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| giugno 2011 | |||||||||||||||||||||||
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Roberto Saviano, Super Santos, edizione speciale Corriere della Sera, Milano 2011, pp.63 di Annalisa D’Agostino «Il Super Santos diventava la sintesi di tutto quello che volevi fare: divertirti, stare all’aria aperta, giocare, correre… Era un modo di concepire la vita, anzi una sorta di sogno a cui tutti i ragazzini ambivano» (pp.15-16) «Giocare era tutto. L’utopia di poter giocare senza fare altro, senza neanche fermarsi, è il vero sogno del calcio… Per strada il gioco perenne diventa realtà, perché la palla era sempre al piede… Nessuno poteva dire niente» (pp.30-31). Roberto Saviano con questo racconto breve, ci proietta in quel mondo da lui denunciato con Gomorra, dove la vita non appartiene a chi la vive ma a chi la gestisce direttamente e/o indirettamente. Non c’è speranza in un territorio governato dalla camorra, anzi dal “sistema”,dove tutto è un tacito consenso a quel meccanismo che diventa ragione di vita. Così capita ai nostri protagonisti; Rino, Dario, Giovanni e Giuseppe, dei ragazzi comuni con il sogno di diventare calciatori, ma proprio la loro passione li trasformerà in affiliati, proiettandoli dapprima in una realtà dalla quale non potevano sfuggire e poi nel loro crudele destino. Come tutti i ragazzi della loro età passano il tempo a giocare per strada a calcio, utilizzando come pallone il Super Santos, perché è quello che meno facilmente si rompe, è quello che se viene preso dalle ruote di una macchina non si buca, è quello che se si deforma può essere ancora riutilizzato. «Il Super Santos non era un semplice pallone. Era il pallone… Resisteva a tutto, e anche se tiravi con tutta la forza che avevi, riusciva a mantenere la direzione» (p.15). I quattro protagonisti si distinguono per la loro bravura nel calciare il pallone, insieme formano la più forte squadra dell’intera città di Napoli, «talvolta, dalla periferia nord prendevano il bus per arrivare in piazza Plebiscito. Giocavano proprio sotto il palazzo reale, sotto gli occhi delle statue dei sovrani di Napoli» (p. 23). Proprio durante le partite tra le statue vengono notati da Tonino Porcello, capozona del traffico di stupefacenti, sarà la svolta della loro vita, la fine dei loro sogni, anche se la loro ingenuità gli farà credere il contrario. Porcello concede loro l’esclusiva della piazza, a patto che alla vista della polizia o di qualcuno di sospetto urlassero «‘o pallone, ‘o pallone, ‘o pallone». I quattro amici diventano a loro insaputa delle pedine della camorra, dei mezzi facili da utilizzare e difficilmente sospettabili, perché le loro grida sono un segnale immediato e criptico, ma efficace per nascondere la droga in modo veloce e sicuro. La svolta, il momento cioè in cui capiscono che la loro vita è in trappola, avviene quando il Porcello decide che non possono allontanarsi da quella piazza; quindi verranno chiamati a giocare nella squadra giovanile del Napoli, ma il loro sogno si infrange quando un giorno Porcello arriva a bordo campo e con un cenno li chiama a sé, ritorneranno a giocare per strada, perché «la piazza era troppo scoperta, gli altri ragazzi non riuscivano a coprirla bene e addio tesseramento» (p. 37). L’unico dei quattro che si salverà sarà Dario, che per seguire la sua voglia di giocare, la sua passione per il pallone, verrà cacciato dal clan; per altri gli anni passano e la piazza cambierà, si allargherà, non basteranno più i calci al pallone. «… Ora avevano smesso di giocare. Il Super Santos non l’avrebbero inseguito più e non avrebbero più urlato ‘o pallone» (p.41). Si ritroveranno di nuovo insieme quando dovranno trasportare da Brescia a Napoli un cuore da trapiantare ad un uomo di un boss, un cuore che si diceva fosse di un giocatore del Brescia, «quello che volevamo fare noi. Un cuore. Un cuore di uno che ha giocato a pallone» (p.48). Solo Dario ritornerà nella piazza dove erano soliti giocare, rimembrerà il tempo trascorso con i suoi amici, a cui il destino non aveva sorriso, vittime di un sistema incancrenito, che gli aveva rubato la giovinezza e ora la vita. Nostalgico «dallo zaino tirò fuori il Super Santos. E cominciò la partita… Nessuno in porta, nessuno in difesa, nessun centravanti. Da solo» (p.62). Racconto intenso, duro, basato su storie vere, che proprio per questo motivo ti accappona la pelle. Vorresti ribellarti, vorresti correre lontano, vorresti far finta di niente, vorresti che tutto ciò che leggi fosse solo mera fantasia, ma invece vieni proiettato in un mondo che purtroppo è lontano solo pochi chilometri da te. Questi ragazzi non hanno potuto redimersi, non hanno avuto la forza, e sono caduti nella legge del sistema. Bravo Saviano, a mettere a nudo una realtà che esiste e che va ostacolata, che va compresa e non nascosta, o fatta passare per normale. Bravo a scuotere le coscienze anche sul traffico d’organi che è vivo e fiorente anche da noi, in Italia, basta disporre di una certa somma di denaro e avere gli agganci giusti. La sensazione che ho avuto dopo la lettura di Super Santos è legata ad un senso di impotenza, ti sembra di non avere scampo, ti senti stretto in una morsa, dalla quale non puoi più scappare, ma nello stesso tempo un tumulto ti dice che bisogna lottare, bisogna scavalcare il fango per poter camminare rettamente, non bisogna arrendersi!
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Immagine tratta da store.corriere.it
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