocotte mulatta che la aveva data a Toulouse quando ancora era una bambina, insegnandole le buone maniere e come diventare una donna. Le storie a questo punto si intrecciano, i personaggi prendono vita con le loro vicende, Maurice e Rosette crescono lontani, ma fortificati dal loro amore.

«Sono passati quattro anni e siamo al 1810. Ho perso la paura della libertà, anche se non perderò mai la paura dei bianchi…» (p. 422)

«Proprio ieri sono stata a ballare in piazza con i tamburi magici…ballare e ballare. Di tanto in tanto arriva Erzuli, loa madre, loa dell’amore, e possiede Zarité. Allora ce ne andiamo insieme al galoppo a trovare i miei morti nell’isola sotto il mare» (p. 426)

Isabel Allende ci presenta un personaggio femminile positivo, una donna che in nome della libertà combatte, non si arrende al destino, ma forte della sua passione, crede in un futuro migliore, che grazie all’amore riesce a cicatrizzare le ferite, anche se ne è impaurita, perché nella sua vita ha amato e tanto un uomo che è scappato per salvare la sua gente, «Erzuli, dea dell’amore, non permettere che mi innamori di quest’uomo, perché soffrirò» (p. 325).

Romanzo storico e fantastico, che pertanto mi ha permesso di tuffarmi nella trama, come se fossi lì nella storia, bramosa di viverla e capace di incarnarne i personaggi. Ammetto di essere stata travolta dal pathos, fatto di momenti positivi e negativi; l’Allende conferma con L’isola sotto il mare, la sua capacità narrativa di coinvolgere il lettore oltre la fine della storia, perché dopo averlo letto, si avverte come la sensazione di essere “cresciuti”, di aver conosciuto, sì, una realtà cruda, ma soprattutto la necessità di vivere seguendo le passioni, quelle in cui crediamo, quelle che ci permettono di guardare al futuro, ovvero quelle per le quali viviamo.